L’insegnante di violino

Carmen era ancora bambina quando aveva cominciato a studiare il dannato violino.

Dannato perché i genitori si erano accorti troppo tardi cosa volesse dire avere una bambinella che per anni doveva fare esercizi nella sua cameretta anche nelle ore più proibitive: e griiiiiin griiiin griiiiiiiin tutto il santo dì, dei rumori che ti tiravano scemo per delle ore, senza che si sentisse mai la parvenza di una melodia vera e propria.

Scale, tecnica di diteggiatura, esercizio all’intonazione: prima di sentirla suonare qualcosa di musicale ce n’era voluta.

Ad ogni modo, verso i 17 anni, la Carmen aveva una discreta tecnica e l’avevano mandata da un insegnante di una scuola privata perchè si perfezionasse per gli esami del conservatorio.

Tale insegnante, Niccolò si chiamava, era un figaccio trentenne, simpatico e dai modi garbati: col violino era così passionale che alle sue svariate studentesse e ammiratrici faceva venir la pelle d’oca e i pensieri più ardimentosi appena lo sfiorava.

Figuratevi a una ragazzina.

E infatti.

La Carmen, da quando aveva capito di essercisi innamorata follemente, non faceva altro che pensare a lui, si impegnava al massimo per sentirsi dire brava anche se talvolta sbagliava apposta le diteggiature per sentire le mani del maestro che sfioravano le sue nel metterle a posto le dita, cosa che la faceva svirgolare.

Certi insegnanti di musica dovrebbero essere dei vecchi bruttissimi e invece lei si era beccata quello più figo e ne aveva fatto una ragione di Stato.

Gli portava i cioccolatini ( che lui poi regalava a sua insaputa alle altre allieve), scriveva delle cose nel suo diario e lo guardava trasognata quando le spiegava certi passaggi; prendeva voti scarsi in matematica, andava a correre per cercare di spegnere quel fuoco che a ogni lezione lui le accendeva, si dimenticava di mangiare.

Inutilmente.

Anzi no, da sempre rotondetta che era, si era fatta su un fisichetto che i suoi compagni se ne erano accorti e cominciavano a corteggiarla, ma lei neanche se ne accorgeva.

Nella sua testa suonava sempre sul palco del concerto della sua vita davanti a lui che la applaudiva.

E un bel giorno era venuta fuori proprio questa faccenda del saggio della scuola con lui che naturalmente sarebbe stato tra il pubblico.

E allora lei aveva scelto il pezzo più complicato, più difficile: Capriccio numero 24 di Paganini.

Un pezzo ostico, complicato, di bravura.

Doveva farlo, lui avrebbe sentito quanto lei era brava e lei gli avrebbe confessato che lo aveva preparato solo per lui.

Una dichiarazione.

Non aveva fatto altro che studiare per un mese, otto – dieci ore al giorno (era estate per fortuna sennò l’avrebbero bocciata); non mangiava, non usciva con le amiche, non rispondeva ai messaggi.

Dimagriva, le altre mandavano foto da località di mare dove si abbronzavano e si divertivano mentre lei deperiva su Paganini.

I genitori erano preoccupati.

Il saggio era il 21 luglio.

Per complicarsi le cose, si era imparata il brano a memoria e lo eseguiva senza guardare lo spartito. Voleva guardare lui, mentre suonava.

E questo era passione. Fuoco. Sesso.

Niccolò aveva cercato di dissuaderla dal portare il Capriccio, aveva cercato brani più tranquilli e comunque di impatto, in fondo era solo un saggio, ma nulla, non capiva l’ostinazione.

Non capiva che quando una ragazza innamorata si mette in testa qualcosa non c’è modo di fermarla.

La mattina del saggio si era guardata allo specchio: dimagrita, pallida, occhiaie, capelli da sistemare: più grande.

Ma era decisa, lui avrebbe capito.

La sala del concerto non era affollatissima, parenti, qualche appassionato, gli insegnanti e gli allievi stessi.

