L’erba cattiva

Serie: Wild boys

Il sole è rosso come una ferita nuova. È tardi, devo tornare a casa. Mamma starà già in pensiero.

Guardo l’orologio che ho al polso, quello uscito dalla scatola dei cereali. È passata mezz’ora da quando sono tornato a chiederci di nuovo il lavoro. Mario puzzava di quell’acqua che tiene nella borraccia di metallo, che odora come lo spirito che usa mamma per fermare il sangue dal naso. Io lo vedo rosso, il sangue di mamma. Ma i dottori dicono che è pieno di cose bianche. Blasti, li chiamano.

Mica che è cattivo quando puzza. Cattivo è stato stamattina. Quando non voleva farmi lavorare per soldi. Eppure ce l’avevo detto che mamma piangeva e urlava, perché la medicina non la danno più e altrove costa tanti soldi.

Quando sono tornato, Mario era diverso: occhi da pazzo e puzzava, ma il lavoro me l’ha trovato, e mi ha dato già metà dei soldi.

“Per curare mamma, faccio qualsiasi cosa” ci ho detto per convincerlo, con i pugni chiusi e la pipì sulla punta del pisello. L’ho convinto. Solo che poi ha iniziato a piangere e mi ha detto un segreto sul sasso di papà. Allora ho iniziato a piangere pure io. Mamma non lo sa ma non ce lo dico, ché sicuro ci dispiace.

Mario piange ancora. Mi dispiace perché è mio amico, non si arrabbia che mamma mi porta da lui. Mamma ci chiese il permesso quella volta che ci voleva comprare le zucchine. Mario ci diede il permesso e le zucchine senza prendersi i soldi, disse che l’orto era solo per passare tempo e scacciare i ricordi.

Adesso Mario urla al cielo, urla a Lele. Strano, i papà arrabbiati con i figli sono cattivi. Invece Mario è buono.

Mi asciugo le lacrime con la mano, e Mario fa lo stesso. Vorrei darci una carezza, ma ha la barba lunga. Sembra Babbo Natale, ma i capelli e la barba non sono ovatta, sono le nuvole del temporale.

«Mi dispiace» dico, guardando in basso e dando un calcetto alla gamba della sua sedia, «non volevo che piangevi.»

«Sta’ tranquillo, cinesino.» Mi accarezza la guancia e sorride appena. «Non sei tu, è il ricordo. È come l’erba cattiva» dice, indicando il prato vicino all’orto, «non muore mai.» Il sorriso è sparito.

Mi chiama così per gli occhi a mandorla. Mica che pure gli altri, loro usano un nome che mi fa sentire le formiche e il fuoco alle guance.

Però è vero, l’erba cattiva non muore mai. Ma Mario conosce un modo per spezzarla.

Mi mette una mano sulla spalla. «Aspettami, vado a prendere il decespugliatore.» Si alza dalla sedia e va verso il capanno. Le bretelle ci tirano così su i pantaloni che ci fanno il culo grosso.

Nel capanno non c’è mai tanta luce. Mica che ci ho paura del buio. È che non si vede bene e posso cadere o sbattere, e bucare la tuta di jeans. E poi mamma si arrabbia, ché sta sempre a mettermi toppe.

Mario viene verso di me, tiene il coso che taglia con una mano, come quando che prende una di quelle canne per i pomodori.

«Tieni.» Mi passa il coso e devo stringere le chiappe per tenerlo. «Falcia ’sto pezzo.» Il braccio indica di nuovo il prato vicino all’orto. Sorrido strizzando gli occhi. Mica che mi piace il lavoro che mi ha dato. Ma i soldi sono la felicità, papà ce lo diceva sempre a mamma.

Mario è rientrato nel capanno, e io ho iniziato a falciare.

Il braccio trema e mi fa male. Ma quanto ci mette?

Sento qualcosa che mi sfiora la spalla. Mi volto. «Ehi, fa’ attenzione!» urla Mario, indietreggiando e mostrandomi le mani aperte.

Spengo il coso. «Scusa, mi hai fatto paura» ci dico, guardando per terra.

«Sono dieci minuti che ti chiamo dal capanno. Non hai sentito?»

«No.» Continuo a guardare in basso.

«Bene» conclude soddisfatto. «L’altra metà te la do a fine lavoro, okay?»

Alzo il viso e il pollice, e ci faccio l’occhiolino. «Un Lannister paga sempre i propri debiti.» E quando che lo dice l’attore che fa Tyrion mica lo dice meglio. Ma perché ci devo fare uscire la lingua di lato? Quando che lo dice il nano mica esce.

Mario si avvicina sorridente e mi spettina con la mano. Poi, facendo sparire il sorriso, mi guarda dritto negli occhi. «Mi raccomando, fa’ attenzione.»

Sento le formiche nella pancia e mi viene da fare pipì, e ci vorrei dire di non guardarmi in quel modo.

Serie: Wild boys
  • Episodio 1: L’erba cattiva
  • Episodio 2: Wild boys, never loose it…
  • Episodio 3: Lavoro finito
  • Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

    Commenti

    1. Maria Vaccaro

      Ciao Massimo, l’ho trovato molto dolce. Così, quando nelle descrizioni hai tirato fuori un po’ di amaro realismo, è scattato il coinvolgimento profondo. Più di una volta. Se posso permettermi di fare un umilissimo appunto, nella lettura mi ha invece lasciato perplessa il “ci” popolare. Però è puramente una questione di gusto.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Ciao Maria, grazie molto per la lettura e il commento. L’appunto ci sta tutto 🙂 Più volte mai sono interrogato su quel “ci”, alla fine ho deciso di metterlo per caratterizzare ancora meglio Tony.

    2. Marta Borroni

      L’introspezione emotiva che noto in questa serie, per la tua scrittura, è ancora maggiore. Mi hai colpito e commosso, ci sono perle di descrizioni molto belle. Complimenti.

    3. Dario Pezzotti

      Una nuova serie! Complimenti per lo stile; seguire i pensieri di questo ragazzino “speciale” (passami il termine) è affascinante ed estraniante al contempo. L’erba cattiva non muore mai! Sono curioso di scoprire dove mi condurrai questa volta.

    4. Massimo Tivoli Post author

      Grazie, Sara, per dedicarmi nuovamente il tuo tempo nella lettura. La serie sarà più breve, forse tre episodi. È meno pianificata della serie precedente, è un po’ più istintiva. Ma, credo, che comunque ci sarà una sorpresa sul finale 🙂

    5. Sara

      Ciao Massimo, la tua scrittura è veloce , tagli l’aria sottile , e forse vuoi arrivare alla lama. Nella narrazione si intrecciano i pensieri del ragazzino con il racconto di ciò che lo circonda, un po’ come quando si falcia l’erba e pezzettini vanno a finire ovunque il ragazzo si sta sporcando , deve imparare a lavare i suoi panni e già pensa anche a quelli di sua madre. Si macchierà i pantaloni con l’erba? queste macchie lasciano il segno.