L’Elfide

Serie: Il Branco Terza Stagione

«Posso aiutarti?»

Kato annuì, cedendo il rasoio a Juana. Sedette su uno sgabello per permettere alla donna di raggiungere la sommità del capo, confidando in lei.

Juana intinse il pennello da barba nella saponata e lo passò sul cranio per ammorbidire la pelle.

«Perché radi i capelli?»

Kind e Arak non si sottoponevano a quel rituale, si era chiesta se per un Daemon fosse il segno manifesto del raggiungimento della maturità.

«È il modo in cui portiamo il lutto. Maschi e femmine.»

La mano della donna si fermò per pochi secondi, per poi procedette con la delicatezza che aveva manifestato non appena impugnata la lama.

«Ti chiedo perdono, non desideravo essere indiscreta.»

«No.» Kato tenne il capo ben fermo, concedendosi un sorriso. «È tuo diritto chiedere, siamo un branco. Anche tu hai perso qualcuno.»

Juana annuì. «Una figlia» rispose alla domanda del Capobranco ancor prima che la formulasse: forse, con il tempo, stava diventando un po’ Daemon anche lei. «Non nella sommossa. Sara era una bambina bellissima: è caduta dall’altalena e ha sbattuto la testa.»

Uno stupido, stupidissimo incidente. Quanti bambini cadevano in quel modo senza riportare conseguenze? Sara aveva battuto il capo sull’angolo in cemento della struttura.

«Quanti anni aveva?»

«Quattro.»

«Kateeja ne aveva tre.»

Entrambi inviarono una preghiera silenziosa alle piccole.

«Il tuo compagno?»

Juana fece spallucce. «Ci siamo lasciati dopo qualche mese. Non è stata colpa sua, non ero preparata ad iniziare una nuova fase della mia vita: ho portato dentro quel dolore per molto tempo, ero inavvicinabile. Ora, riesco a gestirlo.»

Kato tenne per sé i suoi pensieri, ma la donna indovinò disapprovasse l’ex marito per essersi allontanato.

«Ecco fatto.»

Juana posò il rasoio sul tavolo, accanto alla bacinella contenente la saponata. Sorrise apertamente: aveva fatto un buon lavoro.

Il Daemon si passò una mano sul capo, esprimendo uguale soddisfazione.

«Grazie.»

Ancora alle sue spalle, la donna posò una mano sulla spalla robusta del Capobranco: sfiorò la tela lisa della casacca che indossava. «Sta cadendo a pezzi, cercherò qualcosa per te appena Joy sarò di ritorno: Patrick ha promesso di accompagnarmi a fare shopping.»

Di tanto in tanto uno dei guerrieri, strano chiamarli in quel modo, la accompagnava ai vicini centri commerciali per fare scorta di abbigliamento.

«Non troverai nulla, sono più grosso dei bambini.»

Juana corrugò la fronte, pensierosa: Arak e Kind entravano a malapena nelle taglie più grandi.

«Posso cercare della stoffa. Non sono una sarta, ma so come tenere un ago in mano. Se ti accontenti posso cucire delle vesti che ti si adattano.»

«Sei gentile.»

Juana scoppiò a ridere. «Lo hai detto tu. Siamo un branco.»

La sua espressione tornò seria non appena li raggiunse James.

«I ragazzi hanno avvertito la presenza di Joy.»

Kato si alzò, stirando i muscoli delle spalle. Aveva inviato il bambino in esplorazione una settimana prima. Sulla sua testa pendeva una spada di Damocle: era consapevole che prima o poi il branco di Jobat avrebbe messo in atto delle ritorsioni contro di lui. Erano fermi da troppo tempo, dovevano trovare un altro luogo. Katy era al quinto mese di gravidanza, dovevano agire in fretta prima che la stanchezza la vincesse del tutto.

Si diressero in direzione dell’entrata dell’hotel, unendosi al gruppo in attesa.

Kind e Arak avevano fiutato Joy da pochi minuti.

