Le gemelle

Io e Marta siamo sorelle gemelle, e siamo piuttosto carine insieme.

Viviamo dal nostro padre adottivo in un appartamento piccolo ma molto dolce, che prima era un po’ trasandato ma ora non più.

Quando siamo venute a stare qui lui aveva appena iniziato il primo anno di università. Lettere, per l’esattezza.

Ci siamo subito legate a lui in maniera morbosa e lo seguivamo ovunque. Spesso i suoi amici ci facevano anche dei complimenti e noi arrossivamo e ci facevamo piccole piccole.

Il nostro paese d’origine non lo sappiamo con precisione, ma non ci importa più di tanto.

Probabilmente i nostri genitori biologici non ci volevano tanto bene, o forse non potevano permettersi di badare a due figlie, chi lo sa.

Per noi però Daniele, la persona che si prende cura di noi, è il nostro vero padre, e gli vogliamo un bene immenso.

I suoi compagni di corso facevano un sacco di feste e noi ci andavamo quasi sempre, e talvolta trovavamo tipi un po’ strani, a volte inquietanti, e a volte anche appiccicosi.

Ad una delle prime feste, ad esempio, sono stata rimorchiata da un tipo buzzurro altissimo, tutto vestito di nero e dall’aria minacciosa.

Per gentilezza sono rimasta con lui quasi tutta la sera, mentre Marta, quella disgraziata, aveva fatto amicizia con una tipa che sembrava molto simpatica e un po’ fuori di testa.

Quando poi ce ne siamo andati via insieme a Daniele quasi le urlai contro per avermi lasciata da sola con quell’orco punkettaro, ma lei disse che non ci poteva fare niente, e si scusò timidamente.

Bastava questo per riappacificarci. Stavamo sempre insieme io e lei, capitava tante volte che ci confondessero anche.

Un ragazzo non ce l’abbiamo ancora, e per ora ci piace starcene sole.

Daniele invece ha avuto una ragazza per quasi due anni, Silvia, ma poi si sono lasciati ed è stato molto triste.

Anche lei aveva delle figlie adottive, e insieme andavamo d’accordo.

Mentre Daniele e Silvia leggevano sul divano insieme noi parlavamo dei fatti nostri e facevamo passare il tempo che era una meraviglia.

Guardavamo anche film insieme, ma i primi film loro se li sono persi quasi del tutto perché dopo pochi minuti dall’inizio si baciavano e andavano in camera a darsi ancora più baci, mentre noi proseguivamo volentieri la visione come amiche di vecchia data.

Ogni tanto, soprattutto all’inizio, andavamo al parco tutti insieme. Anche verso la fine del loro rapporto andavamo, ma era diverso.

Nell’ultimo periodo i loro discorsi erano più o meno tutti molto simili.

-Ti sento distante… ma mi ami ancora?-

-Certo che ti amo, Silvia-.

-Ma quanto?-

-Tanto… ora però smettila di tormentarmi-

-E perché ti starei tormentando? Sentiamo-

E così via, insomma. In realtà però Daniele non la amava più, e lo capivamo da quando tornava a casa, dopo esser stato con lei, perché si sedeva al tavolo in salotto e non parlava. Si metteva con il suo libro a camminare per la casa e non alzava mai lo sguardo.

Quando invece si vedevano le prime volte lui tornava a casa molto agitato e parlava di quanto fosse bello l’amore e di quanto fosse bella la vita.

-Come sono felice- diceva. Poi la chiamava e stavano al telefono per ore.

L’ultima volta che abbiamo visto Silvia è stata a casa sua, perché fuori faceva troppo freddo per starci.

Daniele quasi non la guardava più negli occhi, e Silvia piangeva tanto.

Nelle settimane successive Daniele sembrava spensierato, ma poi quando tornava a casa solo, di notte, piangeva quasi sempre, e allora capivamo che non era poi tanto spensierato.

Alle feste continuavamo ad andarci, anche se di meno, e con il passare dei mesi Daniele sembrava rallegrarsi, poco a poco.

