La via di Heming (1/2)

Serie: Solar Punk


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo aver fatto amicizia con una cameriera, questa aiuta Reyno ad inserirsi nella prova "Animale Libero"

Io e la cameriera ci dirigiamo verso il tempio di Chang Chano, dove inizierà la corsa con i tori. Per ingannare la paura che mi sta salendo, le parlo senza trattenere il respiro:

“Ho sempre saputo di avere più voglia di esplorazione delle persone comuni. Ci ho messo molto a trovare uno stile di viaggio mio. Come il viaggio, il mio percorso di vita non è stato sequenziale: spesso sono tornato all’indietro, ho perso molto tempo.”

La cameriera non dice niente, continua a camminare con la testa in avanti.

“Ho fatto tante stronzate nella gioventù”, proseguo io: “influenzato negativamente da tutto ciò che di tossico e malvagio aveva da offrire il mercato occidentale. Per un certo periodo ho perso il controllo, non ero lucido, accecato dalla rabbia della mia povertà, mescolata a quella della città e a quella delle persone sui social networks.”

“Non capisco niente se parli nella tua lingua”, dice lei in inglese: “Guarda!”

La cameriera indica un tempio in lontananza, fatto da blocchi di pietra a gradoni: “Il tempio di Chang Chano. La tomba lussuosa di Wukong.”

Dei robot bendati con un telo di lino stanno trasportando una statua alta una trentina di metri, raffigurante un monaco in tunica e sandali, con una testa di scimmia.

“Quello è Wukong, il protettore dell’isola!”

Metto a fuoco la marcia dei robot, che si svolge sul percorso della prova. I robot pestano i piedi sulla sabbia coperta di rosso, trasportano la gigantesca statua con una immobilità precisa.

Un sentiero di 800 metri, detto la via di Heming, che conduce all’Arena Whitman.

I droidi sono festeggiati dalle migliaia di persone che gridano, compressi lungo i recinti, oppure dai balconi o i tetti dei palazzi. Vedo sonde Ying Yang nel cielo, sferette luminose che fluttuano nell’aria, proiettano ologrammi di tori mostruosi, demoniaci, con i musi intarsiati di sangue.

Ho paura.

Non voglio fare la prova.

La cameriera dice: “Sei un uomo coraggioso. Io voglio essere tua amica.”

La cameriera distrae il mio cervello, quando mi dona una piccola pergamena. Apro il rotolino e vedo una scritta rossa, ricamata a mano.

“E’ il mio contatto Instagram.”

Vedo il suo contatto Instagram: “El Amarna. Ti chiami così?”

“No,” replica la cameriera: “Mi chiamo Noora. E tu?”

“Reyno. Piacere.”

Ci stringiamo la mano con un sorriso, io nervoso lei disteso.

A poche decine di metri si sta eseguendo la cremazione di cadaveri. Cenere al vento, fiamme distruttrici, fuoco verdastro.

“Stanno deificando qualcuno, Noora?”

“No Reyno, sono i morti di ieri. I tori hanno ucciso ventisette persone.”

“Ah.”

La paralisi generata dal terrore evapora dalla mia pelle bollente.

La cameriera annusa l’aria cheta, di carne bruciata, di celebrazione e miseria, di passaggio tra vita e morte.

“Allora, buona fortuna Reyno.”

“Grazie Noora.”

M’incammino verso la via di Heming, a passi di formica, incerti. Mi giro verso la ragazza, che mi fa il segno di vittoria: “Good luck!”

Serie: Solar Punk


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Discussioni

  1. Ritorno a quel “ho perso molto tempo”. Forse non è così, a mio parere nessun tempo è “perso” nemmeno quello della dimenticanza: forse, è solo un ennesimo passaggio necessario a qualcosa. Cosa? Difficile dirlo, afferrare il senso: verrà da sé, ad un certo punto della nostra storia personale. Tornando al racconto, la tua dimensione è avvolgente e mi avvince con la sua dicotomia: adrenalina zen?

    1. Mangio ossimori a colazione! Mi fa piacere che tu abbia letto questo librick molto tempo dopo che l’ho messo, è un progetto che mi piace molto ma ha bisogno di molto tempo per ricerche… ora mi sto concentrando sul lato B del romanzetto che Open mi ha pubblicato. Devo chiudere bene una storia per iniziarne un’altra. Non vedo l’ora di rimettermi in questo progetto, che vuole fare dell’ossimoro il suo marchio narrativo: la confusione e spigliatezza di sentimenti quali scoperta e passione, tipiche del viaggio, unite a una logica tecnica, data da macchine che non hanno pensiero senziente, e quindi non sbagliano mai: come la lotta tra un falco e un drone nel cielo. Bella Mic!