Il Capobranco inspirò con forza per comprendere quale fosse la sua posizione: non appena espirò l’aria dai polmoni scambiò uno sguardo sorpreso con gli altri Daemon. Non era solo. Decise di comunicarlo al resto del branco.

«Joy sta conducendo qui qualcun altro, l’estraneo ha un odore che non conosco. Non è una “bestia”.»

Nessuno mise mano alle armi: se Joy aveva ritenuto opportuno portarlo da loro, l’estraneo non rappresentava un pericolo.

«Odora di sangue fresco.»

Juana si fece avanti, sforzando lo sguardo. «È ferito?»

Kato parve non sapere cosa rispondere. «Gli odori sono molti. Avverto quello di sangue umano, Joy ne è coperto. Credo abbia incontrato qualche idiota lungo il cammino verso casa.»

Il ricordo di Saul e compagni si fece spazio nella mente di Patrick. Lo confinò con immediatezza in un angolo: un angolo nero e oscuro.

In quell’occasione Patrick aveva potuto toccare con mano la coesione del branco. Quando aveva portato Joy al piano superiore, tenendolo in braccio come un bambino, più di un membro della comunità gli si era fatto incontro manifestando preoccupazione. Katy era terrorizzata al pensiero che al ragazzo fosse accaduto qualcosa, aveva stretto con forza la mano che pendeva inerte fino a quando Joy non aveva aperto gli occhi per un attimo.

Juana li aspettava fuori dall’uscio della camera con un cambio di vestiti pulito, spazzolino e dentifricio ancora confezionati. Joy non aveva perso l’abitudine di lavarsi i denti più volte al giorno, la veterinaria ne teneva una buona scorta solo per lui. Quel buffo segno d’affetto aveva saputo comunicare a Patrick la solidarietà della donna.

I “bambini” si erano zittiti solo quando Joy si era unito agli altri il giorno dopo. Lo avevano accolto rasserenati, rimanendogli attorno per tutto il pomeriggio.

Nessuno, aveva mai fatto cenno a quanto era stato. James e Roger avevano pulito tutto in silenzio, accollandosi quel compito senza che nessuno glielo chiedesse.

«Riesco a vederlo.»

Kato teneva lo sguardo fisso sulla strada principale, attento. «Porta un bambino.»

Juana alzò gli occhi al cielo, chiedendosi cosa intendesse. Il Capobranco catalogava in quel modo gli individui che non avevano raggiunto l’età biologica di venti anni. Una volta gli aveva chiesto quanti ne avesse Joy. Non le aveva dato risposta e la donna aveva compreso che quella era un’informazione che non desiderava condividere. Probabilmente, per il bene di Patrick.

Il soldato fu il primo a muoversi, non appena vide il profilo di Joy profilarsi all’orizzonte. Kato e Juana si accodarono a lui mantenendo il passo. Quando raggiunsero il ragazzo, Joy consegnò al Daemon il suo fardello.

Nemmeno Juana seppe dargli un’età, era esile come un fuscello.

«L’ho incontrato poco distante, nei pressi di un edificio in rovina. I mangiauomini erano già lì, quando sono arrivato avevano già tolto gran parte delle macerie. Non ha mai ripreso conoscenza, ma ancora respira.»

«Dobbiamo portarlo dentro!»

Juana li invitò a non perdere tempo, precedendoli all’hotel. Si fece strada facendo cenno di lasciare l’entrata sgombra e si diresse nelle cucine, per recuperare la valigetta in cui teneva i medicinali che era riuscita a raccogliere.

Quando la raggiunse, Kato posò l’Elfide sopra il banco da lavoro. Era minuto, non dimostrava più di dodici anni. Vestiva con un’assurda camicia da notte a fiori, forse l’unica cosa che era riuscito ad afferrare nella fretta. Il tessuto era strappato esponendo il fianco destro, segnato una lunga ferita infetta. Dopo essersi lavata le mani e averle strofinate con del disinfettante Juana esaminò il taglio, sfiorandolo con attenzione.