Faceva caldo e non c’era l’aria condizionata, i legni scuri della sala riflettevano il calore estivo.

Ma in prima fila, assieme agli altri insegnanti, c’era lui: casual e bellissimo in giacca cravatta e jeans, il capello corvino, l’occhio acquamarina e la barba un po’ lasciata.

Un Bronzo di Riace.

Alla sua destra la Maddaloni, con cui si dice avesse avuto una storia, e alla sinistra un tipo sconosciuto con capelli lunghi, naso da condor, giacca arabescata: sembrava un musicista anche lui.

Girava voce fosse un discografico, un cacciatore di talenti.

Cominciò l’esecuzione: i ragazzi più giovani con delle lagne insopportabili e i soli parenti che li applaudivano. Poi qualche duetto, e un quartetto di fiati stonati.

I saggi sono la cosa più terrificante, se non siete abituati.

Bè, infine il presentatore la chiamò, per suonare il Capriccio, brano difficilissimo.

Sistemò lo spartito sul leggio, si mise in posizione e cominciò.

Fin dalle prime note si capiva il saggio era finito: ora iniziava qualcos’altro, ora si faceva sul serio.

Le note arrivavano come da un’altra dimensione: forti, precise, taglienti come lame, passionali, perentorie.

Tacevano, col fiato sospeso, in sala.

Tacevano gli allievi che avevano già suonato e che avevano parlottato fin prima con i compagni, tacevano i parenti non più annoiati, tacevano le compagne di Carmen che aspettavano il fiasco. E taceva Niccolò.

Carmen era bellissima ora: il corpo si muoveva accompagnando il ritmo, con scatti forti e decisi come in un amplesso, i capelli si erano sciolti e vibravano liberi.

Sembrava che il violino dovesse incendiarsi da un momento all’altro.

Alzato lo sguardo dallo spartito, lo guardava.

Lui aveva gli occhi lucidi e faceva dei cenni con la testa,trasportato dalla musica.

Finì il brano.

Ci fu un momento di silenzio sbigottito e poi scrosciò un applauso da cavar la pelle alle mani: sembravano il doppio di pubblico.

Applaudivano tutti: i genitori commossi, i parenti degli altri ragazzi che volevano che i figli imparassero anche loro a suonare così, le rivali invidiose, tutti.

Applaudiva Niccolò, anzi, si era alzato in piedi, seguito da tutti gli altri.

E lei si sentiva svuotata e appagata, come se avesse fatto l’amore con lui.

Durante il rinfresco Niccolò chiacchierava con i genitori dei ragazzi, con la Maddaloni e con il tizio strano sempre vicini, ma ogni tanto la guardava di sottecchi.

Poi, approfittando di una pausa, andò verso di lei, bellissimo, con un calice di rosso in mano.

– Bravissima. Non so che altro dirti. Ho chiesto alla Maddaloni di farti entrare nell’orchestra, é il minimo, credo ti chiameranno nei prossimi giorni.

Era come incerto, colpito, commosso.

Il maestro era sceso dal gradino.

Le altre la scrutavano sul fondo, umiliate e invidiose da lei che era raggiante.

E poi si fece serio serio:

– C’é una cosa importante che devo chiederti, ma non qui. Tra 10 minuti ci vediamo nell’aula di violino.

La sala era in penombra, piccola. Lei aspettava con le farfalle nello stomaco e la testa che girava.

L’avrebbe baciata? Le avrebbe detto che si era accorto che provava qualcosa per lei?

Certo i suoi non avrebbero capito: la differenza di età, il fatto che lui fosse un insegnante…ma lei tra un mese avrebbe compiuto diciotto anni e quindi poi non ci sarebbe stato proprio nessun problema e

Si aprì la porta.

Lui, finalmente.

-Niccolò…..

– Carmen, stasera eri bellissima. Non te lo potevo dire davanti alle altre, avrei perso il lavoro.

Ridacchiò.

