L’elisir della perfezione

«Non ce la faccio più!»

Claudio ancora non riusciva a capacitarsi dell’accaduto – ed erano passati sei mesi!

Come poteva uno come lui aver fatto ciò che aveva compiuto?

Ci aveva perso il sonno. E sicuramente anche il senno!

Era cambiato: sudava freddo per l’imbarazzo, aveva ansie perenni e non riusciva più a stare in pubblico.

Si era chiuso in casa a rimuginare sull’accaduto, fino a quando non poté più neanche guardarsi allo specchio.

Puzzava. Si trascurava, come trascurava la sua dimora; aveva allontanato tutti i conoscenti per non farsi vedere in quello stato.

Strato dopo strato aveva costruito su di sé alibi e convinzioni per giustificarsi, ma i sensi di colpa lo stavano logorando dal profondo. Non poteva perdonarsi, e la condizione in cui si trovava peggiorava il tutto.

Lui non era una persona violenta, odiava la violenza!

Ma allora come diamine era possibile essere arrivati alle mani?

Odiava il suo collega, insegnante di chimica organica; lo faceva sempre apparire come un idiota. Gli aveva soffiato via classi, rispetto, dignità: ce la metteva proprio tutta. Per colpa sua era divenuto lo zimbello dell’università.

La sua vita di sofferenze sociali continuava anche al lavoro!

All’origine del conflitto c’era sicuramente la questione di Maria, la collega di fisica generale – oltre che la gelosia per i progressi delle sue ricerche neurologiche.

Il collega di chimica organica l’aveva preso di mira per mettergli i bastoni tra le ruote; forse sperava di farlo andare via. Una volta gli aveva fatto inceppare la stampante nell’atrio, mettendolo in ridicolo davanti a tutti. Oramai aveva imparato ad usarla, ma c’era sempre tanto imbarazzo con le colleghe, armeggiando goffamente per non sentirsi le risate sul collo.

E dopo la competizione di mesi per contendersi Maria, lei si mise con il collega di lingua inglese. Di lingua inglese!

Ma tra Claudio e il collega l’odio era rimasto vivo.

Un’altra volta, per colpa di un dileggio, aveva dimenticato che la mensola in aula era rotta e gli cadde il caffè sulla camicia nuova! Tutta la classe rise.

Ma il culmine fu quando gli rigò la macchina, sei mesi prima. La curva era stretta, d’accordo, ma lo aveva fatto apposta! L’ultima goccia cadde nel vaso stracolmo, e se le diedero di santa ragione.

Claudio ebbe la meglio, e ruppe la mandibola del collega con il pc. Ma non era per niente ciò che voleva!

E da lì iniziarono i guai. Quando l’ira l’abbandonò si sentì in un imbarazzo immenso. Tutti lo guardavano, con la camicia strappata, le mani sporche di sangue e il collega a terra a sputare denti, in lacrime per il dolore.

Si sentì malissimo. Si sentì spaventato. Si sentì un mostro!

Le ripercussioni legali arrivarono immediatamente: il collega non perse tempo e colse la palla al balzo. Fortunatamente il penale fu evitato per un soffio grazie al suo ottimo avvocato e alle attenuanti di vario tipo, dovendo però versare ingenti quantità di denaro. Inoltre ebbe un provvedimento disciplinare all’università e la sospensione dall’attività di docente.

Eppure sembrava strano, ma quelle erano il problema minore. Aveva un nodo al petto, un peso costante di cui non riusciva a liberarsi. Si sentiva un animale selvaggio, e gli altri lo avrebbero per sempre visto come un folle. Si era rovinato da solo, per colpa di quel demente.

E il ricordo di ciò che aveva fatto lo dilaniava dall’interno: era divenuto prigioniero dei suoi stessi sensi di colpa.

A tredici mesi dall’accaduto la casa era un totale disastro. Claudio era dimagrito di chili, la barba lunga fino al petto e i capelli unti – quei pochi che gli erano rimasti.

