L’aggiustabambole

Incespico con difficoltà tra le fessure dei sanpietrini e le buche della strada, nel buio di un tardo pomeriggio d’inverno. La gonna stretta mi impedisce nei movimenti, così come la borsa piena di cartelle e documenti. Cavolo neanche oggi sono passata a portare le fatture al commercialista.

Una sensazione sgradevole mi fluisce nelle vene, si ferma alle tempie e alla bocca dello stomaco. Sono arrivata tardi ancora una volta ai ricevimenti degli insegnanti. Prendo il numero, riesco a parlare a malapena con quella di arte; latino e greco non le posso neppure avvicinare.

Esco dal Liceo. Mi avvicino al motorino parcheggiato pochi civici più in là, sul lato opposto della strada. Penso che anche stasera non ho niente per cena. Mi piego per slegare la catena, la borsa di pelle mi scivola giù dalla spalla. Quasi mi cadono tutti i documenti nella pozzanghera che è lì in agguato.

Mi sento apostrofare da una voce sottile e sconosciuta:

«La vedi la luna? Guarda che cos’è stasera!»

Eh?…come si permette questa persona di darmi del tu… e che bizzarro modo di rivolgersi …

Mi giro. Una vecchina.

Insignificante nell’aspetto, sicura nei modi. Mi guarda con naturalezza. Età non definibile, capelli bianchi raccolti in uno chignon ordinato, piccola e magra, aspetto dimesso, abiti semplici. Sguardo luminoso della persona intelligente, una punta di malizia. Negli occhi il riflesso di una strana, misteriosa consapevolezza.

D’un tratto la sua osservazione mi pare interessante. Unica cosa degna di essere ancora detta e ascoltata in questa interminabile giornata. Una ragnatela appiccicosa di cose che avrei potuto fare meglio o non avrei voluto fare del tutto, conti, orari, richieste, pressioni; tutto quell’aspettarsi qualcosa da me e, all’opposto, quello di cui avrei avuto bisogno io.

Bisogno io. Mi risuonano nella testa improvvise queste due parole, come un suono stonato, inaspettato, fuori luogo.

Mi accorgo solo allora di avere un forte mal di testa che forse è sempre quel senso di colpa che batte alle tempie, e una nausea che forse è sempre quel senso di costrizione e inutilità alla bocca dello stomaco.

Alzo lo sguardo solo per gentilezza, per buona educazione. Vedo in effetti una luna magnetica, racchiusa con la sua fetta di cielo tra i palazzi che disegnano la via. Una luna a metà, in un alone di luce perlata, trasparente, appena ombreggiata da nuvole di zucchero filato. Dettagli in evidenza, con riflessi fluorescenti. Altri sfumati nella foschia e nell’umidità della sera.

Il tempo si dilata, non penso più a nulla. Mi guardo intorno adesso.

Palazzi maestosi, portoni di legno pesanti, architravi, balaustre, inferriate di finestre gigantesche. Immagino corti interne silenziose, umide e verdi di edera, forse statue, uno scorrere d’acqua di fontane; colonne, e androni immensi, alte fiamme purpuree in camini secenteschi; stucchi, busti, affreschi, librerie con volumi rari rilegati in pelle; pesanti mantovane di velluto blu, pizzi impalpabili sui vetri sottili di grandi finestre; vasi dipinti e tappeti, arabeschi di seta scolorita su spine di cotto antico o legno intarsiato, consumati dal tempo.

La vecchina mi guarda, come se mi conoscesse da sempre, e mi sorride, come se sapesse che cosa sto pensando, immaginando. Mi riscuoto da queste immagini fiabesche che non so bene da dove arrivino, visto che la mia fantasia ultimamente è un po’ offuscata.

«Si, è bellissima».

«Non tutti guardano il cielo, non più, questo è il vero problema».

«Prego?».

«Molti sono come giocattoli rotti tra le mani di qualcuno».

Si gira senza ulteriori commiati. Entra nel portone che introduce in un colossale palazzo cinquecentesco, con la disinvoltura di chi ci abita. Dal fatto che se ne stesse lì, senza cappotto, con delle specie di ciabatte ai piedi, con l’aria di chi osserva i passanti o sorveglia o qualcosa di simile; da come vi rientra, nel palazzo, capisco che probabilmente ci abita o ne è la portiera. Una vecchina un po’ balorda, penso, abituata ad attaccare discorso con chi passa, per vincere la noia di lunghi pomeriggi in solitudine.

