La trasparenza del tempo

(Foto di copertina: Deborah Provenzani) 


“…Heathcliff, it’s me, I’m Cathy
I’ve come home, I’m so cold…”

Guido si era svegliato tardi. La radiosveglia mandava Kate Bush, spietata.

Niente caffè in casa, se non quella polverina solubile al gusto di petrolio. Si mise sotto la doccia bollente.

Un’altra serata persa. Si era stancato, ormai, anche di provare. Vedere in qualcuna i tratti della bellezza, della possibilità. Illudersi ogni volta. Ma non era mai lei.

Finì di farsi la barba facendo attenzione a non tagliarsi, si infilò la giacca e scese in strada. Viuzza tranquilla di quartiere residenziale, periferico. Appartamenti carini, tutti uguali. Non sapeva neanche perché aveva accettato quel lavoro così lontano da casa.

A volte era angosciato dalla sua condizione. Lavorare, divertirsi qualche volta. Riposare. Nessun terremoto nella sua vita. Nessuna Cathy, nessun Heathcliff. Di questo passo sarebbe rimasto sempre solo.

Meglio così. C’erano già abbastanza storie banali in giro, coppie noiose con figli insopportabili che ostentavano felicità da centro commerciale.

La nebbia e l’umidità quella mattina entravano nelle ossa. Salì in macchina per andare in ufficio.

Architetto del comune. Non era proprio quello che aveva sempre sognato, ma per il momento andava bene; stipendio fisso, lavoro tranquillo. Un po’ di tempo libero per dedicarsi ad alcune sue passioni. I cavalli soprattutto, e poi i racconti. Gli piaceva leggerli e anche scriverli a volte.

Roba banale, parlavano spesso del passato, antichi castelli o tenute, scuderie, cavalli ovviamente, cose così. Una letteratura, diciamo, un po’ di maniera. Non li scriveva per una ragione specifica, gli piaceva immergersi in altre epoche. Antiche dimore, camini accesi, saloni da ballo, immense biblioteche; lunghe passeggiate a cavallo. Amori romantici e clandestini. Mah.

Al contrario, odiava il presente. Trovava tutto così triviale e concreto, così volgari i luoghi, le situazioni, i rapporti tra le persone. A volte si sentiva un esule spazio-temporale. Come se fosse piombato da chissà dove, con un fulmine, una tempesta magnetica, la caduta di un meteorite, qualcosa che avesse emesso scariche di energia aprendo una porta tra due dimensioni parallele. Si ripeteva a volte questa cosa ridicola, ridendo di se stesso, di un riso amaro. Immaginandosi vestito come un damerino ottocentesco, in un centro commerciale, tra gli sguardi increduli della folla. A cavallo ovviamente.

La macchina incespicava su un sentiero sterrato, molto stretto e maltenuto. Tutte le mattine passava di lì. Assurdo che il collegamento tra i due comuni dovesse avvenire solo così, per quel viottolo impervio. A meno di non passare per la provinciale a valle che però allungava di parecchi chilometri.

Quella strada aveva un che di sinistro. Vi era una casa diroccata, una villa grande e cadente. Tracce evidenti di un passato di incredibile splendore. Non era mai riuscito a considerarla da un punto di vista professionale quella casa, come un immobile da demolire o da ristrutturare. Era un luogo strano, malinconico.

L’immenso terreno in stato di abbandono aveva ancora un tentativo di recinzione. Era riuscito ad affacciarsi un giorno, tra le sbarre del cancello arrugginito, scostando l’edera avvinta, vorace. Un gatto randagio era uscito d’improvviso parandoglisi davanti con miagolii irosi e stregati occhi verdi, spaventandolo a morte.

Il bosco diradava, spariva attorno alla villa; la lasciava spoglia, indifesa, circondata solo da erbacce e ortiche; leggermente rialzata, prominente su una piccola altura. Perduta, solitaria. Dimenticata.

Tutt’attorno un terreno più declive che in autunno si imbibiva di pioggia fino a divenire un acquitrino; vocazione paludosa e spettrale di un luogo abbandonato.

Parte della casa era crollata malamente, e la facciata mostrava finestre prive da decenni di infissi e di vetri, prive anche di una qualsivoglia struttura o ambiente retrostante, tanto che apparivano vani vuoti, afflitti e dolenti. Vuoti di sguardo come gli occhi di un cieco.

Da quell’unico giorno in cui si era fermato, non volle più farlo per lungo tempo. Anzi, nella misura in cui la strada tortuosa, sconnessa e in forte pendenza trasversale su una vallata lo permetteva, tentava sempre di accelerare un po’ per allontanarsi in fretta dalle rovine della villa. La verità è che sentiva una attrazione malsana per quel luogo e ad un tempo ne aveva un timore irragionevole.

