La prima volta

Serie: Cuore Nero - Seconda Stagione

Ventinove anni fa…

“Sei proprio un pollo Little Rob!”

Chuck Morrison rise e sferrò un calcio sulla schiena del ragazzino rannicchiato in terra, il quale emise un gemito soffocato.

“Che fai ancora lì? Alzati idiota!” Gli fece eco Ben Russell, dandogli anche lui un sonoro calcio alle natiche.

Erano tre in tutto.

Più grandi.

Più forti.

Più cattivi.

“B-basta, vi prego…”

Robert Carlson li implorava di smettere, con le lacrime che scendevano lungo il viso e si univano al muco e al sangue che gli uscivano dal naso, andando a formare una pozza viscida sul asfalto, dove la sua faccia era schiacciata senza alcuna pietà.

“Ti piace fare il duro eh?” Disse Dustin McGregor: “La prossima volta, se ti chiedo di darmi i soldi della merenda, tu mi dai i fottuti soldi…”

Calcio alla testa, “…Della…”

Calcio alla testa, “…Merenda!”

Calcio alla testa.

Il ragazzo di fermò per riprendere fiato.

“Il pollo è bello farcito.” Chuck Morrison ridacchiò: “Lo mettiamo in forno Dus?”.

Dustin McGregor ansimava per lo sfogo di prima: “Dannato bastardo…” disse col fiato corto.

Ben Russell, si avvicinò al corpo steso in terra.

Si accucciò e provò a smuoverlo con una mano.

Il ragazzino era immobile.

“Ehi Dus…” disse ridendo: “Mi sa che stavolta hai esag…”

Robert Carlson si voltò improvvisamente e lo afferrò per il polso.

Il bullo emise un grido di sorpresa: “Lasciami pezzo di merda!” Esclamò.

Il ragazzino iniziò a stringere il polso.

Sempre di più.

Ancora e ancora.

Dustin McGregor e Chuck Morrison assistevano alla scena increduli.

Con un rumore secco e improvviso, il polso di Ben Russell si spezzò.

Il ragazzo iniziò ad urlare e si accasciò sull’asfalto.

“Ehi! Ma che cazz…” Dustin McGregor gli andò incontro ma il ragazzino scattò in piedi e gli sferrò un calcio ai testicoli.

Il bullo soffocò un grido inginocchiandosi con le mani strette sul cavallo dei pantaloncini.

Robert Carlson lo spinse a terra e iniziò a tirargli calci alla testa.

Al terzo calcio, Dustin McGregor, perse conoscenza.

Fu la volta di Chuck Morrison che al contrario degli altri, reagì di istinto scappando via alla velocità della luce.

Carlson lo osservò allontanarsi prima di voltarsi verso Ben Russell, che si teneva il polso fratturato con l’altra mano.

Lo colse di sorpresa afferrandolo per la gola.

Strinse forte.

Così forte che le dita persero la sensibilità.

Alla fine, quel ciccione prepotente che fino a qualche attimo prima lo derideva e lo picchiava, divenne solo un corpo immobile.

Una debole brezza si levò improvvisamente.

Il vento sul viso gli procurava dolore, ma non gli importava.

Si diresse, zoppicando, verso i due ragazzi stesi a terra.

Uno svenuto ed uno morto.

Rimase a fissarli per un istante e poi si guardò in giro.

Robbieeeee…

“Chi è?” Il ragazzino si voltò su se stesso.

Sono Alex e sono tuo amico…

“M-mio amico?” Carlson era confuso e spaventato: “Ma dove sei? N-non ti vedo.”

Non c’è tempo per parlare ora…Dobbiamo nascondere i corpi…

Il ragazzino tornò a guardare i due bulli stesi a terra.

“C-cosa faccio adesso?”

Nascondili nel bosco qui accanto…Fai in fretta…

Robert Carlson non capiva cosa stesse accadendo, ma la voce aveva ragione, doveva sbrigarsi.

Anche se quella strada era dimenticata da Dio, poteva sempre passare qualcuno.

Trascinò lentamente i corpi sul ciglio della strada, facendoli rotolare giù per una discesa di foglie umide.

Avvertiva una forza estranea dentro di lui.

Scavò una fossa nella terra bagnata a mani nude, con un vigore che non gli apparteneva.

Spinse i corpi all’interno della buca.

“Mmmh…”

Avvertì un lieve rantolo.

Dustin McGregor stava rivenendo.

Uccidilo Robbie…Usa la terra…

Senza esitare, afferrò un pò di terra dalle pareti rugose attorno a lui e iniziò a riempire la bocca del ragazzo, il quale non ebbe la forza di reagire e richiuse gli occhi quasi immediatamente.

Infine, Robert Carlson si arrampicò fuori dalla fossa e la coprì con cura.

Tornando sui suoi passi si scoprì esausto.

La forza sovrumana sembrava averlo abbandonato.

Lungo la strada, tentò invano di parlare ancora con quella strana voce che sentiva nella sua testa e che diceva di essere suo amico.

Alex.

Era stata opera sua?

Viveva dentro il suo corpo?

Aprì il cancello di casa senza accorgersene e percorse il viale pieno di fiori e piante, che sua madre, Judy, curava ogni giorno.

Gli era sempre piaciuto camminare in quel piccolo spazio di mondo. Come lo chiamava lui.

Quando entrò, sua madre ebbe un sussulto: “Oh mio dio Robbie! Che hai fatto alla faccia?”

Lasciò cadere il pelapatate nel lavabo della cucina e gli corse incontro abbracciandolo.

