L’eterna rinascita

Serie: Le tre essenze

Abbracciavo teneramente la mia amata e la nostra creatura, la osservavo orgoglioso e speranzoso, ma profondamente sapevo che la fine sarebbe giunta anche per lei, era inevitabile come lo sarebbe stato per tutti. La cosa che non mi riusciva, in quel preciso istante, mentre il vecchio, il caprone e la fanciulla si apprestavano a compiere quel passo che avrebbe capovolto ogni cosa, era di dire alla mia amata che quella era la fine, che l’avevo già vissuta e che, probabilmente non l’avremmo rivissuta un’altra volta.

La fanciulla, l’unica in grado di sapere e di condividere, aveva ragionato molto su cosa quella scelta avrebbe comportato, se la fine di tutto o qualcos’altro: ci aveva mostrato come l’universo avesse funzionato sempre in maniera ciclica, iniziando dallo stesso punto e finendo nel momento in cui sarebbe stato pronto per ricominciare, come il perimetri di un cerchio infinito. Il tempo ciclico, lo spazio limitato permettevano all’universo di essere ciò che era, ma più dava al vecchio, al caprone e alla fanciulla motivo di esistere, poiché in quel sistema essi rappresentavano come una tenera cornice triangolare al cui interno tutto vi era contenuto. Al centro di quella cornice, la Vita si era insinuata, concedendo ad un essere vivente la possibilità di accesso alle sue sublime e meravigliose verità, senza purtroppo essere in grado di esprimerle. Io e la mia amata decidemmo, prima che fosse troppo tardi, di chiamare quell’essere vivente, nostra figlia, Veva e, lei, consapevolmente ignara di tutto e di nulla, ci sorrise, mettendo una di quelle dita rotonde e grassocce tra le sue labbra umidicce e rosee. 

Più ascoltavamo le parole della fanciulla, mostrarci la logica intessuta in quello che era e che sarebbe stato, più mi veniva difficile spiegare alla mia amata quello che avremmo scelto di compiere: se da un lato desideravo che l’universo potesse evolversi nella sua forma matura, così come l’esistenza sembrava aver previsto, dall’altro desideravo vivere i miei giorni semplicemente con la mia famiglia. Eppure, sacrificarsi era l’unica cosa avremmo potuto fare: il vecchio, il caprone e la fanciulla, si sarebbero sacrificati all’oscurità dell’universo, mentre io e la mia amata ci saremmo sacrificati alla nostra bambina; nessuno, nemmeno la fanciulla, immaginava cosa le sarebbe accaduto, nonostante Egnatius mi rassicurò che la bolla vitale dentro la quale l’avremmo cullata, sarebbe bastata a proteggerla da qualunque evento imprevedibile. 

Veva – disse la fanciulla ad un certo punto, rivolta alla mia amata – è un nome stupendo – già – le rispose, senza riuscire a staccarsene, quasi come volesse tenerla con sé quanto possibile, poiché percepiva che presto se ne sarebbe dovuta separare. A quel punto non resistetti e andai dalla mia amata, le afferrai una mano e lacrimante le dissi quello che sarebbe accaduto: il volto affranto, il cuore spezzato, l’espressione corrugata quasi in senso di disprezzo. Mi fece volare una mano sulla guancia, sentimmo il tonfo, mi voltai mosso dall’urto e stetti in silenzio, aspettando un forte abbraccio amorevole – no – ripeteva piangente – deve esserci una soluzione. 

Il vecchio si fece appresso – il vostro è un dono magnifico – disse portandole il viso umido alla luce del fuoco, carezzandolo con cura – la vostra bimba è qualcosa che non sarebbe dovuta accadere, eppure accadde – la guardò teneramente, quasi con gli occhi di un fratello o di un devoto servitore. La fanciulla allora si ripropose alla mia amata – Veva – nominò, mentre il suono di una risata fanciullesca si espresse nell’aria – ipotizzo, sarà il primo seme di un’eterna rinascita – si tacque e riprese poco dopo – non so cosa significhi essere una madre o averne una, ma immagino che il più intimo compito di un genitore sia quello di rendere i propri figli dei genitori a loro volta – sospirò sorridendo – e sua figlia – si intromise Egnatius, – sarà la prima madre di tutti gli esseri viventi che, dopo di lei, verranno. 

A quelle parole la mia amata non seppe come replicare, mi guardò affranta e scossa da una terribile sensazione, un dubbio che le lacerava l’anima divaricandosi nelle sue membra – dopotutto – iniziò a dire, teneramente commossa – abbiamo già goduto di tutto ciò che desiderammo – mi disse lasciando la neonata alle mani del vecchio e venendomi a baciare – vorrei solo avere la sicurezza, la garanzia – riprese con un cenno di speranza, ma Egnatius la fermò. Di tutto ciò che sarebbe accaduto, nessuno aveva la minima certezza e sui nostri volti questo traspariva come la luce che trapassa lo specchio d’acqua di un mare cercando di illuminarne il fondo, ma senza riuscirsi – dobbiamo avere fede in loro – le dissi – loro? – mi chiese con sarcasmo – non sappiamo neanche chi sono – disse turbata, indebolendosi fino a non riuscire a tenersi in piedi, dovendo appoggiarsi alle mie spalle, alle mie braccia e io l’afferrai preoccupato accudendola. – Loro – le disse facendola sedere lentamente – sono tutto ciò di cui la Vita è composta, sono le sue essenze – le spiegai – non capisco, – mi disse stanca – la nostra bambina, guardala – le dissi, e il nostro sguardo si mosse verso Horatius che la cullava fischiettando – ha una forma razionale, un corpo dentro il quale risiede qualcosa di ignoto, di irrazionale – e le portai lo sguardo verso il caprone, la cui effige oscura e maligna sorrideva belata ai nostri occhi – un’anima di cui percepiamo soltanto la presenza.

