La seconda guerra dell’acqua

La garitta. La mia seconda casa sul limitare del deserto. Faccio la guardia a notti alterne, qui, a tre cisterne d’acqua piovana. Tutto intorno, dove una volta era il brulichio vitale di uno stagno, una distesa morta e innervata da crepe profonde disseminata da cumuli di sale indurito. Come e quando è iniziato tutto? Generazioni e generazioni si sono avvicendate nel corso del tempo tramandando racconti di bellezza e di splendore sull’uomo antico e sulla sua vita. Si dice che queste terre, chissà quanto tempo fa, fossero feraci, ricche d’acqua, vegetazione e animali di specie diversa. Dicono che l’uomo dalla terra traesse da vivere, dopo aver riversato su di essa fatiche indicibili e sudore a catini. Si dice che esistessero dei corsi d’acqua che venivano chiamati fiumi. Raccontano delle stagioni; chi conosce la storia naturale sostiene che ve ne fossero quattro, ognuna di tre mesi e con delle connotazioni climatiche ben precise, meteorologicamente differenti l’una dall’altra anche a seconda delle caratteristiche dell’ambiente circostante. Meraviglie si raccontano delle stagioni di mezzo, la primavera e l’autunno. Per come immagino io le cose, il sole, il vento e l’acqua, allora, dovevano avere effetti piacevoli e benefici, sulla pelle degli uomini. Si racconta che esistessero vaste estensioni di terreno chiamate boschi e che vi crescessero alberi d’alto fusto, arbusti, piante di varia specie che davano frutti dolci e commestibili in abbondanza. Inoltrarvisi dentro, dicono, consentiva all’uomo di respirare meglio, di eliminare i pensieri negativi e di tenere in equilibrio la pressione sanguigna. L’uomo, creatura fragile, forte e sciagurata allo stesso tempo. In molte zone del pianeta, ormai, non vive più. Con le sue scelleratezze ha reso l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile, ha distrutto i boschi, ha causato l’estinzione di numerose specie animali regalando ai posteri la desolazione e una morte precocissima. Qui noi abbiamo preso il suo posto, ci cibiamo del poco che resta e beviamo acqua putrida. Dicono di noi che discendiamo dall’uomo, alcuni che siamo una specie di mutazione umana. Squame ricoprono il nostro corpo, ma nonostante il nostro orrido aspetto non siamo cattivi. Siamo vittime delle circostanze e all’uomo somigliamo in tutto e per tutto. Lo potete capire da come ci facciamo del male tra di noi, da come ci odiamo l’un l’altro, da come ci combattiamo. Siamo alla seconda guerra dell’acqua, che non accenna a concludersi, e moriamo come cavallette. Chi non muore in guerra muore per mancanza del liquido più prezioso. Se non avessimo anche noi, come i pochi uomini rimasti sulla terra, un cuore e una sensibilità, potremmo dimenticarci della sorte nostra e di quella dei nostri figli. Ma anche noi abbiamo sentimenti. E lacrime, che solcano il nostro viso quando ci domandiamo il perché di tutto questo.  

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