I risparmi stavano per finire e la sospensione all’università sarebbe durata ancora per chissà quanto; tirava avanti con piccoli lavori saltuari. Le ripercussioni legali continuavano a perseguitarlo, con versamenti continui per riparare ai danni.

Non riusciva più a vivere in quello stato.

Amici e parenti si erano preoccupati, volevano aiutarlo, ma lui era diventato nervoso e scurrile e molti se n’erano andati dalla sua vita.

Non riusciva a trovare fine a quella decadenza.

Fu in quel clima che un giorno si era anche dimenticato del bicchiere scheggiato sull’orlo e si tagliò tutto il labbro. Lo gettò da parte per non fare più l’errore e in un momento di ira, con il sapore ferroso in bocca, decise: avrebbe risolto una volta per tutte!

Andò nel piccolo laboratorio che usava per i video online e le lezioni streaming.

Grazie alle ricerche condotte all’università conseguì grandi scoperte e risultati circa la formula per un potente inibitore di alcune specifiche aree del cervello. Aveva condotto degli esperimenti già in passato (non proprio in regola, su animali, cosa che gli aveva sottratto il supporto dell’università e negato pubblicazioni), e aveva scoperto un modo per annullare traumi particolarmente forti.

Era semplice quanto geniale: eventi della vita a cui erano legati emozioni fortemente negative o che generavano disagio e problematiche croniche di vario tipo, sparivano, come per magia.

Avrebbe preso il Nobel!

Poteva benissimo cancellare l’ultimo anno con una dosata quantità del suo elisir.

Anzi! Pensò in grande: avrebbe cancellato dalla sua memoria ogni errore compiuto.

Un elisir di correzione: l’Elisir della Perfezione, decise.

Non avrebbe più sofferto. Avrebbe riso lui per ultimo.

Non era perfezionato ancora, ma poteva benissimo passarci sopra: se fosse morto ancora meglio!

Sì, si sarebbe curato da solo. Avrebbe cancellato i suoi errori, avrebbe allontanato il rimorso e avrebbe ripreso a vivere!

Sessantotto giorni dall’esperimento: oramai da più di due mesi Claudio era felice.

Era cosciente dell’assunzione del suo Elisir, ed era fiero che avesse funzionato – in caso contrario aveva già scritto una patetica lettera d’addio.

L’effetto fu quasi immediato, e dopo una bella dormita si sentì come rinato: ogni ansia scomparsa, ogni problema risolto. Sapeva che era successo qualcosa di spiacevole in passato, ma non sapeva cosa e non voleva ricordarselo. Era solo cosciente che c’entrava qualcosa l’università, e che per qualche motivo non poteva più insegnare.

Certo, provava un po’ di ansia: non sapeva cosa avesse rimosso, ma era proprio quello lo scopo. Prima della cesura aveva già provveduto a risolvere vecchie questioni e cancellarne le tracce, in modo da iniziare una nuova vita.

A lui andava bene così. Gli bastava vivere felice e sereno.

Aveva ripreso a dormire regolarmente, aveva preso peso, aveva riesumato l’appartamento, aveva ripreso ad uscire e a curarsi.

E poi, poco dopo, gran gioia fu il permesso di tornare ad insegnare alla sua università.

Non vedeva l’ora di iniziare, in quel clima di rinvigorita voglia di vivere.

La mattina del ritorno all’università si preparò per bene. Tutto doveva essere perfetto, perché una volta al lavoro tutto sarebbe tornato come doveva essere. Si vestì particolarmente bene, si sistemò i capelli, si mise un buon profumo.

Vide un bicchiere messo da parte. Bevve un sorso d’acqua e si tagliò un po’ il labbro. Imprecò. Era scheggiato sul bordo. Lo gettò via arrabbiato e si medicò. Per fortuna nulla di grave.