  2. “Come il viaggio, il mio percorso di vita non è stato sequenziale: spesso sono tornato all’indietro, ho perso molto tempo.””
    In una sola frase hai racchiuso il senso della vita. Si apprende, sbaglia, rimette in piedi e si percorre un cammino: a volte qualche curva ci riporta ad un tratto già percorso, ma poi si prosegue

    1. E’ il tema della storia, forse non una cosa nuova ma alla base di tutto l’orientalismo e altre raligioni spesso la vita e vista come un viaggio, e qui mi fermo perchè sennò ti sforno cento frasi alla Baci Perugina, tipo “Non conta la meta, ma il percorso…” ecc. ecc. : )

  3. I tuo mondo che hai creato è veramente interessante, in bilico tra distopia e spiritualità, tra fanatismo e ricercà di sè. I tuoi protagonisti sono sempre così umani che è difficile non affezionarsi, soprattutto nel loro tentativo di elevarsi, spess frustrato dai limiti umani.
    Seguo questa serie con grande interesse

    1. Questa tua ultima osservazione mi rimanda ai libri di Jon Krakauer, che è tra le mie influenze: non solo in Into The Wild ma anche in altri suoi romanzi i protagonisti cercano di elevarsi affrontando la natura, trovando spesso la loro fine… grande grazie

  4. “La cameriera distrae il mio cervello, quando mi dona una piccola pergamena. Apro il rotolino e vedo una scritta rossa, ricamata a mano.“E’ il mio contatto Instagram.””
    Questo passaggio mi è piaciuto
    mi ha ricordato un po’ Dottor Strange :-p

  5. Stavolta, leggendo questo pezzo mi sono venute in mente due cose: la prima è uno di quei giochi complessi di escaperoom (scappa dall’ostello, dalla foresta, scappa dal tempio etc), dove difficoltà sempre maggiori con personaggi improbabili si aprono ad ogni nuovo livello, con un incastro di pezzi (a volte difficili da seguire, certo non distensivi non immediati da comprendere) che si compongono per magia all’ultimo step; seconda cosa un ologramma mosso da una mano tecnologica su una lavagna tridimensionale, togli un personaggio, mettine un altro dentro il nostro spazio tempo.
    Non è facile tenere a bada tutti questi personaggi che hanno anche qualche tratto di fumetto, quindi lo trovo un buon lavoro.

    1. Guarda, questa tua analisi delucida non solo un aspetto dello scritto, ma anche dello scrittore. Senza rendermene conto, anche io sono scappato spesso (compiti in classe, matrimonio, vita da ufficio…)… è proprio vero che anche se si scrive di robe astratte, comunque qualcosa su di te, o sul senso della vita torna: nella mia visione la vita è molto disordinata, e spesso capita che una situazione ingarbugliata si risolva all’ultimo… thank you

  6. Concordo con Kenji, la lettura di questa soprendente serie è tempo ben speso .
    Riconosco all’autore una spiccata capacità visionaria sostenuta da una scrittura pulita, lineare, mai sopra (o sotto) le righe. Appropriata è il termine più appropriato e, considerato il genere, non è cosa da poco. Soprattutto estremamente accurata, aspetto che apprezzo particolarmente.
    Anche stavolta si è riproposta in me la netta impressione di trovarmi di fronte a un film, o quantomeno alla sua sceneggiatura. Un gran bel film.
    Mi colpisce, in questa corsa pamploniana, l’atteggiamento per certi versi asettico di Noora, la cui apertura instagramiana fa intravedere un seguito forse sentimentale, pur sempre ammantato da una modernità straniante. Allo stesso tempo, la commistione di immagini futuristiche e classiche disorienta e incanta.
    Una prova di alto livello.

    1. Grazie Rob, viaggio sempre sul filo del rasoio con questo racconto, rischiando sempre di fare la figura tra il “dilettante”, cioè quello che non sa scrivere e quindi scrive di tutto (così come un ignorante, che non sa niente e quindi parla di tutto) e “l’artigiano”, cioè quello che ha diversi strumenti nella cassetta degli attrezzi e li usa tutti con l’obbiettivo di creare qualcosa di unico. Spero sempre, aldilà di tutte le scene che descrivo, che traspaia un sentimento, un emozione, un pensiero finalizzato all’azione (ed in questo il cinema mi ritorna utile, mette una scena d’azione per interrompere un flusso di pensieri che potrebbe risultare “una pippa”, come dicono a Roma). Andiamo avanti così, caro collega, sapendo anche che spesso i nostri percorsi umani sono simili. Anche io mi sono affacciato da poco “all’esterno” con i miei lavori, prima vivevo in una sorta di cella criogenica di lettura e scrittura, Edizioni Open è stato il primo passo verso gli altri per me. Grazie ancora Rob, ti leggo sempre

    1. Abbiamo in comune una certa passione per l’azione e la violenza estetica, come Tarantino, il tuo punto di vista completa quello di altri, dandomi una visione maggiore di quello che potrebbe piacere anche agli altri. Per questo: grazie