– Mi sono commosso, mi hai preso qui (si mise un po’ teatralmente la mano sul cuore).

Carmen aveva gli occhi a girandola, i battiti a mille (ora lo faccio tacere con un bacio, mi butto? Mi butto?)

-E ti devo chiedere una cosa importante per me e…

Nella stanza entrò all’improvviso il condor, coi capelli lunghi.

Si avvicinò sorridendo.

– Lui è Andrea. Ci sposeremo a settembre, in Svizzera.

Voglio che tu suoni al nostro matrimonio.

Se lo fece ripetere due volte.

E poi, tutti i mesi di rinunce, fatica, stanchezza, vennero fuori assieme come un lago che tracima da una diga e la sventra in una follia distruttiva.

E Carmen svenne come nei film ma senza cadere tra le braccia di quella delusione che aveva davanti bensì, ostinatamente, da sola, lunga distesa a terra.

Quando si riebbe, c’erano i suoi che le tenevano la mano e Niccolò pallido che si scusava, che doveva capire, che doveva obbligarla a non sforzarsi così e che adesso doveva riposarsi e poi avrebbe ripreso certo…

Passarono settembre, poi ottobre, poi l’anno.

Ora Carmen suona in una band grunge.

La batteria.

Il violino è stato venduto e lei esce con un pallavolista.

Quando fanno prove lei suona fortissimo, ogni colpo non viene dato alla batteria ma….

E se non volete che vi arrivi una bacchetta in un occhio, non nominatele mai Paganini che, per inciso, si chiamava Niccolò.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Francesco, ho visto nel commento sopra che stai scrivendo dei racconti che hanno come filo conduttore la musica. Bellissimo, questo è il secondo che ho l’occasione di leggere e lo standard è altissimo! Mi ha fatto ricordare che dovremo seguire le passioni che ci animano, non quelle degli altri. Ebbene sì, sono una disgraziata che da bambina suonava il pianoforte perché pensava fosse “facile” e ha mollato dopo un paio d’anni rendendomi conto che di essere un’incapace! (E, soprattutto, di non voler trascorrere la vita piegata su una tastiera che non sentiva “sua”) Una regola che si può applicare a tutto nella vita, fare per se stessi e non per “comprare” l’amore e la stima di chi ci è vicino.

  2. Antonino Trovato

    Ciao Francesco, questo LibriCK scorre via con grande semplicità, nonostante sia scritto con cura e bravura, l’ho letto con grande attenzione e curiosità. Una lettera più che piacevole che mi ha riservato non solo il pregevole tocco ironico, ma anche i sentimenti di Carmen, che si è consegnata a Niccolò con la passione trasmessa nella musica e il sacrificio del proprio corpo nonché di se stessa. Inutile dire quanto abbia apprezzato la duplice, ed ironica, conclusione, e il riferimento a Paganini. Complimenti, alla prossima😁!

  3. Edizioni Open

    Ciao Francesco, il tuo LibriCK ci è piaciuto ed è stato inserito nella categoria “Scelti per voi” e inserito in homepage. Complimenti! Verrà inoltre condiviso sui nostri social (Facebook e Instagram).

  4. Francesco Minella Post author

    Ciao Gian Mattia, grazie per le osservazioni.
    Sto scrivendo una raccolta di racconti aventi come tema di fondo la musica e questo è uno dei primi esperimenti, su cui mi fa piacere ricevere commenti.
    A breve ne pubblicherò altre.
    A presto
    Francesco

  5. Gian Mattia Bruno

    Mi sarebbe piaciuto vedere maggiormente dilatato da un punto di vista temporale il racconto, magari con una serie di due o tre stagioni. In ogni caso è stata una lettura piacevole e scorrevole, piuttosto curiosa. La mia unica critica è di quelle che mi auguro facciano piacere, è un racconto che crea la giusta suspance e poi ex abrupto compare un fiume in piena di verità che avrei letto con più piacere in un racconto più lungo.