L’aquilone di Piero (omaggio a Faber)

La luce del tramonto si diffonde dolcemente su quel campo di grano dorato. Il rosso dei papaveri, invece, è come una lentiggine diffusa in quella vasta distesa gialla, mentre lo Scirocco della sera fa danzare dolcemente le spighe al ritmo del suo leggero soffio.

Nel frattempo il piccolo Piero corre felice sulla stradina sterrata che taglia quella piantagione, approfittando del vento per far volare in alto il suo aquilone che ondeggia leggero tra gli ultimi raggi solari di quella giornata estiva, mentre nell’altra mano stringe una spiga appena raccolta, con la quale si diverte a salutare il sole.

Il bambino sta tornando verso casa sua, una graziosa cascina situata in fondo a quella viuzza ed è più o meno a metà del percorso quando inizia a percepire, nell’aria, qualcosa di diverso. Ormai il crepuscolo incalza e il tiepido venticello estivo diventa improvvisamente piuttosto freddo. Inoltre, una strana sensazione di angoscia afferra il cuoricino innocente di Piero che si ferma, turbato, a recuperare l’aquilone, riavvolgendone lo spago. Così, non appena stringe tra le mani il suo giocattolo volante, si accorge di una strana figura – comparsa all’improvviso – appoggiata con la schiena al tronco di una quercia situata al lato destro della strada. Indossa una vecchia uniforme militare e sulla sua spalla destra è appoggiata una baionetta.

Il misterioso soldato scruta malinconicamente il campo di grano e non appena si accorge della presenza del piccolo Piero, si volta verso di lui, abbozzando un sorriso sul suo volto pallido.

“Ciao Piero,” gli fa con voce flebile e stanca.

“Ciao! Come fai a sapere come mi chiamo?” gli chiede piuttosto meravigliato il bambino.

“Ho sentito tante volte la tua mamma chiamarti per nome, quando ti è capitato di passare di qui con lei.”

“Davvero? Io però non ti ho mai visto prima d’ora.”

“Credimi, ero qui. Sono sempre stato qui,” gli spiega dolcemente il soldato.

“Strano, io proprio non ti ho mai visto. Comunque tu sei un soldato, vero? Anch’io da grande vorrei diventare un soldato…”

All’udire queste innocenti parole, sul viso emaciato dell’uomo in divisa inizia a disegnarsi una espressione corrucciata e pensierosa, tradendo una mente apparentemente invasa da immagini e ricordi piuttosto dolorosi.

Passano pochi attimi, però, e di nuovo un paterno sorriso ricompare dinanzi agli occhioni verdi del fanciullo.

“E tu invece sai cosa mi sarebbe piaciuto fare? Trascorrere il mio tempo a far volare un bellissimo aquilone come il tuo, invece di andarmene per il mondo con questa divisa addosso.”

“Perché? Non ti piace fare il soldato?”

“No, Piero. Sai, all’inizio pensavo anch’io fosse una gran cosa andare a fare l’eroe in guerra…ma credimi: non lo è per niente.”

Il bambino abbassa per un attimo lo sguardo, pensieroso. Poi si rivolge di nuovo al suo interlocutore.

“D’accordo, forse mi hai convinto. E comunque se vuoi ti presto il mio aquilone, così potrai farlo volare un po’ anche tu. Magari così ti diverti un po’…non mi sembri tanto felice.”

Il militare è evidentemente toccato nel profondo dalla ingenua dolcezza di Piero.

“Ti ringrazio tanto…ma io non posso più far volare nessun aquilone. Però, se vuoi, puoi farlo tu per me, ricordandoti di questo povero e triste soldato ogni volta che lo farai.”

“Va bene, lo farò io. Magari così non sarai più triste.”

L’uomo, sorridendo, si piega sulle ginocchia per guardare meglio il piccolo.

“Sì, quando il tuo aquilone volerà anche per me non sarò più triste, promesso.”

Intanto, il crepuscolo ha ormai avvolto tutta la campagna e Piero si accinge a rimettersi in marcia verso casa, temendo la preoccupazione dei suoi genitori.

“Scusa signor soldato, ma adesso devo proprio andare. Tu non vai a casa a dormire?”

“No, io resto qui. È qui che dormo, in mezzo a questo campo.”

Piero rimane piuttosto perplesso. Decide però di non pensarci troppo, come del resto fanno tutti i bambini dinanzi alle stranezze degli adulti. Con la spiga nella sua mano, quindi, saluta quell’uomo, che lo ricambia con l’ennesimo sorriso e inizia frettolosamente a correre nella direzione della cascina.

Improvvisamente, però, ricorda qualcosa di importante che aveva dimenticato di chiedere al militare e allora, fermatosi, e si volta nuovamente verso di lui.

“Scusa, signore. Mi sono dimenticato di chiederti come ti chiami. Se non conosco il tuo nome come faccio a pensarti mentre faccio volare l’aquilone?”

“Hai propri ragione,” risponde l’altro, che continua: “Beh…io mi chiamo Piero, proprio come te.”

“Wow! Che bello! Allora questo sarà ancora di più l’aquilone di Piero. Ciao!”

Il bambino riprende a correre…ma…il cognome! Eh già, si accorge di essersi dimenticato di chiedergli anche il cognome. Del resto, senza conoscere quello, come farebbe l’aquilone a sapere che da adesso volerà per due “Piero” diversi?

Allora si volta di nuovo…ma il soldato è sparito.

