La vera storia della morte di Arthur McKenzie

Serie: La vera storia della morte di Arthur McKenzie

Adesso che tutti gli altri sono andati a dormire, posso riprendere queste poche righe. Chiunque leggerà queste carte conoscerà già il mio nome. Purtroppo, a causa dell’eccesso di zelo di alcuni inutili pennivendoli, pochi anni fa sono salito agli onori della cronaca per qualcosa che non ho mai commesso…o meglio, che non ho commesso nei modi e per le ragioni che vengono raccontati.

Comunque, che abbiate già letto la mia storia o no, che diate credito o meno a quegli inutili giornalisti, colmi di preconcetti e ignoranti circa il mondo in cui si affannano a vivere, vi prego di non considerare ciò che sto per raccontarvi alla luce di ciò che posso o meno aver compiuto o del giudizio che avete di me.

Quella che segue è la storia degli ultimi giorni di vita di Arthur McKenzie. Per voi sarà probabilmente un illustre sconosciuto, per me invece rappresenta l’uomo che suo malgrado ha dato – seppure in maniera inconsapevole – un senso alla mia esistenza.

Conobbi Arthur pochi giorni dopo essere stato condotto qui. Suppongo di non essere il primo ad aver occupato un luogo del genere controvoglia, o forse sono uno dei pochi ad avere cognizione del proprio status di prigioniero. Ormai da più di un anno risiedo presso la Casa sulla Collina, un luogo ben più sinistro di quanto possa suggerire il nome. Io e le persone con cui condivido praticamente tutto possiamo grosso modo essere suddivisi in tre grandi gruppi: c’è chi ha perso ogni contatto con la realtà in maniera più o meno brusca senza alcuna speranza di riconquistarlo, chi ha commesso crimini tanto indicibili da portare un giudice qualsiasi a stabilire che non ci fosse altra via se non l’allontanamento definitivo dalla civiltà e poi chi, a torto o a ragione, ha scelto le persone sbagliate contro cui schierarsi.

Per quanto mi sia dato da fare per indagare, non sono riuscito a scoprire l’anno in cui Arthur è entrato in questo luogo maledetto. C’è chi dice che sia stato catturato dalle autorità italiane in seguito ad una caccia all’uomo internazionale durata mesi e chi sostiene che fosse l’ennesimo barbone che ha sfogato il proprio sfintere sul portone sbagliato. Efferato assassino o povero derelitto che fosse, sta di fatto che Arthur ha passato qui dentro più tempo di quanto sia umanamente sopportabile. Quando lo conobbi era già ridotto allo stremo delle forze. Debilitato nel fisico e nella mente, si trascinava da un angolo all’altro della struttura seguendo pedissequamente i ritmi che gli erano imposti.

Ciò che nel corso della mia permanenza è successo ad Arthur potrebbe capitare domani ad ognuno di noi, posti oltre i margini della società per essere dimenticati per sempre. A chi muore qui spetta solo il cimitero comune, un campo non troppo ampio in cui vengono ammassate lapidi fatte di sabbia e calce senza un nome.

Nonostante fosse chiuso in un mutismo assoluto, appena arrivato mi accorsi subito che dietro quegli occhi grigi e acquosi il suo cervello continuava a funzionare e a captare segnali dall’esterno.

Ricordo che il nostro primo confronto avvenne in autunno. Era sera, poco prima di cena ci trovammo per caso da soli fuori dalla sala mensa in attesa dell’arrivo degli altri nostri compagni. La televisione era accesa ma nessuno dei due sembrava farci caso. Vidi che Arthur fissava fuori dalla grande finestra, come in cerca di qualcosa, muoveva il collo senza sosta provando ad individuare un oggetto o una persona nel buio del giardino.

“Che stai cercando?” Gli chiesi per rompere il ghiaccio. Ero arrivato da poco, la terapia farmacologica personalizzata non era ancora stata messa a punto e quindi a fine giornata avevo ancora tante energie residue. “Aspetti qualcuno?” Proseguii, vedendo che continuava ad agitare il collo in direzione della vetrata senza degnarmi di uno sguardo. Immaginavo che i suoi occhi si stessero muovendo a destra e a sinistra senza sosta.

“Non sono affari tuoi” rispose senza voltarsi.

“Mi chiamo…”

“Non mi interessa come ti chiami e sono sicuro che non ti interessi come mi chiamo io. Sei nuovo vero? Allora sta zitto e buono, tra un pò arriva la pappa e poi tutti a nanna. Lasciami in pace adesso, ho cose più importanti da fare.”

Quell’improvvisa loquacità così ostile mi costrinse a rimanere in assoluto silenzio per tutto il tempo che ci separò dalla cena.

L’indomani mattina, subito dopo colazione, quando fui certo che Arthur fosse da tutt’altra parte, andai a posizionarmi esattamente nel punto da cui la sera prima scrutava il giardino che circonda l’istituto. Volevo provare a trascorrere in maniera diversa un tempo che sembrava infinito, trovare un nuovo modo di far passare quelle ore interminabili scandite da terapie individuali, di gruppo, pasti e farmaci che ogni giorno si abbattevano su di me. Per quanto mi stessi impegnando, oltre le siepi basse, gli alberi radi in lontananza verso Ovest e il mulino bianco abbandonato in fondo al campo, tutto appariva noiosamente normale.

