La scuola

Serie: Gianfilippo

«Forza Roma, Professò», il solito e provocante saluto di Nando, il titolare del bar dell’istituto scolastico dove Gianfilippo insegnava. Un saluto provocatorio proprio a lui, laziale per tradizione familiare e fiero di essere tifoso della squadra più antica della Capitale.

«Nando, Nando, Nando…parli anche se sei a meno dieci? La lingua ancora non ti si è congelata?», la risposta sarcastica di Gianfilippo, nel classico stile di un simpatico incontro tra due tifosi delle diverse squadre della città, facendo riferimento al vantaggio di ben oltre i dieci punti della Lazio sulla Roma. Il bello del clima da stadio vissuto nelle vie e nelle piazze, nella quotidianità, quando la violenza è solo una brutta parola chiusa dentro un polveroso dizionario dimenticato sullo scaffale più alto di una libreria da muro.

«Il solito caffè ristretto? Ed oggi lo offro io, professò!», replicò Nando, sempre con il sorriso. La domenica successiva ci sarebbe stato il derby capitolino e, considerato l’andamento della sua squadra del cuore, non voleva alzare il tono scherzoso della disputa a causa del timore di ritrovare il professor Gianfilippo, il lunedì dopo, più “carico” di sfottò calcistici.

«Grazie, Nando. Lo sai che sei il mio barista preferito, anche se tifoso della squadra sbagliata», ringraziò, in uno dei rari momenti nei quali poteva essere sé stesso, lui, rampollo di una nobile famiglia, che per etichetta non avrebbe dovuto intrattenere rapporti amichevoli con chi era di rango inferiore.

La famosa piazza romana, caratterizzata da un’imponente scalinata, era il luogo dove aveva sede la scuola superiore nella quale lavorava come professore di matematica e fisica. Un lavoro che lui amava, in via teorica, perché gli permetteva di entrare in contatto con il futuro del Paese. Considerava il rapporto quotidiano con ragazzi e ragazze adolescenti una continua crescita per entrambi i ruoli: il professore e lo studente, grazie ad una osmosi continua non solo di nozioni, ma anche di esperienze, pensieri, vitalità e aspettative. Il problema risiedeva nel fatto che il suo blasonato istituto era un ricettacolo di rampolli ed ereditiere di altre nobili o alto borghesi famiglie della città, come del resto lo era lui, e quindi quello scambio di elementi che avrebbero permesso la crescita reciproca nella sua classe non si era mai realmente materializzato.

Il livello emozionale di quegli adolescenti era pari al livello di sensibilità delle loro famiglie: viaggiavano su un altro pianeta, completamente staccati dalla realtà ed esclusivamente immersi nel mondo dell’apparire. Lui non era così e, purtroppo, i suoi alunni non dimostravano interessi diversi dal numero dei like su Instagram. Questo era uno dei motivi per cui non si sentiva a suo agio negli abiti che tutte le mattine doveva indossare per varcare la porta di casa. Questo il perché andava sempre cercando di evadere in mondi a lui fisicamente lontani, ma intimamente vicini.

Nel suo studio, perché in quella esclusiva scuola ogni professore aveva una propria stanza e non esisteva una dozzinale sala docenti, Gianfilippo stava preparando la lezione sulla meccanica dei fluidi per la terza liceo scientifico. La solita zolfa che ogni volta lo annoiava sia nel prepararla che nell’insegnarla. Avrebbe voluto intraprendere studi diversi, immergersi in vecchie e consunte biblioteche alla ricerca di manoscritti di autori minori del “Dolce Stil Novo”. In lui albergava un animo poetico e non una fredda e calcolatrice mente matematica. Ma la ragion di stato della sua famiglia lo aveva costretto in studi che poco gli appartenevano.

Sedutosi allo scrittoio (termine confacente all’ambientazione in cui si trovava), il professore si guardava intorno, osservando con disgusto l’arredamento inizio Novecento che caratterizzava quella stanza all’ultimo piano dello storico palazzo. Una piccola finestra, tipica di un sottotetto di una costruzione ormai centenaria, faceva entrare un soffice raggio di luce, che lo illuminava direttamente, tanto che era stato costretto a cambiare posizione al laptop, accecato da quel riverbero luminoso.

