Leggende e Misteri – Parte I

Serie: Gli occhi del drago - Seconda Stagione

Contrariamente a quanto narravano le leggende metropolitane, che volevano i Prayers degli psicopatici assetati di sangue, le uniche ammaccature riportate da Akira furono quelle ricevute nel vicolo. Lui e il Prayer se l’erano date di santa ragione, tanto che era intervenuta una pattuglia per dividerli a forza. Onore al merito, il suo nemico gli aveva tenuto testa senza particolari difficoltà.

La cella in cui lo rinchiusero si rivelò confortevole, tranne che per un particolare: tutto era di un bianco immacolato che gli risultò disturbante. Pareti, branda di ferro, coperte e lenzuola, tavolo, sedia, servizi igienici e lavandino. Non c’era alcuno specchio e la porta d’entrata era serrata dall’esterno. Più che una prigione, gli parve la cella imbottita di un istituto psichiatrico.

Sapeva di trovarsi nei sotterranei del Santuario e questo era il suo maggior motivo di preoccupazione. Ricordava perfettamente quanto gli era stato detto da Lenore riguardo l’energia che permeava quel luogo. In lui non era ancora sorta la confusione, ma sentiva la mente farsi “leggera”: iniziava ad avere difficoltà a concentrarsi per troppo tempo. Si era rifugiato nella sua consueta ruotine di meditazione, deciso a combattere il torpore. Asetticità e vibrazioni operavano congiuntamente, nella più pericolosa delle torture: difendere la mente era la sua unica possibilità.

Almeno, fino a quando Lenore e Diana non fossero giunte a Histora.

I suoi nemici non erano nuovi a tentativi come il suo ed avevano trovato come contrastarlo. A cadenza irregolare un Prayer visitava la cella con il solo intento di disturbarlo, spezzando così la sua concentrazione. Impossibile ignorare la sua presenza. Omen, il Prayer con gli occhietti a spillo, snocciolava di continuo notizie relative alla presunta cattura delle sue compagne di viaggio. Akira si vedeva costretto a interrompere la meditazione per ascoltare con attenzione le parole del carceriere, alla ricerca di una qualche verità. Non poteva escludere che anche loro fossero cadute nella rete del Credo. Fino a quel momento, per fortuna, non era accaduto.

Ritrovare la concentrazione gli costava sempre più sforzo. Era lì da un paio di giorni, prima o dopo le sue labbra non avrebbero più celato alcun segreto.

La porta si aprì silenziosa rivelando la figura del Prayer; per il cervello del Ka l’assenza di qualsiasi suono era un’altra fonte di tortura. Di tanto in tanto Omen portava un pasto completo, caldo e dal profumo invitante, che Akira rifiutava di consumare. Non poteva fare a meno di bere qualche sorso d’acqua, ma era tutto ciò che era disposto a introdurre nello stomaco.

«Buonasera, Mastro Orologiaio. Stai destando preoccupazione, questa sera in cucina si sono dati da fare per stimolare il tuo appetito.»

«Buongiorno, Omen.» Akira si teneva ben stretto al suo orologio biologico: sapeva che fuori da quelle mura il sole era appena sorto.

Il Prayer posò il vassoio sul tavolo, osservando con ostentazione il contenuto del piatto.

«Pane appena sfornato, formaggio in crema, zuppa di patate dolci e una fetta di torta al latte.»

Akira rise, divertito. Anche il cibo che gli veniva portato, era bianco. «Mettici una tazza di caffè e quella la bevo. Una macchia di colore non stonerebbe.»

Il Prayer piegò le labbra in una smorfia, un pallido riflesso di un sorriso mal articolato. «Sei una persona importante là fuori, immagino che questa non sia la vita cui sei abituato: riprenderne il controllo dipende unicamente da te.

Questo non è il tuo posto, ne siamo consapevoli entrambi. Ti trovi in una situazione scomoda, che può essere risolta senza difficoltà: non sei tu, il “nemico”.»

Omen si allontanò dal tavolo di alcuni passi.