Ma ha qualcosa di sottile, una mancanza di volgarità, il suo essere così minuta, gracile, ma anche affilata, sì direi affilata; e non so perché uso questa parola, non è adatta a descrivere una persona, ma per lei è quella giusta. Avevo letto un romanzo un po’ di tempo fa, come si chiamava, qualcosa che aveva a che vedere con un riccio, tipo la gentilezza del riccio o l’eleganza del riccio, o qualcosa di simile.

A casa metto a tavola i ragazzi in qualche modo. Quella frase dei giocattoli rotti mi accompagna per tutta la cena e non so perché. Sono distratta, e non ascolto bene i discorsi e tutto il solito tran tran. Roba da matti. Sto anche a sentire le farneticazioni di una vecchietta che incontro per strada, mai vista né conosciuta prima.

Appena poggio la testa sul cuscino, l’unica immagine che ho negli occhi è la mia vecchia bambola rotta, che conservo ancora in uno scatolone nel soppalco. Cado senza accorgermene in un sonno profondo, in cui la bambola mi chiede aiuto, agitando penosamente l’unico braccio ancora integro, mentre è in mano a qualcuno di malvagio che vuole continuare a giocare senza ripararla. Io nel sogno lo so di chi sono quelle mani, non sono di una bambina. Ma chi insisterebbe a giocare con una bambola rotta? E improvvisamente le stesse piccole mani avide muovono i fili di innumerevoli, piangenti Pierrot. Mi sveglio tutta sudata.

Primo pensiero al risveglio, andare in via Ripetta. C’è quel negozio pazzesco in cui aggiustano i giocattoli. La vecchina non mi ha detto una parola a riguardo, ma so che voleva che andassi lì. Non sono mai stata tanto sicura di qualcosa in vita mia.

Mamma mia quel negozio con tutti quei bambolotti mancanti di un braccio o di una gamba, o di tutta la testa, buttati lì, in vetrina, che tutti quando passano li possono vedere. Come in un film dell’orrore, ho sempre pensato. Ma stamattina la faccenda mi sembra diversa, e della massima urgenza e importanza.

Chiamo in studio, tra le proteste della segretaria avverto che stamattina arriverò più tardi.

Prendo la bambola di quando ero bambina dallo scatolone nel soppalco. Mio marito mi guarda con aria interrogativa e divertita. Mi chiedo come mai l’ho conservata per tutto questo tempo, senza mai aggiustarla o buttarla. Strano. Manca ancora del suo piccolo braccio. Successe durante una festa, non si seppe mai chi fosse stato, a toglierle un braccio e nasconderlo così bene o portarselo via, non so, tanto che non è mai più stato ritrovato.

Mi guarda. E’ una bambola buona, non di quelle troppo rifinite o belle che mettono soggezione o severe o inquietanti che fanno paura. Però guardarla ora, senza quel braccio, mi provoca un dolore indicibile, un disagio profondo. Mi chiedo come ho fatto a non capire che aggiustare questa bambola era una delle cose più importanti che potessi, dovessi fare. Per me, per mio marito, i miei figli, tutti coloro che mi vogliono bene. La metto in borsa ed esco. E intanto penso che sto diventando matta.

L’artigiano delle bambole ha un aspetto bizzarro. Sembra che non esca da anni dal suo negozio, piegato com’è al suo banco da lavoro e mi accoglie come se mi stesse aspettando.

In uno spazio angusto, ripiani stracolmi, cose appese, ammonticchiate, ammassate, senza ordine né misura. Bambole di porcellana, di pezza, di legno, cartapesta, appoggiate in posizioni scomposte, innaturali; logore, mutilate, segnate dagli anni; mancanti degli arti, di un occhio, della testa, dei capelli; dai visi allegri o malinconici, o pensosi, o allarmati. E infiniti altri giocattoli, soldatini con o senza cavallo, marionette, ma anche animali, statuette, e ancora teste, mani, braccia e gambe, di porcellana, di plastica, di legno, di gesso. E ovunque stucchi, pennelli, colori, colle, solventi, recipienti, strofinacci, e un odore acre di laboratorio da restauro.