Il piccolo Piero è interdetto. Si guarda intorno, osserva attentamente ogni lato della quercia e la zona circostante, ma nulla. Inoltre sta facendo decisamente buio e inizia a vedersi ben poco.

Stringe quindi le sue spallucce e riparte veloce verso casa, tenendo forte a sé il suo aquilone, vicino a quel cuoricino che da adesso batte un po’ anche per quella che è l’anima persa di un uomo col suo stesso nome ma dall’infelice destino.

Un uomo che disse addio alla vita e al mondo durante un giorno di primavera, ucciso dall’ultimo strascico di una terribile guerra, combattuta senza saperne neanche il perché.

E che ora dorme sepolto, per sempre, in un campo di grano. 

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Discussioni

  1. Bellissimo l’incipit! È la prima volta che leggo qualcosa di tuo e non sarà di certo l’ultima! Un bellissimo lab, delicato e poetico senza risultare per niente stucchevole, bravo!
    Alla prossima lettura

    1. Ciao Virginia, ti ringrazio molto. Ho provato a rimanere nei “binari” della canzone, proprio cercando di fare la massima attenzione a non essere fuori luogo e stucchevole, come tu hai osservato. L’apprezzamento tuo e degli altri, come già detto, mi rende molto felice 🙂 Grazie ancora e alla prossima!

  2. Ciao Raffaele, bellissimo lab. Hai reso omaggio al Faber nel migliore delle forme, con una poetica che era nelle vene anche del grande autore. I tuoi racconti mi affascinano sempre per questo aspetto, sei in grado di scrivere meraviglie facendole arrivare direttamente al cuore senza artifici.

    1. Grazie Micol per le tue bellissime parole. Come dicevo ad altri, accostarsi ad un gigante come De Andrè è un qualcosa che non ho fatto a cuor leggero. Ci voleva il massimo rispetto e tutta l’attenzione di questo mondo per evitare di scrivere qualcosa che fosse fuori luogo rispetto a una stupenda poesia come “La guerra di Piero”. Spero di esserci riuscito e il tuo apprezzamento, come quello degli altri, mi rincuora 🙂

  3. Ogni fan di Faber ha pensato allo stesso campo punteggiato di papaveri, una volta svelato l’argomento del Lab. Un fuoriclasse nell’uso delle parole in una delle sue canzoni più belle e conosciute. L’impresa era ardua, ma ce l’hai fatta.
    Il racconto è dolce, bello ed emozionante.
    Però non saprei se riuscirebbe a suscitare le stesse emozioni a chi non conosce la canzone, amche se credo che siano in pochissimi e che debbano bruciare all’inferno.

    1. Grazie Alessandro, come dicevo a Sergio, l’essere riuscito anche solo a non sfigurare in questo piccolo omaggio a Faber è già un gran risultato. Sicuramente chi non conosce la canzone non riuscirebbe ad apprezzare in pieno ma forse potrebbe essere l’occasione giusta per ascoltarla…ed evitare le fiamme dell’inferno con annesse fustigate punitive 😀
      A parte gli scherzi, io ho avuto la fortuna di imbattermi in una bravissima insegnante che alle superiori pensò bene di farci conoscere De Andrè (con tanto di stereo in classe!), facendo innamorare alcuni di noi della sua musica.
      Penso che cantautori come lui e molti altri debbano essere assolutamente presenti nei programmi scolastici così da poterli far conoscere un po’ a tutti.

  4. Bravo Raffaele, bel lab! come ti ho scritto sul gruppo FB, leggendo “campo di grano” nel tema del mese, anche la mia mente è corsa a “La guerra di Piero”; ma non me la son sentita di cimentarmi in una sfida simile. Tu hai avuto invece il coraggio di farlo, e già questo per me, è un punto in più!
    E poi, il racconto secondo me centra lo scopo.
    Personalmente (ma è un parere personale, quindi prendilo per tale) a tratti l’uso del presente mi ha messo qualche perplessità; lo vedo più idoneo ad un racconto in prima persona (ma ripeto, è un parere mio e non un giudizio).
    Per il resto, la descrizione in apertura è molto bella, così come la candida ingenuità del bambino in contrapposizione alla trieste rassegnazione del soldato caduto. Conoscnedo poi le vicende del Piero di De Andrè, è davvero difficile arrivare in fondo senza provare un velo di tristezza ed un po’ di commozione.

    1. Grazie Sergio, ti ringrazio molto per l’apprezzamento e per i tuoi suggerimenti e osservazioni che terrò sicuramente in considerazione per prossime revisioni del racconto. Sì, forse soprattutto l’abbandonare l’utilizzo del presente potrebbe dare una maggiore efficacia. Per il resto ovviamente mi rimetto a quanto già ti ho scritto su FB…mi sono armato di coraggio e spero che il risultato finale sia stato gradevole e soprattutto un minimo degno della meravigliosa canzone a cui mi sono ispirato.

  5. “No, io resto qui. È qui che dormo, in mezzo a questo campo”
    Eh, ma questo è un colpo basso! 🙂
    Ho un groppo in gola e sto sorridendo con gli occhi lucidi. Se tutto il racconto è un bellissimo omaggio a Faber ed al suo Piero, questa frase è l’apice del tutto. Io riprendo a scendere lungo la pagina, ma una lacrimuccia mi sta scendendo lungo la guancia.

    1. Ciao Cristina, grazie 🙂 Sì, l’intento è proprio quello di rimarcare il confronto tra i due Piero: L’amarezza e la malinconia di uno e la spensierata innocenza dell’altro. Grazie per essere passata!