«Sei un uomo intelligente, conosci i tuoi limiti e sai che questa tua ostinazione non ti porterà a nulla. Sei forte, te lo concedo: di solito i nostri ospiti aprono il loro cuore e il loro pensiero, rivolgendoli al Puro, dopo qualche ora.

Ricordo cosa hai detto nel vicolo: conosci il dolore. La cicatrice che solca la tua schiena parla di una grande sofferenza.»

Akira era stanco del fasullo porgere la mano ostentato dal Prayer, ma badò bene a non esternare il suo pensiero. Non desiderava la sua empatia e di certo non gli avrebbe concesso la propria. Al momento dell’arresto, giustificato come una violazione al coprifuoco, era stato sottoposto ad una visita medica accurata. Gli erano state medicate le ferite che si era procurato nello scontro e consegnata una tuta immacolata da indossare.

Se il Credo avesse conosciuto la sua vera identità si sarebbe verificato un vero e proprio incidente diplomatico. Era certo che né Minnie né i suoi contatti lo avessero tradito.

Fortunatamente la sua etnia non era sufficiente a giustificare una sua presunta appartenenza alla Shishi e nessuno aveva avuto motivo di muovere le acque. Una volta adulto aveva rifiutato di tatuare la schiena, un rituale vecchio di secoli cui si sottoponevano i membri stretti della famiglia per dichiarare la loro sudditanza allo Shishi-Jaku. Un affronto che lo zio non aveva perdonato.

Decise di prendersi gioco del Prayer.

«Credimi, ancora non comprendo il motivo del vostro accanimento. Vero, ho violato il coprifuoco. Non credo che la mia colpa sia tanto grave da giustificare l’incarcerazione: sono certo che mia moglie si sia già rivolta al Priore per chiedere spiegazioni.»

Omen lo fulminò con un’occhiataccia. Non erano riusciti a cavargli di bocca nessuna informazione sulle compagne, il prigioniero si ostinava a recitare la sua parte senza demordere. Indicò con un gesto della mano il vassoio posato sul tavolo.

«Ti consiglio di mettere qualcosa nello stomaco.»

Se ne andò senza aggiungere altro ed Akira tornò a chiudere gli occhi. Quelle schermaglie iniziavano a costargli care, lo distoglievano dalla sua intenzione interiore.

La porta si aprì nuovamente, ma non aprì gli occhi.

Non riuscì a trattenere il fastidio e le sue parole risultarono secche. «Ancora qui, Prayer?»

Gli rispose una risata, lieve come il tintinnio di una campanella a vento.

Akira volse lo sguardo al nuovo arrivato, scoprendo di conoscere il suo volto. Era quello della bella e matura signora che aveva viaggiato con loro in treno. La stessa che di tanto in tanto aveva visto rivolgere uno sguardo gentile a Diana.

«Il mio nome è Charity. Sono felice di trovarti in salute.»

Alla vista di quell’imprevista minaccia, il Ka si alzò d’istinto.

L’unico indumento indossato da Charity era un’ampia gonna pantalone di candida seta bianca. Aveva ripiegato le ali metalliche, protesi applicate alle scapole, su se stesse per potersi muovere in quell’ambiente con comodità. Come quello dei Prayers il suo petto era piatto. Dove un tempo sorgeva un seno di donna, la pelle era perfettamente liscia e uniforme. Quello che gli stava di fronte era un Anghel.

Akira non riuscì a distogliere lo sguardo dalle ali.

«Comprendo il tuo sgomento. Le protesi possono essere rimosse in via temporanea, consentendoci di mischiarci al genere umano.»

Le sue parole diedero al Ka molto di cui riflettere: l’Anghel non si considerava un essere umano. Non più. Era giunto il momento della vera battaglia.

Charity mosse alcuni passi nella cella, osservando distrattamente il tavolo.

«Il cibo non è di tuo gradimento?»

«Non ho molto appetito.»

L’Anghel annuì, sfiorando con un dito il vassoio. «Non posso darti torto. Il cibo è ben poca cosa per l’anima, è una vile necessità del corpo.»