Per un po’ di volte ci successe anche di restare nella stessa casa fino a mattina, e a volte Daniele passava la notte con qualche ragazza. Poi con la luce del giorno scappavamo come ladri, e a noi dispiaceva per quelle ragazze a cui lui la sera prima aveva giurato amore.

Ce le immaginavamo sole, appena sveglie, con un trambusto in testa e una vaga promessa di tenerezza.

O forse a loro andava bene così, non lo sappiamo.

Abbiamo passato momenti indimenticabili insieme. Nottate intere passate a studiare per gli esami e a bere caffè bollente.

Abbiamo riso della nostra goffaggine in alcune situazioni, e ci siamo pianti addosso per come abbiamo rovinato certi rapporti.

Abbiamo conosciuto studenti squattrinati, ragazze con il cuore a pezzi che bevevano per pensare ad altro, ragazzi che trovavano la vita meravigliosa, e altri che pensavano fosse meglio viverla atrofizzati da una sostanza, o da un pensiero.

Ragazzi che trovavano l’amore, altri che lo perdevano, e altri ancora che vivevano relazioni che non volevano vivere per non pensare alla ragazza che ancora amavano, e che li aveva lasciati.

Abbiamo visto altri paesi, sentito altre lingue, mangiato altri cibi e assaporato altre culture.

Abbiamo fatto autostop in strade sperdute, siamo stati ospitati da gente sconosciuta, e qualche notte l’abbiamo anche passata per strada, in una città che non era la nostra.

Abbiamo vissuto tutto questo insieme, io, mia sorella Marta e Daniele, e siamo contente, anche se ora ci ha abbandonato nello sgabuzzino, come se fossimo delle pantofole qualunque.

Già, un po’ di mesi dopo la magistrale ha trovato un lavoro abbastanza importante, e il suo capo gli ha chiesto di indossare scarpe eleganti, immaginiamo.

Sono affianco a noi, questi mocassini neri lucidi, nuovissimi.

Se la tirano come pochi e hanno un’aria tronfia, gli stronzi.

Ogni mattina Daniele apre lo sgabuzzino e prende loro, a noi non ci guarda neanche.

La notte io e Marta ricordiamo tutte le esperienze che abbiamo vissuto insieme, e siamo convinte che Daniele non amerà nessun altro tanto quanto ha amato noi. E poi facciamo una smorfia ai mocassini, per dispetto, ma loro fanno finta di niente.

Penso che non abbiano un’anima e siano la vuotezza più assoluta.

Noi siamo scarpe semplici, siamo bianche, un po’ sportive, e anche se non siamo adatte ad un posto di lavoro serio abbiamo tanti interessi, come la musica, i libri, il cinema.

Sappiamo a memoria le poesie di Ungaretti che Daniele ripeteva in salotto quando studiava per un esame, e sappiamo anche come analizzarle. Sappiamo parlare della Divina Commedia come se fosse la nostra vita, e di Petrarca che se fosse nostro padre. E voi, stupidi mocassini, sapete qualcosa di Ungaretti, di Dante, o di Saba? L’avete mai letto un libro? Credo proprio di no, e anche se fosse lo avreste letto senz’anima, perché quella non ce l’avete mai avuta.

Detto questo, ora ce ne stiamo zitte e lasciamo parlare quelle piccole scarpettine che Daniele indossava alle elementari.

Ci facciamo raccontare com’era la sua vita quando era bambino, dato che lui non ce ne ha mai parlato.

Loro ricordano volentieri i giorni in cui correvano felici nel cortiletto della scuola, o al parco di pomeriggio, quando le giornate finivano sempre troppo presto. Di quando sono caduti e Daniele si è fatto male per la prima volta e si è sbucciato, di quando si faceva merenda davanti alla televisione, e di quando ha avuto la prima fidanzatina.

E noi ascoltiamo nostalgiche i loro racconti dolci e innocenti (mentre aspettiamo speranzose che ai mocassini venga un infarto improvviso), e siamo contente di poter narrare a loro come è andata avanti la sua vita e come sia cambiata nel corso degli anni. Forse in meglio, o forse in peggio, ma questo non importa, finché abbiamo la nostra storia da raccontare.

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