«La ferita non è recente, deve essersi trascinato per settimane prima di crollare.» Abbassò il capo per auscultare il battito cardiaco e prese nota del respiro affannoso. Quando gli sfiorò la fronte la trovò bollente. «La situazione non è buona, i segni mi fanno pensare a una setticemia.»

«Non hai nulla, là dentro, che può aiutarlo?» Kato non conosceva quella parola, ma sapeva che il bambino era grave. Rivolse un cenno del capo in direzione della valigetta.

«Una pomata antibiotica. Non conosco la sua fisiologia, potrei peggiorare la situazione.»

Il Daemon cercò i suoi occhi. «Meglio tentare. Almeno, non avremo alcun rimorso.»

«Hai ragione.» Juana si sollevò le maniche, decisa. «Il genoma delle razze ha origine dal quello umano, potrebbe funzionare.»

Il Daemon la lasciò sola, ritirandosi nella hall per raggiungere Patrick. Joy arrivò per ultimo: si era allontanato per fare una doccia fredda e appariva in ordine. Una volta riuniti sedettero in uno dei salottini più appartati, rendendo palese il loro desiderio di discutere in privato.

Joy comunicò a Kato che gran parte dei branchi avevano abbandonato la città: qualcosa li aveva attirati in direzione della periferia. Forse, un nuovo attacco ai presidi. La sua era una supposizione, non era riuscito ad avvicinarsi ai Daemon per carpire notizie; appena lo avevano fiutato si erano allontanati in fretta. La situazione in città era peggiorata. I maiali avevano preso possesso dei quartieri lasciati deserti, seminando il terrore fra i sopravvissuti.

Il ragazzo prese un notes, posato sul tavolo di proposito, ed iniziò a disegnare una mappa a raggera. Delimitò i confini dei territori che si erano formati, ponendo delle note che risultassero comprensibili a Kato. Simboli e numeri. I Daemon non conoscevano il linguaggio scritto.

Furono interrotti da Arak, che si era avvicinato timidamente.

«Juana mi ha chiesto di avvisarvi. Si è svegliato.»

Avevano molto altro di cui discutere, ma in quel momento la loro priorità era quella di conoscere le condizioni del nuovo arrivato. Decisero di raggiungere la cucina a passo spedito.

Il bambino aveva socchiuso gli occhi e si guardava attorno impaurito. Joy si fece avanti per stingergli una mano e quel gesto parve quietarlo.

«Sei al sicuro, piccolo.” Kato giunse al loro fianco “Come ti chiami? Da dove vieni?»

Prima di perdere nuovamente conoscenza, il piccolo Elfide ebbe la forza di pronunciare poche parole.

«Ariel… Così mi chiamava qualcuno. ToyTown.»

Serie: Il Branco Terza Stagione
  • Episodio 1: Il Topino
  • Episodio 2: L’Elfide
  • Episodio 3: ToyTown
  • Episodio 4: La Colonia
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    Responses

    1. Ciao Micol, episodio empatico, significativo, che traccia ancora di più la diversità dei personaggi sempre ben caratterizzati in un contesto ormai disgregato, laddove però vi è la forza di andare avanti insieme. Bella chiusura che offre un gancio al prossimo episodio! Un caro abbraccio!

      1. Ciao Tonino, effettivamente questo episodio è un gancio per il prossimo arco narrativo, in cui introdurrò gli ultimi due personaggio del Branco. E Ariel? Mah…

      1. Ciao Alessandro, grazie per essere sempre presente e seguire le mie follie. In questo momento ti confesso di nutrire alcune perplessità sul pubblicare ancora serie lunghissime, come questa, perché alla fine (a meno di non essere assidui ed amare veramente la storia) i particolari si perdono. Sono contenta che il Branco riesca a trasmettere “l’umanità” di tutti i personaggi, era una delle cose che mi stava più a cuore.

    2. “l ragazzo prese un notes, posato sul tavolo di proposito, ed iniziò a disegnare una mappa a raggera. Delimitò i confini dei territori che si erano formati, ponendo delle note che risultassero comprensibili a Kato. Simboli e numeri. I Daemon non con”
      Questo passaggio mi è piaciuto