Akira non rispose, consapevole che con Charity scherzare come aveva fatto con il Prayer poteva rivelarsi pericoloso.

L’Anghel gli si avvicinò, portandosi di fronte a lui per guardarlo direttamente negli occhi.

«Sei un uomo intelligente, Omen ha ragione. Un uomo intelligente sa quando è il momento di arrendersi.»

Le parole gli sfuggirono dalle labbra ancor prima di poterle controllare. «Se ne sono andate. Lei è lontana.»

«Lei?» Le sopracciglia di Charity si piegarono in un’espressione divertita. «Intendi la donna? La miscredente che non ha osato toccare le ali per non rivelare la sua bruttura, quella di cui hai addosso ancora l’odore?»

L’Anghel scoppiò a ridere.

«Non è di mio interesse. Dove ha portato, la bambina?»

Serie: Gli occhi del drago - Seconda Stagione
  • Episodio 1: Leggende e Misteri – Parte I
  • Episodio 2: Leggende e Misteri – Parte II
  • Episodio 3: In Salvo
  • Episodio 4: L’Angelo e il Drago
  • Episodio 5: Il Piano
  • Episodio 6: Il Canyon
  • Episodio 7: Responsabilità – Parte I
  • Episodio 8: Responsabilità – Parte II
  • Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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    Discussioni

    1. Finalmente sono arrivato alla seconda stagione.
      Ti devo confidare una cosa strana: la Shishi-Jaku non mi è antipatica e il Credo lo trovo particolare.
      Al prossimo episodio.

      1. Ciao Raffaele, bentornato 😀
        Sono contenta che i contesti in cui si sviluppa la serie ti piacciano. Visto come ha preso vita da sola? Beato quel primo episodio di un progetto da riconsiderare in futuro ;D

      1. Ciao Alessandro, ti ringrazio per l’entusiasmo che dimostri per i miei racconti. Sarà perchè condividiamo quel pizzico di follia che ci fa amare i mondi fantastaci ;D

    2. “«Buongiorno, Omen.» Akira si teneva ben stretto al suo orologio biologico: sapeva che fuori da quelle mura il sole era appena sort”
      Questo passaggio mi è piaciuto, molto interessante

    3. Ciao Micol, per non perdermi la nuova stagione ho lasciato perdere il resto, scusami ma almeno terrò il passo. La serie comincia bene. Il finale dell’episodio poi, con questo Anghel, promette belle sorprese.

      1. Ciao Ivan. Non posso che ringraziarti per avermi rivolto uno sguardo di riguardo 😀 Nel prossimo episodio scoprire le “armi” a disposizione dell’Anghel

    4. Non mi aspettavo che qualcosa potesse mettere in difficoltà Akira, eppure attraverso le tue parole, ho percepito e condiviso il suo disagio di fronte all’anghel. Mannaggia a lui che ha parlato…. Ora mi metto in coda per il seguito!

      1. Ciao Sergio, l’Anghe è davvero disturbante… Più del bianco e dell’assenza di suoni. Akira dovrà mantenersi ben saldo e scavare dentro di sé combattendo fra verità e verità. Grazie mille per apprezzare questa serie 😀

    5. “«Buongiorno, Omen.» Akira si teneva ben stretto al suo orologio biologico: “
      Bello questo dettaglio. Omen è molto ingegnoso, se che cerca di disorientare Akira provando a fargli perdere il senso del tempo. E se Omen è ingegnoso, a maggior ragione deve esserlo chi lo scrive 😉

    6. Mammamia, questo Anghel sembra proprio pericoloso! Akira dovrà fare appello a tutta la sua forza, spirituale e non solo. Ho la vaga sensazione che stavolta non se la caverà con qualche ammaccatura. Bell’episodio, con quel tocco di sci-fi distopico che contraddistingue molte delle tue opere.
      Ciao Micol!

      1. Ciao Dario, bentrovato. Questa è una delle mi serie “soft”, Akira ne uscirà sano e salvo 😀