Liberarsi dallo specchio



Il terminal degli autobus si preparava al riposo – l’unico modo che conosceva per goderselo ancora caldo di smog che sembrava non finire mai – era spurgare gli ultimi pendolari – persone scure nei cappotti e giacche sotto la consolazione di tornare a casa – dopo viaggi di ore che sommate tutti i giorni facevano una benedetta vita – arrivate e poi pronte ad andare via.

Nel buio sparse a casaccio in aria come coriandoli scendevano dagli ultimi autobus illuminati a tranci dalle luci gialle – solitari mostri tra le strisce blu di vernice sottile – spalmate parallele ai marciapiedi.

Camminavano con valigie e zaini calpestando chiazze di luce sull’asfalto che non si staccava di dosso – sera di novembre umida – marcita nei meandri dell’insegna al neon del bar con le ore piccole davanti – chiuso per poche ore e in piedi nella mattina che dorme – sbuffi di caffè fatti che caldi fluttuavano tra le macchine lasciate come barche nel mare traslucido – nella massa grigia- tintinnio lontano di tazzine e piattini che solcavano le unghie smaltate di Michela nel bar mentre rassettava per la milionesima volta con la sua coltre leonina sulla testa – tanto incasso ma poca vita – e in bocca il sapore di quella mangiucchiata dai clienti.

Michela iniziò a guardare il lucido del bancone – non si sentiva in vena di ordine – mentre sbriciava l’orologio imponendosi di non guardarlo troppo spesso – e minuti passavano lenti – piano piano dalla colonna vicino al frigo – come se il tempo fosse fermo a scatti – tutto fuori si era fermato – bisbigliava qualcuno con il cane a guinzaglio – e i pullman erano addormentati – nell’oscurità di cemento – il vigore dei suoi 30 anni come la febbre addosso – ma non poteva farlo vedere troppo – sottile e bianca – come la voleva il capo – sembrava un pezzo del bar – mentre penosa affiorava nel mascara sulle ciglia la voglia di vivere almeno la notte – di cui cercava di annusare la vita fuori – lontana dalla sua solita posa immobile dietro al bancone – fuori dalle otto ore che erano sempre nove o dieci.

Si fermò a guardarsi allo specchio- dopo tutti quegli anni – nella sua camicia nera con la toppa col nome del bar sul punto di strapparsi – e pantaloni e il grembiule da magazzino – mettere in ordine senza alzare lo sguardo – con il sudore sulla fronte riflessa dalla luce blu sul soffitto – emanava una puzza di caffè e profumo messo a inizio turno.

– me ne vado – disse a se stessa riflessa allo specchio

-aspetta, tra poco viene il capo – rispose il riflesso.

– devo andare –

il capo a provarci con lei pioveva dal cielo – dopo otto ore – nella fauna di sedie capovolte sui tavoli – la notte era corta e avvolta al collo della città come una sciarpa – lei non voleva essere un minuto di più come quella che vedeva allo specchio – una vita di isolamento nella cornice del bar.

Ma lei riflessa nello specchio – con i contorni di fumo delicato – continuava i gesti meccanici con meschina precisione – collaudati in tanti turni di lavoro – ogni volta come la prima volta- li faceva senza ascoltare i segnali che mandava il suo volto – il grido incoraggiato e favorito quanto represso da essersi sdoppiato – e ormai il suo riflesso viveva un’esistenza separata da lei – nello specchio c’era la vecchia Michela che si era scollata dalla vera vita.

-è inutile che continui a lavorare facendo finta di non pensarci –

-me ne vado – disse

ma il suo riflesso sorrise pensando alla sua ricchezza – scosse la testa in una minuscola frazione di tempo – Michela sbatté i pugni sul tavolo e il rumore rimbombò nel bar –

-non me frega un cazzo di quello schifoso-

-sono stanca, stanca, stanca di questa vita qua-

il suo riflesso alzò lo sguardo – poteva toccarlo – non disse niente – e riprese a sistemare i bicchieri sulla mensola insieme a lei – come una macchina dorata che ruggisce di senso del dovere – ma alla fine non riuscì a trattenersi e disse: -sta arrivando – e le ricordò ancora la sua presenza.

-pensaci…-

Michela lo sentì addosso – ferma come se fosse un ritratto – sovraccarica di energia – si era voltata di scatto come se già avesse sentito la voce del capo nel bar – prima che lui fosse entrato con i suoi jeans lisi e gli occhi da barracuda-

-pensaci…stasera te lo richiederà-

-e se questa volta ci starai…-

Michela si ficcò nel ripostiglio – ricordi quella sera?- afferrò il martello- il suo riflesso all’improvviso le indicò la finestra – illuminata con violenza dai fari di una macchina appena parcheggiata – Michela immobile ascoltò la voce della radio ovattata dentro la macchina .

-Eccolo! Sta arrivando finalmente!!!-

La sagoma sformata era in un attimo nel bar – come se fosse a casa – si guardava intorno e toccava tutto sedie, tavoli e bancone – tutto in ordine – tutto al suo posto-

-Buonaseeeera- disse.

Il rilfesso allo specchio sorrise.

Michela sbucò dal ripostiglio e lo raggiunse dietro al bancone.

-Buonasera, devo parlarti-

Il capo sgranò gli occhi e irrigidì la schiena – con la pancia flaccida che rimbalzò sotto la la giacca.

-dimmi tutto- e appese il braccione alla spalla di Michela.

-senti io ho trovato un altro lavoro, volevo dirti che da domani non vengo più-

il capo annuì – Ok…che peccato…dove hai trovato questo lavoro?- già ingoiava saliva.

-Lontano da qui-.

Quando Michela era già in mezzo al deserto del terminal – sola a orientarsi con la mente svuotata di quel pezzo di vita – il capo notò che lo specchio era disintegrato. Raccolse una scheggia nel deserto di rumori del bar. La scheggia in quella posizione aveva lo stesso colore – ma spento e secco – lontano dallo sfolgorio leonino – dei capelli di Michela che riassorbivano il loro colore autentico dall’aria, appena varcata la porta del bar.



Pubblicato in LIBRICK SCELTI PER VOI, Narrativa

Commenti

  1. Maeb

    Mi è piaciuto tanto. Lo stile, quasi una narrativa rap, e poi il personaggio che in un quotodiano sciatto fa un’immensa intima rivoluzione. Per me super bravo!

  2. Marta Borroni

    Ciao Stefano,
    di questo racconto mi piace tantissimo la struttura, sono incastri ben studiati per la trama ma che per il lettore scivolano via in un modo altamente piacevole.
    La storia procede intensa nonostante le pause, a mio avviso azzeccatissime, spargendo al suo interno metafore davvero ben scritte.
    Trovo molto evocativo il finale, con lo specchio, i capelli e quel colore… bello, bravo, mi è piaciuto molto!

  3. Tiziano Pitisci

    Ciao Stefano, due cose su questo LibriCK, anzi, tre, se aggiungiamo che lo trovo molto bello. La prima: hai uno stile tutto tuo che ti caratterizza, con questo rincorrersi di parentesi che impongono al lettore di inseguire la trama che si snoda tra digressioni e pensieri ad alta voce. La seconda: è una storia metropolitana che entusiasma senza bisogno di effetti speciali, senza fare ricorso a mondi immaginari e fantasioni. Personalmente adoro le storie di evasioni; e le prigioni non sono fatte solo di sbarre ma anche da un lavoro o una relazione ecc.. mi ha molto colpito la frase “ – tanto incasso ma poca vita – e in bocca il sapore di quella mangiucchiata dai clienti.” Terzo punto: mi è piaciuto! 🙂