L’orsacchiotto venuto dal passato

La notte era ormai calata tra le vie della città. Il vento dell’autunno novello sferzò ovunque la sua freschezza attraverso sporadiche e potenti folate, tanto da far inchinare persino gli alberi del parco cittadino. Oltre al verde della natura, contaminata dall’incurante mano dell’uomo, quel luogo ospitava reietti invisibili di una società divoratrice di sogni. Sotto la flebile luce ingiallita dei lampioni, l’ombra scura di un uomo malinconico sfiorò il selciato senza fretta, quasi fosse un corpo senz’anima. Le suole delle luride scarpe indossate, con i lacci penzolanti, erano pronte ad accogliere altra sporcizia; il corpo ingobbito, invece, preferì il caldo abbraccio di un rattoppato pastrano nero. Il vagabondo procedette senza curarsi del fetore di altri disperati che sovrastava il dolce profumo delle rose assiepate lì vicino; e mentre alcuni tossici, accomodati in panchine malandate, affidavano la loro esistenza a tristi siringhe intrise soltanto di amare illusioni, il fumo biancastro del suo sigaro ormai ridotto al lumicino inondò la stradina con un acre olezzo. Alcune gocce di sudore solcarono il volto emaciato, segnato dal tempo e dalla bianca barba incolta; in mano ghermiva un flauto d’ebano così lungo da poterlo poggiare sulla spalla destra. Sfiancato da ore di cammino, finalmente trovò ristoro in una desolata e sgangherata panca di legno. Si sedette, rilassò le membra e sospirò dando una fulgida occhiata alla luna; quindi, dopo un’ultima boccata, gettò via il fumante mozzicone e posò lo strumento dietro la schiena.

«Eh, mio caro Oscar, o qui, o in mezzo alle siringhe» disse con voce rauca. Decise di rannicchiarsi mentre chiudeva l’unico occhio ancora in vita. Poggiò il capo argentato su quel letto di fortuna, tanto scomodo quanto consolante, e infine s’addormentò stringendosi il ventre.

***

Il mondo della notte dette fiato alla pallida luce del giorno. Il parco continuava ad essere il placido ritrovo dei senzatetto, risvegliati anch’essi dalla rugiada come i vicini fiori agghindati da aghi maledetti e vuote bottiglie di alcolico godimento. Col passare dei minuti, la “Via delle Rose” si colorò di sguardi insofferenti, anime spente frutto di una quotidianità alienante. David non faceva eccezione: quel percorso inaridito dalla consuetudine aveva persino logorato la fiera volontà di reagire ed i ricordi, consegnati alla triste mano del passato, non erano più parte della sua frustrata coscienza. Tutto intorno la vita scorreva nella fluidità di mute percezioni annichilite dai soliti rumori della città. Improvvisamente udì la soave melodia di un flauto. Si fermò ad assaporare la vibrante tristezza di note sublimi, una forza tale da fargli riscoprire i recessi di ogni memoria. Chiuse gli occhi; la nebbia dei suoi pensieri mutò in limpide parole e nitide immagini.

«Mamma mamma! Guarda cosa ho trovato!»

«Cosa c’è piccolo mio?»

«Un orsacchiotto! Un orsacchiotto!»

«Dove?»

Il piccolo David corse incontro a sua madre, felice per quella scoperta. In mano tratteneva gelosamente un orsetto di peluche marrone con un fiocchetto svolazzante proprio sotto il ridente musetto; un fine gilet di stoffa, che avviluppava il morbido panciotto, era a quadretti rossi e gialli. Tra l’emozione e il fiatone, David proferì solo aria concitata. La madre lo guardò perplessa.

«E quello? Dove lo hai preso?»

Il bimbo prese fiato. Respirò profondamente prima di rispondere.

«Non l’ho preso! L’ho trovato!»

«E dove?»

«Ho sentito un suono bello…»

«Un suono? Che suono?»

La madre era sempre più esasperata: iniziò a fissare il figlio con aria austera. Ma David, dopo l’ennesimo ampio respiro, continuò a vaneggiare.

«È vero! Ho aperto la porta e… ho trovato lui! Ma la musica non c’era più…»

La madre gli scompigliò il caschetto bruno e sorrise.

«Che nome vuoi dare al tuo nuovo amico?»