“Chi ti ha ridotto così piccolo mio? E’ stato Dustin vero? Con quei balordi dei suoi amici.”

“N-non è nulla mamma. S-sto bene.”

“Come sarebbe a dire? Guardati tesoro…” disse accarezzandolo con la voce rotta dal pianto: “No No, bisogna che parli con tuo padre, dobbiamo intervenire.”

“Davvero mamma, n-non è necessario…”

“Vieni…Diamo una sistemata al tuo faccino.”

Quella sera cenarono in silenzio, suo padre Roy lo osservava di sottecchi e poi si voltava preoccupato verso sua madre.

“…E’…E’ molto buono mamma…” disse Robert, addentando un pezzo di carne.

“Grazie Robbie.”

“Ehi Campione…” disse Roy: “Ti va di parlarne?”

Non dirglielo Robbie…Non potrà mai capire….

Il ragazzino ebbe un sussulto.

“Va tutto bene?” Chiese il padre, posandogli una mano sul braccio.

“N-non è nulla papà, davvero…” Rispose il ragazzino: “P-posso andare in camera mia?”

Il padre sospirò: “Và pure figliolo.”

Robert si alzò e con calma uscì dalla sala, diretto alle scale.

Mentre saliva al piano di sopra, disse sottovoce: “Si può sapere che fine hai fatto? Mi hai fatto venire un colpo!”

Dobbiamo fare una cosa ancora Robbie, io e te…

“Che cosa?”

Vieni in bagno…Così potrai vedermi…

“I-in bagno?”

Robert raggiunse il piano superiore. Dalla cucina, provenivano i rumori dei suoi genitori, indaffarati con le stoviglie e con i loro discorsi da adulti.

Entrò lentamente in bagno.

“D-dove sei?” Chiese guardandosi attorno: “Alex?”

Attraverso lo specchio Robbie…Avvicinati…

Il ragazzino si avvicinò alla superficie riflettente.

Fissò ansioso la sua immagine riflessa.

Non era sicuro di cosa stesse accadendo.

Improvvisamente, il suo riflesso assunse un’espressione diversa dalla sua.

“Cavolo!” Esclamò, con rinnovati dolori al volto.

L’immagine nello specchio gli sorrise: “Ciao Robbie.”

“A-Alex?”

“Esatto. Vedi…Qui possiamo parlare.”

Robert annuì.

“Grazie per oggi.” Disse abbassò lo sguardo: “M-mi avrebbero…”

“Non preoccuparti Robbie, ci sono io ora a proteggerci. Ma dobbiamo fare ancora una cosa…”

“Cosa?”

“Chuck Morrison…”

“Dobbiamo…”

“Si Robbie, dobbiamo. Non possiamo permettere che torni a cercare i suoi amici, giusto?”

“Ma se ci scoprono…”

“Non se ne accorgerà nessuno…Credimi.”

Chuck Morrison era sdraiato sul letto al buio, ma non riusciva ad addormentarsi.

Rimuginava su quello che era accaduto.

Non era la prima volta che lo facevano.

Bisognava aggredire per non essere aggrediti, no? Pensò.

Come diceva sempre suo padre.

Ma un conto era nascondere lo zaino di qualche sfigato o chiuderlo nell’armadietto per farlo cantare…

Tutt’altra cosa era ammazzare di botte un ragazzino per cinque dollari!

“Maledetto Dustin…” sussurrò.

E quel dannato Robert Carlson…Come aveva fatto a…

“Ciao Chucky…”

Morrison spalancò gli occhi e se lo trovò davanti, in piedi al lato del suo letto.

“Ma che…?” Stava per dire ma si trovò una mano davanti la bocca.

“Shhh…Fai silenzio idiota, non vogliamo svegliare nessuno.”

Carlson gli sfilò il cuscino da sotto la testa e glielo premette sul viso.

Sentì di nuovo quella forza sovrumana dentro di lui e nonostante gli spasmi e i movimenti bruschi della sua vittima, non si mosse di un centimetro.

Dopo cinque minuti, Chuck Morrison smise di dimenarsi.

Robert Carlson sollevò il cuscino.

Gli occhi del bastardo erano ancora aperti.

Con una mano gli chiuse le palpebre e sussurrò: “B-buonanotte pollo.”

Uscì in punta di piedi camminando fra le ombre degli alberi. 

Leggero.

Felice.

Sentiva la voce di Alex dentro la sua testa.

…Bravo amico mio…

Oggi…

Gli occhi di Carlson fissavano il vuoto.

Patrick Guilliman guardava il corpo immobile mentre veniva chiuso in un grande sacco nero e caricato su una barella metallica.

Poi si voltò. La scena si stava ripetendo per Franz Mendel.

Neri gli si avvicinò, mente i corpi venivano portati fuori e caricati su un furgone nero.

“Parenti?” Gli domandò Guilliman.

“Una sorella, Margaret Mendel.” Rispose Neri: “E’ stata appena avvisata.”

Guilliman annuì: “E il professore?”

“Nessuno, Pat. Non abbiamo trovato parenti o amici. Era solo.”

Guilliman sussurrò: “Se non contiamo Alex…”

“Cosa?” Chiese Neri, inarcando un sopracciglio.

“Niente.” Ripose Guilliman: “Vieni, ti offro un caffè.”

“Questa me la segno sul calendario, detective.”

Serie: Cuore Nero - Seconda Stagione
  • Episodio 1: La prima volta
  • Episodio 2: Cenere alla cenere
  • Episodio 3: Il mestiere dell’investigatore
  • Episodio 4: Uno sfortunato incidente
  • Episodio 5: Vecchi amici
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