Come ogni mattina, la radio in quel punto perse la stazione che gli piaceva ascoltare. Tutte le volte che passava di lì, dopo un primo istante di rumori distorti e di onde a scariche fastidiose per l’orecchio, si sentiva una musica, un violino avrebbe detto, come se la radio si sintonizzasse su una stazione di musica classica.

Quella mattina però fu la prima volta che Guido notò che la melodia che sentiva era sempre la stessa. Una musica appassionata, intrisa di una poesia intensa, disperata.

Possibile che ci fosse una stazione di musica classica che a quell’ora mandasse sempre la stessa canzone, suonata da un violino in solitario? Si innervosì di quella stranezza e cambiò stazione, ma su qualsiasi frequenza regolasse la radio, la musica rimaneva quella.

«Non è finito il tempo per noi, se solo tu potessi stringere la mia mano».

Non aveva propriamente sentito quelle parole, gli erano arrivate direttamente dentro la testa, senza passare dal suono, dall’aria, dalle orecchie. Pensò ad un refluo di qualche suo pensiero lasciato incompiuto, un pezzo di frase avanzata, un ritaglio di ragionamento, un avanzo della mente ma di nuovo:

«Ti prego entra, vieni da me, ti ho aspettato tanto».

Accelerò più per rabbia che per altro. La paura era sparita ma era infastidito da tutte queste stranezze.

In ufficio parlando del più e del meno inserì a casaccio l’argomento della casa diroccata.

«Ma quale, la casa della contessa triste?» scoppiò a ridere Massimo con l’evidente intenzione di sfottere. Lasciò cadere l’argomento, non voleva essere messo in mezzo da quel deficiente.

Seppe poi che nella villa aveva dimorato una nobildonna, cui fu negato di poter coronare il suo amore vero. Per un servo pare, quello che si occupava delle scuderie. Di fronte al diniego di sposare un suo pari, fu relegata in un’ala del castello dalla quale non poté uscire mai più. Si dice che passasse il suo tempo suonando il violino, nella speranza di poterne far giungere il canto accorato e le struggenti melodie al suo amato.

La solita favoletta per creduloni.

La villa diroccata però era sempre lì, e ultimamente era spesso nei suoi pensieri.

Un giorno qualunque, sotto l’effetto di non si sa quale irrefrenabile, irrazionale impulso dell’animo, entrò nel parco della villa scavalcando il cancello. Rimase lì seduto a lungo e notò che quelle frasi strane si riproponevano, sempre diverse, alla sua attenzione. Non sembravano arrivare da un luogo specifico o da una fonte sonora ragionevole. Sembravano scaturire dai suoi stessi pensieri.

Quando iniziò a farsi sera intravide un’ombra diafana che aleggiava tra le rovine, danzando forse, o semplicemente muovendosi trasportata dai capricci del vento, tanto appariva esile e delicata la sua figura, leggera e impalpabile.

Non andare via
Possiamo ricominciare
Da dove ci hanno separato
Da dove ci hanno tolto
Quello che era nostro

Di nuovo quella musica. E dalle rovine proveniva un bagliore.
Si
volse e vide la casa non più diroccata, ma integra. Le pareti erano complete, schiuse solo da grandi finestre accese da lampadari immensi, che riverberavano una luce calda su interni sontuosi e fiabeschi; coppie elegantissime danzavano e volteggiavano, al ritmo di quella stessa ipnotica melodia, riprodotta ora dai suoni variopinti di un’intera orchestra.

Il parco curato, un tappeto di erba umida e verde, aiuole fiorite, vasche d’acqua, statue e fontane. Un cielo terso e pieno di stelle. Una musica forte, onnipresente, accorata, magnetica. Un senso di vertigine.

Si girò verso quella creatura misteriosa, i suoi abiti sembravano intessuti della stessa luce della luna.

La guardò in viso, ascoltò la sua voce, guardò le sue movenze. Incredibile, era lei.

Si spaventò, si rese conto della stranezza, dell’assurdità di tutto questo, della sua condizione, dei suoi pensieri, della sua presenza lì, in quel luogo sinistro, con quella creatura enigmatica, oscura e seducente. Si chiese se stava sognando ma non si seppe dare risposta.

Lei gli porse la mano. Era fredda, sottile, leggera come l’aria.

Non vi era più nulla di doloroso, di pesante, di incomprensibile. Ogni pena si dissolse nella brezza della sera.

Mescolarono i loro respiri in un unico soffio, i loro battiti in un unico cuore. Salirono sulle alte terrazze e danzarono fino ad un sublime sfinimento, perdendo consapevolezza di loro stessi.

E poi, finalmente, fu bellissimo. 

Volare.

In un cielo purissimo, profumato di stelle, il bagliore della luna sui loro corpi lievi, avvolti nella musica e nella luce. Insieme divennero profumo di ricordi, essenza d’amore, teneri palpiti di segreti amanti.

Volare.

