L’incontro con la belva

Certi giorni non capisco se sia la mia depressione o il mio disturbo borderline diagnosticato a farmi stare a casa tutto il giorno senza la minima voglia di uscire. 

La depressione mi perseguita da anni, non sparisce mai, è sempre li come un’ombra a seguirti. Non ho mai scritto troppo sulla storia della mia depressione perché non so se abbia senso farlo.

Mi è stata diagnosticata la prima volta all’età di diciassette anni nella settimana di Santa Lucia. Ero in quarta superiore, scuola nuova, lontano da casa, nessun riferimento. Avevo deciso di cambiare scuola dopo la delusione amorosa con Matteo. Mi aveva devastata, ci avevo creduto così tanto. Dissi a tutti che volevo cambiare aria ed esplorare nuove città. Non era vero. La verità è che non riuscivo a sopportare la vista di quel ragazzo dai profondi occhi verdi che mi aveva spezzato il cuore.

Ad Agosto, un mese prima dell’inizio del nuovo anno scolastico mi tinsi i capelli di biondo fragola e mi attaccai delle extensions particolarmente lunghe. Sembravo una hippie e la cosa mi piaceva. Avevo finalmente una nuova identità. La vecchia Greta era sparita per dare spazio ad una nuova spumeggiante ragazza dai capelli biondi. 

Il primo giorno di scuola uscii con un ragazzo, Pietro, occhi azzurri, poeta e sostenitore accanito della marijuana. Mi aveva tenuto un posto in classe dato che aveva saputo dalla sua amica Giorgia che una nuova ragazza sarebbe arrivata.

Giorgia era una ragazza semplice, la classica trippy, frequentava il quarto anno di scienze umane. Era la mia unica amica alla settimana d’accoglienza per i nuovi studenti. Con lei andai per i luoghi più loschi della città, mi ubriacavo alle quattro del pomeriggio ed ero perennemente fatta. Si, io la ragazza con gli occhi dolci e la media dell’otto. Stavo scoprendo un nuovo mondo.

Il primo giorno Pietro mi offrì da fumare subito dopo l’uscita dall’aula per la pausa pranzo. Non potevo rifiutare, la nuova me era troppo attratta da quelle nuove esilaranti sensazioni. In mensa mangia tutto quello che mi mettevano sul piatto, non avevo ben presente cosa fosse, ancora oggi non ricordo che cibo c’era sul piatto.

Dopo pranzo fumammo ancora e bevemmo due birre. Non mi ero mai sentita così libera prima. Il ritorno in classe fu traumatico ma andò tutto liscio. Le tre ore pomeridiane passarono in un batter d’occhio. Erano già le cinque, questo significava altra fumata con Pietro. Era molto gentile per essere il primo giorno insieme come compagni di classe. Il pomeriggio quel pomeriggio lo passai a leggere, mangiare omogenizzati alla mela e ad una certa uscii per dirigermi al bar dove ero stata il giorno prima.

Quel bar diventò poi la tappa fissa di ogni pomeriggio. Eravamo sempre li, anche il sabato sera dove i proprietari ci riservavano perfino una sala tutta per noi dove potevamo fare come se fossimo a casa nostra. Beh quel pomeriggio ordinai cinque vini bianchi, quella poi diventò circa la mia media quotidiana di vino, senza contare poi le birre e gli eventuali shots al bar di Miki.

Quel pomeriggio c’era anche Pietro, Andrea, Simone, Sandro, tutti quanti quelli che poi diventarono i miei “amici” per tre anni. Fumammo anche li, era ormai un’abitudine. Tutti fumavano così tanto lì. Pietro e Andrea erano un’eccezione perchè loro fumavano davvero tanto e senza riguardo ovunque. Io ero dunque nella media, ero normale. 

I problemi iniziarono proprio da quel magico primo giorno di scuola. L’erba, l’alcool e la mia ansia da sempre presente avevano cominciato a causarmi intensi attacchi di panico durante l’orario scolastico. Ero devastata, non sapevo come prendere in mano la situazione, in quel momento avrei voluto avere un amico o un adulto accanto a me che mi avesse aiutata a gestire il tutto senza paura, in tutta tranquillità. No, io ero sola. I miei genitori li sentivo solo al telefono e dicevo sempre che le cose andavano bene. La mia educatrice a scuola iniziò a preoccuparsi e mi indirizzò dalla psciologa. Ci andai una volta e basta, avevo capito di dover prendere in mano la situazione con i miei genitori. Fu molto difficile ammettere che la loro brava figliola aveva un disturbo mentale e desiderasse parlare con uno specialista.

A metà dicembre conobbi il Dr. Sinker, psichiatra infantile abbastanza rinomato in zona. Lui mi prescrisse subito Xanax e Entact. Disse che avevo una grave depressione da tenere sotto stretto controllo, un disturbo d’ansia generalizzata e attacchi di panico disturbanti. Aveva rispecchiato esattamente la mia autodiagnosi. 

Inizia anche un percorso psicoterapeutico con la Dr.ssa Floi. Lei era una donna molto dolce, andare ad i suoi appuntamenti sembrava come prendere un caffè con un’amica. Per questo motivo dopo qualche mese non riuscii più ad essere completamente sincera con lei perchè mi sembrava quasi di deluderla a raccontarle certi miei comportamenti. Avevo ricominciato a tagliarmi a Dicembre. Non lo sapeva nessuno e nessuno lo avrebbe mai notato. E comunque non avrebbe interessato niente a nessuno. 

Sentivo di aver bisogno di cambiare qualcosa nella mia vita, dovevo trovare qualcosa che mi desse veramente la forza di andare avanti. 

Scrivere tutto questo, che è solo una piccola parte nel mio lungo percorso terapeutico, è stato psicologicamente stremante. Ripensare a quei lontani ricordi ha fatto male.

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Commenti

  1. Daniele Parolisi

    Bella storia e hai un modo di raccontare che trasportare il lettore nel.contesto in maniera piuttosto naturale. Alla fine il.lettore non può che sospirare per tirar fuori il carico di sentimenti a cui lo hai esposto. Complimenti 🙂

  2. Andrea Ferrini

    Buongiorno,
    al di la delle critiche costruttive, dico solo una cosa:
    Mi piace quello che scrivi, continua assolutamente perché sono un tuo lettore.

    Il titolo mi aveva ingannato, sono sincero, e ho trovato una bella storia, ti consiglio di fare una serie degli episodi.

    Complimenti

  3. Eliseo Palumbo

    Non so se siano autobiagrafiche le cose che scrivi, se così fosse da un lato è vero che fa male rivivere certi ricordi ma d’altra parte ti fa bene scriverne e la scrittura può essere un ottimo mezzo terapeutico.
    Per la stesura del racconto in sé ci sono alcune cose da sistemare, ma prima di elencarle vorrei capire la natura del racconto, se è autobiografico va più che bene così, continua a scrivere e vedrai che andrà tutto meglio.