L’Incrocio

Serie: Emotikon

La strada forzava brutalmente il panorama boschivo, creando un bypass di movimenti umani.

Di passo in passo, la terra secca sui vestiti pioveva sottile come intonaco da un vecchio edificio terremotato.

Da un cerchio di luce all’altro, percorrevo il bordo della carreggiata, abbagliato da ogni auto che mi veniva incontro, e ogni faro passante sulla mia vista m’incentivava a ricordare quel che mi era accaduto; alla mia mente, però, giungevano solo flash mnemonici del locale in cui avevo ballato tutta la sera: i volti degli amici che urlavano, il cocktail luminescente sotto il violetto delle luci…

Tante altre volte avevo alzato il gomito, per poi terminare la serata in posti, con il totale buio del percorso compiuto per arrivarci. E vogliamo parlare delle volte in cui sono rimasto attaccato al gabinetto tutta la notte, fino ad addormentarmici sopra? Meglio di no.

Ma questa volta la trama dell’universo mi consegnava messaggi mai notificati prima, criptici, indecifrabili. Sapete perché?

Non avevo paura.

Non ero sconvolto dalla mia disavventura, che mi vedeva in quel momento, come un mostro di Romero, rianimato dalla terra con chissà quale espediente del mio istinto.

Le mie mani che scavavano nel suolo già smosso.

La mia bocca colma di sapori silvani, radici ed erba.

Non aveva senso.

Qualcuno poteva aver abusato di me o compiuto chissà quale nefandezza.

Mi avevano sepolto vivo, cazzo!

Eppure vagavo come un hippie strafatto e meravigliato dalla notte che si faceva manto morbido e sicuro per il mio viaggio verso casa.

Ero forse uno di quelli a cui piace il brivido dell’abuso?

Forse avevo sempre celato a me stesso il lato masochista, omosessuale o amante del femdom.

Cazzate. La verità era che tutto stava in secondo piano rispetto a… qualcos’altro: un richiamo sensoriale, un’esca che trascinava la mia concentrazione da una direzione all’altra, con scatti nervosi tipici dei rapaci, costringendomi, a volte, ad arrestare il cammino per meglio scrutare i cespugli oltre il guardrail.

Infine, un cartello: ospedale – pronto soccorso; torreggiava all’incrocio di una svolta verso sinistra, un’altra strada che ramificava in un nuovo colonnato di luci e alberi schierati ai lati, alla cui fine s’intravedeva uno spiazzo, probabilmente un grande parcheggio.

E un grande edificio dal profilo perfettamente regolare, a far da sfondo sotto il cielo opaco.

Era l’ospedale, e da lì potevo intravedere minuti individui passare da una luce fredda all’altra, come caselle di un tabellone da telequiz anni ’80.

Per interminabili minuti, il caos cerebrale mi costrinse a osservare la direzione originaria e la svolta.

La strada principale e la svolta.

La svolta e la strada principale.

La strada principale mi avrebbe condotto, con lentezza e fatica, nel folto della metropoli, nel mio quartiere, nel mio vicolo, nel mio appartamento.

La svolta mi avrebbe invece forse condotto alla verità, sotto gli sguardi stanchi d’infermieri e medici del turno di notte.

Che ore erano? Non mi era dato sapere.

Non avevo orologio, cellulare e, frugando nelle tasche, costatai che fossero vuote.

Nessun documento.

Non poteva essere lo stupido scherzo di amici, ne ero certo.

Ero veramente indeciso se tornare a casa o farmi visitare, e magari chiamare i Carabinieri?

Davvero?

La prassi vuole che quando si subisce una violenza, questa venga denunciata, perché non capiti più ad altri, giusto?

Ma chi era il mio assalitore? Ricordo il suo volto? Mi chiedevo senza alcun risultato, se non la sensazione tattile di labbra morbide che sfioravano le mie, provocandomi uno strano formicolio diffuso.

Eccitante e bizzarro allo stesso tempo.

La mia volontà si schiantava dolorosamente contro il cristallo opaco della memoria, creando solo rapide diapositive che scorrevano in un entropico caleidoscopio.

Un’ennesima denuncia contro ignoti cosa può portare di buono alla società? E alle vittime di abusi, come me?

E io avevo subito un abuso?

Forse era veramente il caso di conoscere la verità e di sapere cosa mi fosse successo, quale droga avessi assunto, e a mente fredda ogni persona si chiederebbe quali dubbi possano frenare queste denunce.