Quel fascio luminoso lo spinse, però, ad affacciarsi, facendolo curiosare sul materiale umano che animava la piazza.

Il mondo ai suoi piedi era un brulicare di persone. Del resto, aveva una visione completa delle piazza tranne in tre punti, a causa della presenza di tre palme che, piantate innaturalmente in piano centro di Roma, erano sostenute a stento da orribili pali di legno.

Niente di straordinario, considerato che quello era uno dei luoghi turistici più visitati al mondo. Gianfilippo curiosava tra i volti dei protagonisti di quella mattina, riuscendo tranquillamente a distinguere gli indigeni (ovvero i cittadini romani) dai forestieri (ovvero i turisti). Non era difficile. L’indigeno camminava generalmente dritto, passando davanti alla scalinata senza mai voltarsi per ammirarla. La sua andatura costante e decisa non si fermava neanche davanti ai forestieri che immortalavano la loro presenza con un numero infinito di foto.

“Quanto sono famoso nel mondo!”, rifletteva. “Chissà in quante foto diffuse sul web o negli album di famiglia sono involontariamente protagonista. Quante maledizioni mi avranno mandato i turisti ai quali ho rovinato un ricordo del loro viaggio a Roma!”, concludeva, sorridendo a tutte quelle volte che anche lui, cittadino romano, non si era fatto scrupoli a passare colpevolmente davanti agli obiettivi degli smartphone dei turisti. Doveva farsi spazio, senza nessuna pietà, tra lo stillicidio di corpi, in un percorso ad ostacoli che ogni giorno doveva affrontare per assolvere al suo obbligo lavorativo!

Dalla piccola finestra riusciva anche a vedere l’immagine dell’Immacolata Concezione, la statua che dominava la piazza, messa lì per testimoniare non solo la magnificenza del dogma che essa rappresentava, ma anche l’eterna protezione che una Roma papalina desiderava imprimere a tutto il mondo.

Si era perso nei suoi pensieri e nelle sue fantasie, quando decise che doveva tornare alla triste realtà della meccanica dei fluidi.

Nel chiudere gli infissi, dovette fermarsi.

Lo stupore, misto ad un forte senso di tenerezza, gli comparvero improvvisi.

Un piccolo pappagallino, dello stesso colore della sua squadra del cuore, gli era accanto.

Gli aveva tenuto compagnia per tutto il tempo della sua vitale boccata d’aria.

Serie: Gianfilippo
  • Episodio 1: La torre d’avorio
  • Episodio 2: Il condor
  • Episodio 3: La scuola
  • Episodio 4: Il pappagallino
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    Discussioni

    1. Ciao Claudio, il cameo turista/indigeno mi ha riportato alla mente molti ricordi. A Venezia, nello stesso modo, si riescono a distinguere gli studenti che attraversavano a “nuoto” il mare di turisti. Hai descritto bene lo stato d’animo del tuo protagonista, lo sento molto vicino. A volte, la vita arriva ad essere una specie di recita cui non si può non partecipare. Mi incuriosisce il pappagallino, l’unica nota di colore nella sua giornata altrimenti grigia.

    2. Ciao Claudio, mi è piaciuta la riflessione sul dialogo tra tifosi al di fuori dello stadio e della violenza che caratterizza, al volte, certi ambienti. Un simpatico sfottò aggiunge molto colore alle conversazioni, dovrebbe essere sempre così. Vado avanti con la Serie, specie adesso che ci hai svelato qualche dettaglio in più sull’identità del protagonista e del suo bisogno di evasione.

      1. Tiziano,
        la storia incomincia con lentezza, è vero, ma i primi episodi sono importanti per il suo sviluppo.
        Sfottò tra tifosi? Se rimanessero goliardici e basta sarebbe tutto più bello.
        Grazie per il tuo commento

    3. Ivan,
      la storia delle foto con i turisti è storia vera: noi romani non siamo padroni di camminare in centro perchè dobbiamo stare sempre attenti a non essere immortalati nelle foto dei turisti!
      Sai in quante di queste sono anche io il protagonista? 🙂
      Grazie per il commento

    4. Bene, finalmente cominciamo a conoscere meglio il nostro Gianfilippo. Mi è piaciuta molto la parte della descrizione degli indigeni e dei forestieri, bravo Claudio!