Lapidi

Serie: L'anello di plastica

Le foglie arrugginite volteggiavano in lunghe spirali, sorrette da sbuffi di vento come in uno spettacolo di danza classica; si sorreggevano le une con le altre, per mano. Tra le nubi oltre le fronde degli alberi, tuoni rombavano in accompagnamento, lampeggiando tra i rami piegati dal dolore delle figlie smarrite.
     Messe da parte le fantasticherie, l’uomo barbuto lasciò la panchina del parco. Trascinava i piedi tra il rosso ammonticchiato ai lati del sentiero, pestando di proposito quanto più fogliame possibile per sentirne la croccantezza, il suono melodioso di un ultimo lamento prima di ridursi a brandelli. Girò i tacchi e tornò sulla panchina solitaria, poggiando le natiche esattamente dove aveva seduto un minuto prima. Si fuse ancora una volta con l’ambiente e chiuse gli occhi: fruscii, soffi, spifferi tra le fronde, il tappeto autunnale che prendeva vita nella sua mente. E un cellulare.
     «Sì?» lo portò rapido all’orecchio, lasciandoselo quasi scappare dalle dita per la tanta fretta.
     «Parlo con Janek Pešek?»
     «Certo. E io con chi ho il piacere di parlare, invece?» distese le gambe e respirò a fondo: non gli capitava spesso di ricevere chiamate da donne con una voce tanto sensuale.
     «Sul serio non mi riconosci?» dall’altro capo il tono scemò in un sospiro rassegnato. Janek staccò la schiena dalla comoda panchina e si irrigidì. Si passò una mano tra la folta barba scura: la certezza di essersi lasciato il passato alle spalle divenne un terremoto di dubbi che scosse le fondamenta su cui si poggiava ogni cosa.
     «Come hai avuto questo numero?» chiese a denti stretti.
     «La mamma è stata in ospedale per un mese, lo sai? È morta stanotte alle tre e un quarto; ero con lei, Janek.»
     «Mi dispiace.»
     «Non ti dispiace affatto!» sbottò lei, col tono spezzato da una fiammata di collera improvvisa. «Perché non torni qui? Dove sei? Non ho riconosciuto il prefisso.»
     «Da qualche parte vicino Budapest,» Janek continuava a torturare la propria barba, così da impedire alle mani di cercare di afferrare il cuore.
     «Che ci fai a Budapest? Hai trovato moglie?»
     «Cristo, Henriette, non iniziamo!»
     «Vieni per il funerale. Ti supplico.» Che fosse una distorsione del cellulare o meno, pareva proprio che dall’altro capo fossero arrivate le lacrime: pesavano. Pesavano tanto che nella non concordata scelta di far silenzio, ogni singulto veniva amplificato come lo stridere di un violino impazzito in un corridoio.
     «Ciao, Henriette,» spostò il dito sul tasto rosso. Prima di chiudere, la necessità di precisare un’ultima cosa prevalse: «Non farla seppellire vicino a papà. Nemmeno nello stesso cimitero, e se puoi, neppure nella stessa città.»

Infilarsi in un volo low-cost non aveva mai rappresentato un problema. Abituato a spostarsi di continuo, Janek dovette solo scegliere la città di partenza, di arrivo e quanto comodo stare sull’aereo. Sull’ultimo punto era stato pignolo. Voleva soffrire durante il viaggio e così fece: incastrato tra una madre col bambino appena nato e un vecchio panzone e sudaticcio.
     All’atterraggio lo aspettava un taxi e qualche scorpacciata di minuti dal primo centro urbano degno di nota. Le campagne non gli dicevano nulla, e non perché fossero brulle e scialbe, ma perché dopo avere imparato a conoscerlo, lo detestavano e lo ignoravano per puntiglio. Altrettanto faceva lui.
     Non ebbe molto tempo per darsi una ripulita. Henriette aveva insistito affinché passasse da casa, ma lui aveva resistito, con inenarrabile forza, a ogni invito, suggerimento o proposta anche solo considerata fattibile: era no, e no sarebbe rimasto. Il viaggio dall’albergo al cimitero durò uno di quei minuti così lunghi da permettergli di pentirsi di ogni scelta compiuta. Aprì lo sportello e la verità lo schiaffeggiò, adornata dalle luci del pomeriggio. Il feretro aspettava d’essere calato nella buca scavata accanto alla tomba del marito. Una nuvola di nere espressioni e abiti altrettanto tinti di lutto mormorava, spettegolava alle spalle dell’unica figura che piangeva lacrime umane.
     Janek si fece spazio tra una coltre di sguardi, di volti alieni e rinsecchiti da rughe e perfidia. Non appena raggiunse la sorella, quella si voltò ed esplose in un piagnisteo convulso, sul suo petto.
     «Vuoi farmi finire in galera?» mormorò lui, impassibile. Alle sue spalle, tutt’intorno e persino nascosti dietro gli uomini delle pompe funebri, occhi curiosi ammiravano la scena: nutrimento per pettegolezzi, invecchiato per una bella dozzina di anni.
     «Janek,» Henriette si piegò su se stessa, incapace di fronteggiare la figura del fratello. «Quanto sei cambiato…» gli sfiorò la guancia e lui scattò come una molla, facendo un passo indietro.
     «Allontanati, per favore. Evitiamo scandali.»
     «Scandali? Sono passati secoli, chi pensi che lo ricordi più?»
     «Tutti.»
     Nel sentirgli pronunciare quell’unica parola, Henriette fu trafitta dal giudizio universale, dispensato con cura attraverso il chiacchiericcio maligno e il brusio di voci ghignanti. Persino il prete chiamato a ufficiare la messa tremolava come una fiammella: aveva già fatto il segno della croce dieci volte.

