Lei

Serie: La pelle del male

Avrei dovuto avere freddo perché in quel febbraio la Versilia non era nel suo solito mite inverno, ogni tanto picchiava giornate più gelide e le folate di vento netto, gonfiate dall’attrito del mio corpo in bicicletta, sferzavano sulle guance rosse e stavo stranamente comunque bene, non avevo sciarpe né guanti, sfidavo l’aria con la fierezza della pelle scoperta, chi mi conosceva sapeva che ero fatta così, la camicetta bianca lanciava nell’aria i sui bordini di velluto neri attaccati sul collo, mentre il chiodo di cuoio si faceva scudo fra il mio petto e tutto il resto del vento.

Erano le cinque e cinque minuti, o meglio le diciassette del pomeriggio ed io ero già in totale ritardo quando, da vie piene di pini marittimi, svoltai sul viale a mare.

Le bandiere dei lidi sventolavano in alto, colorate, europee ed italiane, andandosi a conficcare nel pieno centro del tramonto che stava per morire accanto alle mie spalle.

La lunga fila di macchine che costeggiava il litorale era piena fino all’arrivo del centro, lasciando vuoti solo pochissimi parcheggi strettissimi, io con la mia bicicletta verde chiaro mi sentivo agile e veloce, nonostante il ritardo mi facesse sembrare più lenta di quello che ero.

I cestini di vimini che avevo avanti e dietro sobbalzavano di tanto in tanto fra la guida del mio manubrio e la strada.

Mi fermavo ad ogni striscia pedonale tra un bagno e l’attraversamento della via che li collegava, poi ripartivo rapida, con i tacchi conficcati nei pedali che non so come, riuscivo a far stare perfettamente stabili.

Le mie scarpe decolté nere si ammaccavano di graffi senza perdere un minimo di eleganza.

Chiunque abbia affermato che i jeans sono comodi, non sa cosa realmente vuol dire andarci in bici con un modello attillato che ad ogni pedalata i polpacci tirano il tessuto sulle ginocchia e ti sembra di fare il doppio della fatica.

I miei Jeans Replay di un azzurro vivido e delle parti un po’ sbiadite, quasi bianche, avevano almeno otto anni e ancora non riuscivo a buttarli, forse perché me li aveva regalati mia madre.

Il ristorante “La Barca” si stava per preparare al servizio, ci passai vicino e fui come trafitta dal nitido e persiste odore di fritto, il centro, ormai vicino, brulicava di gente a passeggio nell’attesa che quel tramonto così insolitamente spento, regalasse la solita meraviglia di un cielo intenso, anche se non sembrava essere quella la giornata ideale.

All’altezza del pontile girai a sinistra, attraversando il centro con il lungo viale pieno di palme e puntai dritta davanti a me per viale Duca D’Aosta, in lontananza sempre sulla sinistra, vedevo le luci fioche e gli scaffali rossi della libreria che mi attendevano.

Gli slogan dei libri vacillavano in piccoli volantini di carta appesi alla porta di ingresso.

“Sei in ritardo.”

Margherita con i suoi lunghissimi capelli biondo cenere e la sua frangia bombata mi squadrava annoiata e arrabbiata insieme.

“Lo so.”

Sbuffò due volte e poi tolse gli occhi dallo schermo del computer.

“Forse sarebbe ora che ti facessi la patente.”

“Lo so.”

“Beh, in verità dalla distanza che c’è fra qui e casa tua, sarebbe più il tempo per parcheggiare che per arrivare.”

“Vero.”

“Oggi andiamo avanti a monosillabi eh.”

“Odio febbraio, lo sai.”

“Lo so. Non posso coprirti sempre, cerca di essere in orario. Prima ha chiamato uno per te.”

“Chi?”

“Un certo Giovanni Falci.”

“Scherzi?”

“No.”

“Sarà uno scherzo. Non può essere lui.”

“Magari è proprio lui.”

“E perché un assassino dovrebbe cercare me?”

“Che ne so. Ha lasciato il suo numero e ha detto di richiamarlo al più presto.”

Tolsi il giubbotto di pelle, improvvisamente angosciata.

A quanti anni risaliva quella storia?

Forse a tre o quattro anni prima, certo finì nelle notizie di cronaca nera per un bel po’ di tempo.

“Va bene, lasciami lì l’appunto. Vada di là a cambiarmi.”

Mentre io mi avviavo verso il retro del magazzino, qualcuno entrò dalla porta principale portando con sé il vento più fresco del buio ormai netto che dominava le strade fuori da noi.

Le luci dei lampioni si stavano accedendo gradualmente, creando una luce ocra e sfumata ai primi bordi del cielo.

Lo spogliatoio era piccolo e angusto, raccolsi i capelli in una coda e le punte più sottili adesso solleticavano il tessuto leggero della camicia e un pezzo della mia schiena.

La testa era piena di pensieri e la voglia di lavorare praticamente assente, dalla parete più distante sentivo Margherita parlare con i clienti, sembrava cavarsela bene anche senza di me, e prima di andare da lei potevo aspettare ancora qualche momento, lì da sola, con la testa piena del volto di lui, e la necessità di sapere come sarebbe andata a finire quella storia.

Recuperato il cellulare dalla borsa, toccai sul numero di Marcus e feci partire la chiamata.

La sua faccia sorridente con i Ray-Ban a goccia calati sul naso riempì lo schermo di solarità.

Serie: La pelle del male
  • Episodio 1: Uccidere qualcuno 
  • Episodio 2: Uccidere lei 
  • Episodio 3: Lei
  • Episodio 4: Lui
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