Loro

Muoveva il dito lungo il bordo del tavolo, avanti e indietro, per ricalcare ogni volta i segni del legno.

Poteva apparire nervoso, ma in realtà stava semplicemente scandendo il tempo.

Aveva bisogno di dare un ritmo ai suoi pensieri, dolce e lento, per non farsi sovrastare dal caos mentale.

Di fronte aveva Lei. Si portava la tazza verso la bocca per sorseggiarre il thé bollente.

Sapeva benissimo quanto scottasse, ma cercava ugualmente di pucciare le labbra.

E’ sempre così quando hai fra le mani qualcosa che brucia: lo sai, ma cerchi di dimenticartene e ti ci immergi lo stesso.

E loro due erano sempre stati un po’ così, sempre a pochi centimentri finchè, pur sapendo quanto fosse complicato, decidevano di scordarsi di tutto e si buttavano l’uno sulle labbra dell’altro.

Ora invece lei le labbra le teneva sul bordo della tazza, soffiando di tanto in tanto.

La testa la teneva china verso il basso, risultando un po’ ingobbita, ma gli occhi attenti e lo sguardo alto sempre posato su di lui.

Le mani di Lei avvolgevano la tazza nel tentativo di scaldarsi, ed allo stesso modo l’odore del thé e del tabacco avvolgevano quella stanza.

Gli odori sono uno degli strumenti più potenti che la nostra memoria ha per distruggerci, per scaraventarci nel passato e farci perdere il contatto con ciò che stiamo vivendo.

Come quando cammini per la città, così caotica, così affollata, e tu sei così sovrappensiero, così assente, ma di colpo la tua attenzione viene del tutto catturata da quella particolare nota dolce che aveva sempre Lei addosso. E per minuti non riesci a pensare ad altro.

Continui a camminare, anche se sei fermo immobile davanti alla Sua figura.

La vedi parlare, ma non senti ciò che dice.

Ti passano davanti i ricordi come sfogliando un album di foto. Immagini nostalgiche ti affollano la mente, ma sono nitide tanto quanto appena scattate.

Ma quella sera non bastavano due tazze di thé nero e i mozziconi delle sigarette fumate una dopo l’altra a farli tornare indietro.

Il loro odore non bastava più, loro non bastavano più.

Nemmeno gli occhi dolci di Lei, che lo guardavano da dietro la tazza, bastavano più.

Anche se erano i suoi occhi preferiti, dolci quando piangevano e dolci quando cercavano di dire qualcosa in più. Dolci quando urlavano aiuto in silenzio e dolci quando non avrebbero voluto far capire nulla.

E non bastavano nemmeno le solite quattro battute, quelle banali e sempre uguali, che si tiravano per sdrammatizzare.

Quelle quattro stronzate che si dicono a ripetizione negli anni, ormai di rito, e che sembrano non stancare mai.

Però loro erano stanchi: non delle loro battute, quelle strappavano ancora qualche sorriso; e nemmeno dei loro sguardi, che li facevano ancora sentire vivi se si incrociavano.

Erano stanchi di volersi tanto vicini quanto lontani.

Di odiarsi, per poi mancarsi.

Di mancarsi, per poi odiarsi.

Stanchi di un modo d’essere che erano solo assieme.

Stanchi di pensare che ci fosse ancora qualcosa da capire, da scoprire.

Esausti di una relazione che ti prende e si prende tutto, lasciandoti senza forze, senza energie. 

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Commenti

  1. Angela Catalini

    L’incipit è fantastico, visivo! A parte che è una cosa che faccio spesso anch’io: seguire linee o incisioni del legno con un dito. La vera forza di questo racconto sono le descrizioni, si riesce a percepire tutto, persino la tazzina del tè bollente. (A proposito, si scrive proprio tè e non “thé”, me lo hanno fatto notare tempo fa e ti giro l’informazione.)
    Altra cosa che ho molto apprezzato è la contrapposizione di due persone che vogliono stare vicine ma anche lontane, che si odiano ma poi sentono la mancanza l’una dell’altro. Dopo tutto l’amore non ha una sola faccia. Brava.