La cerimonia durò pochi minuti. Amici e parenti lontani abbandonarono il cimitero non appena l’ufficiante salì in macchina e andò via assieme alle pompe funebri. Janek e Henriette rimasero sotto gli alberi immensi, tra le ombre proiettate dal sole tramontante e gli altri visitatori del cimitero che facevano compagnia ai propri cari.
     «Come se n’è andata?» esordì lui, inginocchiato davanti alla lapide appena piantata.
     «Nel sonno.»
     «Non ha mai…»
     «Ogni giorno, Janek. Non hai mai smesso di parlare di te.»
     Non servì altro. Nonostante fosse un uomo robusto e nerboruto, temprato dal fuoco rovente dell’esperienza, Janek ricordava per filo e per segno il fuscello che era quando gli fu infusa la vita per la prima volta. Ora che l’artefice del miracolo giaceva sepolto, il pensiero che i vermi o la terra o anche solo il tempo ne corrodessero il corpo non poteva essere tollerato: portò le mani al viso e si abbandonò alla realtà del fatti.
     «Perché accanto a papà?»
     «Janek, non ho soldi, lo capisci? Non ho avuto scelta.» Henriette lo aiutò a rimettersi in piedi.
     «Torno in albergo. Domani ho il volo di ritorno.»
     «Dormi a casa.»
     Tra le stoffe fresche dell’abito nero, Janek scorse il luccichio di un anello al dito di sua sorella. No, non era sposata, quello non aveva nemmeno lontanamente l’aspetto di un anello dignitoso.
     «Che ci fai con quel coso al dito?»
     «La nostra promessa…»
     «Maledizione, Henriette! Dopo così tanti anni?»
     «Sì! Anche ne passassero mille, cosa cambierebbe!?» le guance le si tinsero di rabbia. La bocca sottile, le labbra ben delineate, tremavano e supplicavano all’istinto di smettere di scalciare.
     «Butta quel cazzo di anello e fatti una vita!» Janek le diede le spalle. Da qualche parte sapeva che sarebbe stato un errore escluderla dal campo visivo. La consapevolezza di aver fatto un passo falso arrivò col rumore di ben altri passi, di piedi trascinati di corsa tra l’erbetta e le foglie muffite del cimitero.
     Henriette si tuffò tra le sue braccia e poggiò le labbra contro le sue. Durò a sufficienza da tramortire entrambi.
     «Non hai rispetto per mamma, dico io?» Janek si pulì la bocca e indicò la tomba, sdegnato.
     «Li odio entrambi,» confessò, senza pietà. «Odio soprattutto la mamma, in verità, per aver sempre provato ad allontanarci e guarirci dalla stretta del demonio! Che inetta.»
     Janek la spinse di lato e puntò dritto all’uscita del cimitero. Il cancello in ferro battuto pregava di essere raggiunto. Non ancora. Una mano lo afferrò per il polso e lui dovette fermarsi.
     «Non sono più una ragazzina.»
     «Non prendermi per il culo. Comincia col trovarti un uomo su cui sfogare i tuoi deliri e continua con lo sputare sulla tomba del bastardo che ti ha ridotta così.» Janek si chinò per prendere un sasso e lo scagliò contro il portafoto del padre, affisso alla lapide. Mancò il bersaglio e col rimbalzo colpì in pieno un vaso di fiori sulla tomba della madre. L’acqua schizzò in aria e piovve sulla pietra grigia, inerme: lacrime, ovunque.

Serie: L'anello di plastica
  • Episodio 1: Lapidi
  • Episodio 2: Flebile
  • Episodio 3: Un battito eterno
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    Commenti

    1. Daniele Parolisi

      Complimenti, mi ha intricato tantissimo. Bel pezzo davvero, sei riuscito a innestare la voglia di proseguire al successivo episodio. Molto bravo in ogni parte del racconto. Ancora complimenti.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ti ringrazio!
        Spero che tu gradisca anche il resto. E se non sarà così, spero tu voglia dirmi perché! 😀
        Buona lettura.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Grazie del commento 🙂
        Il prossimo episodio arriverà presto, ricco di altri dialoghi dolorosi. 😀

    2. Massimo Tivoli

      Ottimo inizio, situazione molto interessante nel suo essere aberrante e fuori da ogni etichetta. Il “male” del padre ereditato dalla figlia. Sul personaggio di Janek rimane un’ombra di mistero. Molto curioso di leggere gli altri episodi.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ciao, grazie per il commento.
        Sul personaggio di Janek si farà un po’ chiarezza, giusto un po’, e anche sul “male” 🙂 È stata una bella sfida scrivere di una tematica così delicata senza apparire superficiale o “meh”. Spero di non deludere!