Giunto all’Università decise di lasciare l’auto nel parcheggio dei docenti. Nella curva per l’ingesso strusciò contro l’auto di un collega. Qualcosa gli diceva che era del docente di inglese, che per qualche motivo gli stava antipatico. Si allontanò lentamente.

All’ingresso si fece un bel caffè americano per dimenticarsi dell’accaduto. Entrò in classe – già piena – ed appoggiò la tazza sulla mensola. Questa gli cadde sul piede e il caffè gli finì sui pantaloni.

«Che avete da ridere!» gridò alla classe. «E’ tutto ok…chiamo qualcuno».

I vestiti nuovi! E dovette ripulirsi da cima a fondo! Entrò in bagno e dopo essersi dato una pulita andò a stampare i moduli per i nuovi corsi. Non sapeva bene come armeggiare con la stampante, ma tentò comunque: finì col bloccarla dopo due fotocopie. Chiuse gli occhi, disperato.

«Che giornata del cazzo!» imprecò tra i denti, mentre una collaboratrice si avvicinò.

«Ancora non ha imparato, eh».

Claudio si sentì imbarazzato. Il labbro riprese a sanguinare e cercò di appoggiare i fogli con nonchalance sui pantaloni per mascherare la macchia ai colleghi che passavano per di là.

Ok, finisco la lezione e poi faccio una bella pausa, si disse, cercando di calmarsi.

Si stava dirigendo verso la sua aula quando entrò un docente nell’atrio.

Guardò in cagnesco Claudio. Lui sapeva di conoscerlo, e sentiva che era una persona che odiava dal profondo.

«Hai ancora il coraggio di farti vivo dopo quello che mi hai fatto?! Sono stato mesi bloccato per colpa tua! Fidati, quello che fu ai tempi era niente: ti prosciugherò fino all’ultimo spicciolo!» gli urlò contro.

Già nervoso, Claudio gli rispose a tono. «Ma che vuoi? Chi sei? Vedi dove devi andare!»

Gli salì una rabbia repressa che controllò subito.

Se ne stava per tornare in classe quando questo lo spinse, facendo cadere tutti i fogli a terra.

«Che hai fatto? Ti sei pisciato sotto?» lo derise l’uomo.

E Claudio non ci vide più.

Lo spintonò e lo sbatté contro il muro; lo colpì in volto. Dei colleghi tirarono via Claudio gridando cose tipo “ancora?”

Claudio si calmò, ma quando lasciò la presa il collega era immobile a terra.

E lì, immobile, restò fino all’arrivo della polizia.

Doveva essere la sua nuova vita, ma era nata da un errore imperdonabile.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Roberto, sconfiggere la legge del karma è un’ impresa titanica. Purtroppo non esistono medicine per dimenticare, vestiamo le nostre cicatrici e l’unica soluzione è quella di farme un cappotto che ci risulti comodo.
    Apprendere dagli errori e non arrendersi.

  2. Antonino Trovato

    Ciao Roberto, la radice in cui affonda questo racconto, a mio parere, e solo di natura psicologica: Claudio non accetta il proprio fallimento, rimane imprigionato in un decadimento che lo porta a dissociarsi dalla realtà, sino a negarla del tutto e gettarla nell’oblio della rimozione. Ma la realtà non dimentica, e il rimosso psicologico è illusorio, perché dimenticare fino in fondo è impossibile, salvo lesioni fisiche. Claudio non ha dimenticato chi è, e ricade nei soliti sbagli, e tutto perché non riesce a scrollarsi di dosso quella delusione. I placebo funzionano fino a un certo punto, poi la “magia” scompare. LibriCk che fa riflettere, e il tuo incedere preciso ha ben rappresentato sia la decadenza, sia il tentativo di rinascita😊! Alla prossima!

    1. Roberto Gargiulo Post author

      Grazie come sempre per i brillanti commenti! Hai colto il senso!
      Gli errori, a parer mio, non devono essere dimenticati, ci aiutano, per quanto dolorosi, a non farne di peggiori.
      Sbagliando si impara, e perseverare è diabolico 😜!