La sera dopo, stavolta senza dar fastidio o rivolgergli la parola, provai a sistemarmi qualche metro dietro la sedia che sapevo avrebbe occupato Arthur. Speravo così, se fossi stato abbastanza silenzioso e discreto, di poter carpire la direzione esatta del suo sguardo e comprendere il perché di tanta frenesia. Arthur non si fece vedere e rimasi da solo fino all’ora di cena. Durante la cena lo cercai con lo sguardo per tutto il tempo che avevamo a disposizione, raccolti come polli attorno a tavoli di metallo due metri per tre. Provai addirittura a chiedere ad uno degli infermieri se ne avesse notizie ma tutto quello che ricevetti come risposta fu una dose doppia del farmaco serale che mi mandò al tappeto non appena ebbi messo piede nella mia cella. Quando mi svegliai era già mattina, sentivo la schiena a pezzi per aver dormito per terra e guardandomi allo specchio vidi un livido sulla parte destra della fronte. Dovevo essermi letteralmente addormentato in piedi. Stavo ancora imparando e quella fu la mia ennesima lezione.

Serie: La vera storia della morte di Arthur McKenzie
  • Episodio 1: La vera storia della morte di Arthur McKenzie
  • Episodio 2: La ricerca della Verità
  • Episodio 3: Delirio nell’abisso
  • Episodio 4: Pezzi di Realtà
  • Episodio 5: La Fine?
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in LibriCK, LibriCK scelti per Voi

    Commenti

    1. Pingback: Edizioni Open: la casa dei racconti – Shadowriter – L'ombra dello scrittore

    2. Fabio Volpe

      Ciao Federico, complimenti per l’incipit.
      Ci si immerge lentamente e in poche battute si è dentro la storia.
      Continuo con gli altri capitoli perché mi piace come scrivi!

      1. Federico Ferrauto Post author

        Grazie Sara 🙂 spero che possano piacerti anche i capitoli successivi e soprattutto la fine che arriverà a breve

    3. Micol Fusca

      Ciao Federico. Di solito non mi complimento per la tecnica con cui è scritto un racconto perché è la storia quella a catturare per prima il mio cuore. Sarà perché non ho letto ancora nulla di tuo, ma a mio parere sei in grado di utilizzare la forma scritta alla perfezione. Ti invidio. Detto questo il tuo personaggio senza nome mi ha conquistata. Già da ora la trama si annuncia solida, lascia nel lettore il desiderio di leggere e leggere ancora.

      1. Federico Ferrauto Post author

        Grazie mille, Micol. Un riconoscimento davvero importante per me, soprattutto perché questo è il mio primo “esperimento” con questo genere 😀 Spero che i racconti che verranno dopo avranno lo stesso effetto!

    4. Alessandro Proietti

      Che dire, come sempre sei in grado di scrivere in modo pulito e semplice, senza sacrificare l’espressività. Come inizio mi piace molto, c’è tanta carne al fuoco, le atmosfere ricordano in parte un famoso film (tratto da un romanzo) di tanti anni fa; sono curioso di capire come si svilupperanno le cose, soprattutto riuscire a rendere la complessità che certi personaggi potrebbero avere. C’è qualche ripetizione di troppo sparsa ma niente che mini la scorrevolezza della lettura.

      1. Federico Ferrauto Post author

        Grazie Ale 😉 spero che il seguito possa continuare a tenerti incollati allo schermo. Di carne al fuoco, è vero, ne ho messa parecchia, anche perché volevo provare a giocare con alcuni elementi per me nuovi e uno stile un po’ diverso dal solito.
        Vediamo se la seconda puntata (già pubblicata ti fa lo stesso effetto 🙂 ).

        P.s. mi dici che film era? Giuro di non averci pensato 😀

      2. Alessandro Proietti

        Il film era “Qualcuno volò sul nido del cuculo” con Jack Nicholson. Già intravedo delle differenze però è stata la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo alcuni passaggi!

    5. Antonino Trovato

      Ciao Federico, al di là del senso di ineluttabilità provato da un prigioniero che riesci ad esprimere bene, è chiaro che la figura di Arthur ha attirato la mia attenzione, soprattutto il suo essere sfuggevole e il suo strano comportamento. E visto che il destino di questo prigioniero è stato già segnato dalla morte, mi chiedo che fine farà il tuo prigioniero senza nome… attendo il prossimo episodio😁!

      1. Federico Ferrauto Post author

        Ciao Antonio. Nulla è segnato in questa Realtà! Spero che anche i prossimi capitoli ti terranno incollato allo schermo 😉

    6. Tiziano Pitisci

      Ciao Federico! L’inizio di questa serie promette bene, hai uno stile fluido e scorrevole. Mi piacciono le storie ambientate in luoghi in cui è lecito desiderare evadere, ma dai quali spesso l’unico modo di emanciparsi è la morte (come nel caso di Arthur). Aspetto il seguito!

      1. Federico Ferrauto Post author

        Ciao Tiziano! L’evasione di Arthur purtroppo…no, no, non svelo nulla 🙂 Nei prossimi giorni inserirò anche la seconda puntata e il nostro scrittore inizierà a svelare qualcosa di più sul destino di Arthur…spero vi faccia venir voglia di non continuare la lettura 😀
        E grazie mille per il feedback!

    7. Alice Corradini

      Attraverso questo breve racconto sei riuscito a mettere in luce parte di quegli aspetti che spesso le mura carcerarie nascondono, arrivando persino a sopprimere la curiosità altrui attraverso azioni poco lecite purché questi fatti rimangano celati. Niente male come primo racconto, lo stile è buono e aspetto un tuo prossimo 🙂