Gli mostro la bambola, non dice una parola. Mi guarda con aria grave, mi chiede se è successo da molto tempo. Gli dico sì, quand’ero bambina, era la mia bambola. Annuisce con l’aria di comprendere.

Mi chiede se sono sicura di volerla aggiustare, che questo cambierà molte cose, in modo imprevedibile forse. Gli dico che sì, lo voglio, era da tanto che non desideravo qualcosa con tanta intensità. E mentre lo dico sento la follia avvolgermi sempre più. Mi sento meglio del solito.

Saluto e vado al lavoro. Appena arrivata, semplicemente, con naturalezza, mi accorgo che non ce la faccio più. Senza dire una parola mi rivesto e me ne vado. Non do spiegazioni a nessuno, perché non ne ho neanche per me. So solo che lì non tornerò.

Torno a casa preoccupata ma mi rendo conto che nessuno mi chiede nulla, neanche una domanda. Mio marito, i miei figli mi sorridono felici. Non li ho mai visti così. Guardo sul mobile all’ingresso, vedo la bambola. Nessuno l’ha ritirata ma è lì, perfetta, integra, pulita, ben vestita, pettinata, come nuova.

Penso che tutto ricomincia ad avere un senso.

Pubblicato in LibriCK scelti per Voi

Commenti

  1. Isabella Bignozzi Post author

    Grazie Marta della tua attenzione e del tuo commento generoso. Descrivere mi piace molto perché io stessa mi immergo in mondi che mi fanno sognare, lontani dal grigiore quotidiano. Se mi dici che riesco a prendere per mano il lettore e a portarlo con me, mi fai felice.
    Sì, quanto agli incontri, hai proprio ragione. Anche i più piccoli, di pochi istanti a volte, penso siano crocevia della vita. A volte aiutano a trovare una nuova direzione. A reindirizzare la propria bussola verso la luce del sole.

  2. Tiziano Pitisci

    Lo ammetto: le storie in cui la dimensione reale si mescola con quella irrazionale mi conquistano quasi a prescindere (è un fatto di gusti personali). Ma questo LibriCK ha qualcosa in più: l’inquietudine della protagonista è palpabile e realistica perchè le cause non sono chiare (quanti di quelli che vivono un malessere di fondo, infatti, riescono a intercettarne lucidamente le cause?). Non è solo il caos di una città frenetica, non è solo la routine del lavoro o la gestione della famiglia. C’è qualcosa di recondito, di latente, di irrisoloto. Qualcosa che tormenta davvero e che nella vita reale rimarrebbe lí dov’è. Ben venga allora la magia dell’inspiegabile che arriva a sciogliere i nodi del passato, dell’infanzia e della nostra anima.

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Tiziano, hai colto nel segno. E’ proprio vero che le persone non riescono sempre a comprendere che cosa abbiano nel profondo che le fa soffrire. Molti hanno la loro bambola rotta o il loro soldatino da aggiustare, nel soppalco. Ben venga se succede qualcosa di inaspettato che le aiuta a liberarsi, anche in modo istintivo, senza riflettere troppo. Il soprannaturale piace molto anche a me e le dimensioni del sogno e della magia sono bellissime. E soprattutto sono in grado di riscattare tutti, nessuno escluso. Grazie di cuore 🙂

  3. Marta Borroni

    Come sai descrivere tu le città, gli ambienti e gli oggetti… nessuna! Vieni proprio voglia di viverci nei tuoi racconti!
    Di nuovo da un pò aspettavo di leggerti e non mi hai deluso, ci sono tantissimi passaggi di descrizioni che già da soli sono micro mondi e micro racconti, davvero deliziosi.
    Degli incontri, seppur brevi, anche io ho scritto molto, a volte qualcuno di esterno serve inevitabilmente per darci la spinta ad aggiustare un dettaglio che preso da solo può sembrare insignificante e che invece è il pezzo giusto per far scorrere l’ingranaggio del nostro Io. BRAVISSIMA!