Ma solo quando si è lì, nel momento, con fulmini d’imbarazzo ad intorpidire ogni intenzione, allora quel che tutti chiamiamo Dio ci parla con la lingua di chi ha subìto.

Di chi non ha il coraggio d’aprirsi, perché forse l’oscura ignoranza è un comodo oppiaceo, proprio come l’omertà e la sicurezza di non essere giudicati stupidi, ingenui.

E io ero un uomo.

Gli amici mi avrebbero guardato ancora con gli stessi occhi?

Poi arrivò.

Giunse dalle acque profonde di un inconscio di tenebra.

Euforia.

L’adrenalina di chi ringrazia di poter ancora raccontare, percepire, amare, odiare… vivere.

Mi ero scavato l’uscita dalla fossa da solo, e stavo decidendo se andare verso l’ospedale o verso casa.

A sinistra, mi vedevo già seduto, in mutande e soverchiato dalle molte domande a cui non avrei saputo rispondere: sei stato sepolto?

Quanto sei stato nella terra?

Non ricordi il tuo o i tuoi assalitori?

Hai fatto uso di droghe?

Hai bevuto?

Poi, una domanda dall’intimo si fa largo tra i volti immaginari che studiano il mio corpo nella sala visite: un mio clone, ben vestito e pulito come lo ero io a inizio serata, sposta le figure che prendono appunti attorno a me.

Mi guarda volpino e mi chiede: perché non senti niente? Perché non senti dolore?

Sussultai.

Sussultai all’improvviso quando un clacson si fece granata all’ingresso della mia mente, distraendomi dalle migliaia di elucubrazioni: un’auto, carica di ragazzi urlanti, era passata con il ronzio delle casse a tutto volume che faceva vibrare vetri e carrozzeria.

E mi accorsi di essere di nuovo solo, con il GPS della ragione totalmente fuori uso.

Non restò che seguire l’istinto.

E l’istinto mi fece intraprendere la strada verso l’ospedale.

Serie: Emotikon
  • Episodio 1: Dalla Terra
  • Episodio 2: L’Incrocio
  • Episodio 3: Il Bimbo in Pasticceria
  • Episodio 4: Il Colore Rosso
  • Episodio 5: Il Dedalo Mentale
  • Episodio 6: La Lunga Notte
  • Episodio 7: Sfiorare l’Azzurro
  • Episodio 8: La Materia Rossa
  • Episodio 9: Le Fata Notturna – Finale di Serie
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Bellard, in questo episodio hai saputo tenere viva la magia del primo. Un miscuglio strano di sensazioni, poesia maledetta. Hai introdotto uno stimolo importante: quello della curiosità di conoscere il passato e non solo il presente di questa creatura poco umana, ma umanissima, incoraggiando il lettore a seguire i suoi passi.

    2. Antonino Trovato

      Altro episodio scorrevole, poetico, ironico, un monologo coinvolgente dai mille interrogativi, un viaggio introspettivo verso un passato smarrito nell’oblio e un futuro solo immaginabile. La curiosità che riesci a trasmettere è davvero alta, perché grazie alla tua prosa poetica, incanali nel lettore tutte le emozioni e sensazioni del protagonista, di cui però non trapela ancora nulla, spingendolo inevitabilmente, ma anche piacevolmente, verso l’episodio successivo. Ed io, sarò uno di essi😁!

    3. Giuseppe Gallato

      “Eppure vagavo come un hippie strafatto e meravigliato dalla notte che si faceva manto morbido e sicuro per il mio viaggio verso casa.”… grande passo!
      Particolare la struttura con cui hai congegnato questo secondo episodio, la narrazione è ben ritmata – quasi poetica -, la scrittura fluida e godibile. Vado al successivo episodio! 🙂

    4. Tiziano Pitisci

      Si configura come una storia “a ritroso” e in questo secondo episodio ho sentito crescere in me la curiosità di capire cosa sia al successo al protagonista. Sicuramente riuscirà a recuperare i ricordi e allora la verità avrà un volto. Ho particolarmente apprezzato il riferimento a Romero (in fondo non bisogna essere degli zombie per essere degli zombie. Basta affiorare dalla terra e dalle tenebre come uno zombie 🙂 )

      1. Bellard Richmont Post author

        Esatto. Proprio questo vorrei suscitare: curiosità verso la verità, ossia quel che è successo a lui.
        Grazie!