Quando ritrovarono il suo corpo a terra, schiantato, spezzato, tutti si chiesero il perché di quel gesto.

Il suo posto in ufficio fu rimesso a concorso, la casa dove viveva fu riaffittata.

La casa diroccata è ancora là.

A volte passando verso sera, si sente lieve, lontano, il suono di un violino. 

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Commenti

  1. Claudio Chiavari

    Isabella!
    Da poco qui su Open, ma subito attratto dal titolo del tuo racconto!
    Devo unirmi ai complimenti che ti hanno fatto gli altri, ma voglio sottolineare un aspetto che fino ad ora non è stato messo in risalto: sei riuscita a dare voce anche alle emozioni che un uomo può provare parlando, pensando o sognando l’amore!
    Il fatto che un uomo, di sesso maschile, non sappia amare è’ uno dei peggiori luoghi comuni…e tu sei riuscita a descrivere perfettamente la tenerezza che vive in noi “maschietti”!
    Complimenti e grazie…

  2. Lucia Cabella

    Sorprendente. Mi hai catturata fin dall’azzeccato accenno a “Cime Tempestose”, passando per le oniriche suggestioni descritte magistralmente in contrapposizione con la banalità dell’esistenza quotidiana, fino all’agghiacciante, eppure poetico, finale a sorpresa. Brava!

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Lucia. Mi ha sempre affascinata l’atmosfera un po’ romantica e un po’ gotica di Cime Tempestose e la versione musicale di Kate Bush così onirica come tu giustamente osservavi. Esattamente questo volevo esprimere, la magia del passato, il mistero delle affinità tra anime e dell’amore, nascosti nelle pieghe del quotidiano. Grazie ?

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Cristina, mi fa molto piacere che ti piaccia il mio modo di scrivere. Bellissimo complimento considerata anche la tua bravura! ☺

  3. Isabella Bignozzi Post author

    Ecco adesso piango. Grazie Marta per il tuo tempo, per l’attenzione e l’assiduità con cui mi leggi, per i commenti sempre accurati e in sintonia con quello che volevo esprimere. Sono lusingata che il mio modo di scrivere ti piaccia, nonostante i miei temi siano piuttosto semplici, quotidiani. Qualsiasi commento è per me prezioso per migliorare e maturare nello stile e nei contenuti. Per cui, chi mi legge è per me il più grande dei regali! Grazie davvero <3

  4. Massimo Tivoli

    Racconto suggestivo che sorprende sul finale. Sei riuscita a rendere dolce un concetto come la morte. Mi sono piaciute parecchio le descrizioni e l’atmosfera Lovecraftiana che sei riuscita a creare. Hai scritto di fantasmi ma in modo originale utilizzando una scrittura che definirei sensoriale nel momento dell’incontro tanto desiderato. Complimenti!

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Massimo di avermi letta! E grazie infinite dell’accostamento lusinghiero a Lovecraft… Con questo racconto in effetti ho tentato di rendere confusi i confini tra sogno e realtà; inoltre mi piaceva l’idea di inebriare di sensazioni il lettore, e lasciarlo un po’ sospeso, perplesso, quasi attonito sul finale. Il tuo commento mi fa immensamente piacere 🙂 grazie

  5. Micol Fusca

    Ciao. Mi unisco a Marta nel dire che, anche se ti ho “conosciuta” da poco, ho compreso che sei una “garanzia”. Il racconto è bellissimo, una ghost story dal triste finale che ha acceso quella porzione infinitesimale dell’unico neurone all’interno del mio corpo capace di provare “romanticismo”. Detta così, impresa non da poco.

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Ciao Micol! Grazie di avermi letta e di quello che mi scrivi. Ho adorato quello che ho letto di tuo e sono lusingata del fatto di esserti piaciuta! Il fatto di aver risvegliato il neurone romantico (che sono sicura è più di uno, forse il tuo romanticismo è solo meno sfacciato del mio, o meno ovvio nelle sue forme) mi rende felice oltre ogni dire! Grazie di cuore 🙂

  6. Marta Borroni

    Mia cara Isabella, nel mondo del politicamente corretto non dovrei sbilanciarmi in affermazioni troppo di parte, ma con te accade, deve accadere, scrivi troppo bene!
    Quindi qui lo dico- e non lo nego- rullo di tamburi… sei ufficialmente una delle mie preferite qui su edizioni Open e non solo!
    Adoro la tua scrittura, come riesci a trasportare dentro un mondo reale, quotidiano, e a restituire comunque e con assiduità, poesia e romanticismo, anche nei lati più cupi delle tue storie.
    Oltre a questo aspetto, già di per sé fondamentale per chi scrive, tu unisci anche tematiche importanti e sensibili e le sviluppi meravigliosamente, qui mi incanti con i passaggi che sono perle di riflessioni, e il finale non può che lasciare inquieti e far nascere un applauso a te, come sempre bravissima!