Le mura di Domenico

Se un par d’anni fa si voleva entrare a San Gimignano da porta San Giovanni, quella sopra il poggio vicino a Piazzale Montemaggio, dopo aver lasciato la macchina nel parcheggio sottostante o a ridosso della fermata del tram era difficile mangiare in un posto che non fosse di proprietà di Domenico, a meno che non ci si volesse accontentà di roba incartata della Coop qualche metro più in giù. Destra o sinistra non importava, se si andava in comune a vedere di chi fossero tutti quei fondi di ristoranti e alberghi e camere da letto era tutto con la firma della sinistra di Domenico. Non si sa quanti soldi aveva in banca Domenico ma è sicuro che sarebbe stato capace anche a comprare tutto il comune di San Gimignano se l’Unesco gliel’avesse permesso. In comune si chiacchierava e basta e nessuna decisione urbanistica o architettonica era senza il suo consenso. Se in Piazza della Cisterna lo si vedeva prende un caffè assieme al sindaco si poteva da del lei a Domenico e non al politico: sembra una cosa strana ma a San Gimignano si usava fa così, il sindaco non se la prendeva e anzi si sentiva quasi protetto dalle parole di saluto verso Domenico. In paese tutti lo conoscevano ma di rado lo si vedeva a giro per la sua città, per le sue mura. Se ne stava in una casetta al secondo piano vicino alla Torre del Diavolo, nome che si sentiva dare spesso dai più vecchi mentre giocavano a carte parlando di lui. “E l’ha più soldi del diavolo che se volesse ci potrebbe comprà a tutti” sono parole che più o meno tutti hanno sentito a San Gimignano. E Domenico? Non si sa bene se l’abbia mai sentite pure lui, di sicuro quando era un giovane aiuto-cuoco negli anni ‘70 non lo conosceva nessuno. C’era un ristorantino su per via San Matteo chiuso chissà da quanti anni dove lui ogni giorno pelava e sbucciava verdure e patate, ogni giorno, tutti i giorni senza nemmeno un giorno di ferie per andare a giro a fumarsi una sigaretta con gli amici o bere qualcosa a casa della citta. Arrivò un giorno però in cui riuscì a fargli un salto di qualità e da semplice pelapatate divenne un grandissimo chef anche se non cucinava nulla di mano sua. Ma proprio niente. Si dice che una volta venendo presto la mattina beccò il proprietario disteso sul bancone col cuoco, tutti e due nudi. Da quel momento in poi per Domenico era tutto in discesa. Il cuoco fu licenziato e se ne andò a Certaldo o in quel di Firenze e in pochi anni la proprietà passo nelle mani di Domenico, tutto pur di non far sapere questa storia alla gente. Eppure la gente in qualche modo è venuta a saperlo. Domenico ne comprava quasi uno all’anno di fondi quando ancora c’erano le lire e l’Italia valeva qualcosa nel mondo. Anche con gli euro per Domenico la musica non è cambiata e infatti ogni anno guadagnava milioni di euro. Ma Domenico era sempre più vicino all’ospizio ma non si decideva a sposarsi: c’è chi dice che era frocio pure lui, c’è chi dice che non gli aveva amore per le donne, se ne dicono di tutti i colori insomma su Domenico. “Io un fo a pari a mangià per me figurati se mi metto a spende soldi pe na donna e pe i figli. Un fa per me” questo diceva sempre Domenico. E non faceva davvero per lui. A parte qualche amore giovanile Domenico aveva smesso i contatti sia con gli omini sia con le donne, tranne le strette di mano per accordarsi sui pagamenti e sugli affitti. Un giorno andò in fiamme una casa vicino alla Torre del Diavolo: era proprio quella di Domenico. Si dice che quella sera berciava dalla finestra se un lo posso avé io un lo può avé nessuno. Il giorno dopo ritrovarono il suo cadavere carbonizzato dopo che le fiamme si erano placate.

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