Stanca, la mia amata sembrava aver colto il senso di quelle mie parole che si spargevano nel vuoto dell’universo, mi chiese – e la fanciulla? – e mi guardò con gli occhi illuminati dalla curiosità di voler capire e sapere – la fanciulla – ripetei dubitando – è la mente – improvvisai – è quel granello di luce che risiede dentro ogni essere vivente e lega l’anima al corpo, l’irrazionale al razionale, ma è anche l’opposto – pensai ad alta voce, percependo come una reminiscenza – un frammento di oscurità. Dopodiché iniziammo a trascorrere quieti quegli ultimi istanti della nostra esistenza, teneramente abbracciati attorno alla nostra bambina la quale ignorava ogni cosa.

Il momento finalmente giunse: scavammo una culla nel terreno, dove lasciammo la neonata, vicino al fuoco e il caprone con un gesto creò uno cerchio vitale attorno a lei, poi impugnò il suo bastone. Ci tenevamo in cerchio l’uno le mani dell’altro, lo sguardo mio e della mia amata avvolti in quel paffuto viso roseo, con le lacrime che scivolavano inesorabili, il caprone iniziò ad estrarre il bastone dal terreno, i nostri cuori rimbombavano nei nostri polmoni che respiravano affannatamente e e infine Egnatius sollevò il legno, il fuoco si spense, l’oscurità ci avvolse e qualcosa iniziò ad aggrapparsi a noi. 

Una forza mistica trascinò me e la mia amata nell’abisso, le nostre mani scivolarono via da quelle dei nostri compagni, un’energia compresse i nostri corpi facendoci diventare microscopiche particelle la cui razionalità venne a mancare, vorticammo in movimenti spiroidali, mentre iniziammo ad essere in grado di percepire ogni cosa, come fossimo diventati contenuto e contenitore di un fluido che iniziò a prendere forma, densità. Percepimmo allora ogni cosa, ogni singolo essere vivente e sentimmo il vecchio, il caprone e la fanciulla: mano nella mano, la corporeità dei tre iniziò ad avvolgersi, ad amalgamarsi con fatica come fossero anch’essi fluidi, ma di diversa intensità; si mescolarono l’uno con l’altro, finché non assunsero la forma di un uovo dall’energia instabile, la cui luce bianca iniziò ad attrarre il fluido dentro il quale ci trovavamo e divenendo nostro contenitore.

 Al loro interno era il vuoto: come una pagina completamente bianca cui vi giace un unico punto e quel punto eravamo noi, l’universo, tutti gli esseri viventi erano contenuti in quell’uovo bianco, impenetrabile, tutte le informazioni della Vita erano contenute in quella imperfetta forma sferica che giaceva in una dimensione propria, altra, al di là dello spazio e del tempo, immobile e instabile, come se le mancasse qualcosa, come se necessitasse qualcosa che non esisteva né in sé, ma nemmeno al di fuori di sé. 

All’improvviso sentimmo qualcosa che si sforzava per penetrare quella superficie e raggiungerci, percepimmo un frammento insidiarsi in quell’involucro bianco e vuoto, come una lettera che si incide nella pagina completamente immacolata e iniziammo a percepire le fratture diradarsi sulla superficie. Non essendo più in grado di contenere quel nuovo contenuto di informazioni vitali, che come un seme era penetrato in un uovo fecondandolo, quell’involucro bianco prese a collassare in se stesso, contraendosi sempre di più: contenuto e contenitore finirono con il collidere l’uno contro l’altro, sottraendosi e opponendosi alla tensione quando, infine, trovarono un leggiadro equilibrio. 

Fu come un esplosione durante la quale qualcosa riprese vita. In un istante, l‘universo rinacque, ma si fece sensibilmente diverso da prima: divenne un essere vivente soggetto al ciclo dell’esitenza capace di evolversi in qualcosa di nuovo ad ogni rinascita. Come quelle della Vita, le essenze dell’universo avevano acquistato qualcosa l’una dell’altra: lo spazio divenne infinito, il tempo istantaneo e la materia, tutto il resto, possedeva al suo interno un granello di luce e proiettava un’ombra d’oscurità.

Serie: Le tre essenze
  • Episodio 1: La leggiadra visione
  • Episodio 2: Luminosità crescente
  • Episodio 3: Granello di luce
  • Episodio 4: Il risveglio radioso
  • Episodio 5: L’abisso universale
  • Episodio 6: L’ultimo frammento
  • Episodio 7: L’inevitabile fine
  • Episodio 8: L’inaspettata creatura
  • Episodio 9: L’unione delle essenze
  • Episodio 10: L’eterna rinascita
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