Il bambino ammirò i lucidi occhietti del pupazzo, veri specchi dove riflettere la propria felicità. Fu allora che l’oblio tornò prepotente.

L’uomo, ancora convinto di tenere in grembo il giocattolo di pezza, rinvenne con la borsa a tracolla e l’anonimo abbigliamento tipico di un impiegato. Senza rendersene conto, David si era accostato alla panca di legno dove Oscar proseguiva con la sua malia, puntualmente ignorata dal resto dei passanti. L’occhio sinistro del vecchio si posò sulla camicia sgualcita dell’individuo impalato di fronte a sé. L’iride verde lo squadrò sino ad incrociare l’espressione sognante di un trentenne. Sulle brune basette i primi capelli bianchi iniziarono a fare capolino.

«Io ho già sentito questa musica» affermò David sedendosi accanto ad Oscar. Questi smise di suonare. L’ammirazione del più giovane si esaurì alla vista della macabra cicatrice posizionata sulla parte destra di quel volto maturo e severo. David arricciò il naso e deglutì stringendo le labbra. Inarcò le sopracciglia, tra lo stupore e il disgusto.

«Io sono un vagabondo» arrivò la replica, il tono cupo e mesto. Fece una pausa, poi tossì. Continuò a scrutarlo con fare indagatore. «Forse avrai assistito al mio concertino in qualche altra città. Il mondo, caro mio, è casa mia e grazie a questo faccio pure qualche soldo» e nel dirlo tagliò il vuoto con un fendente del suo strumento, tanto da far sibilare l’aria.

«Veramente no…»

«Che peccato» esclamò ironico il flautista. David però non rinunciò a rimuginare su quella melodia.

«Eppure… io ho già sentito quel suono…»

L’interlocutore fece spallucce. In quel momento i due udirono un lieve brontolio.

«Non farci caso,» disse il senzatetto grattandosi il capo per l’imbarazzo «è solo che non mangio da due giorni. Vedi, nei bar non mi fanno mai entrare. Chissà perché!»

David piegò le labbra in uno stretto sorriso.

«Non si preoccupi. Ci penso io.»

Aprì la borsa e tirò fuori un panino. L’odore di prosciutto e provola si sparse delicatamente sin dentro le cavità nasali di entrambi. Condivisero quel pasto frugale senza fiatare, ma i pensieri perseguitavano ancora la mente di David. Iniziò a dimenare l’indice destro.

«Sa, quella melodia mi ha fatto ricordare il mio orsacchiotto…»

«Che orsacchiotto?»

«Un piccolo “amico” marrone col fiocchetto e il gilet a quadretti… Ma è passato tanto tempo… Mio padre, che si chiamava Erik, è morto quando io ero piccolo, troppo piccolo per averne memoria. Quel giocattolo, lasciato da chissà chi davanti la porta, mi ha dato sollievo. Però poi l’ho smarrito quando ci siamo trasferiti, io e mia madre, in questa fogna di città. Adesso non ricordo più nemmeno il suo nome…»

Oscar increspò le sopracciglia. Scelse il silenzio di una smorfia avvilita.

«Mi racconti qualcosa di lei» farfugliò David cercando di non affogare col cibo. Il senzatetto osservò il suo flauto, poi esplose in una risata. L’impiegato rimase interdetto.

«E cosa vorresti sapere? Come mi sono ridotto così magari? Te lo dico subito, è semplice: ti basta una bella laurea in filosofia, anni di disoccupazione, fai qualche cazzata per sfamarti e ti sbattono in carcere! Sai,» bisbigliò con aria truce indicandogli la rugosa cicatrice «questo ricamino non me lo sono fatto suonando questo vecchio flauto!»

David ingerì l’ultimo boccone; e intanto una lenta lacrima di sudore raggelante s’incammino lungo la sua schiena.

«Famiglia?»

Il vecchio — che nel frattempo aveva terminato la sua razione — si limitò a scrollare il capo. Un eloquente “no”. A quel punto, David si alzò, gettò a terra le briciole di pane accumulate sui pantaloni e fece un cenno con la mano in segno di saluto.

«Beh, il dovere mi chiama. È stato un piacere signor…»

«Oscar. Il mio nome è Oscar» asserì senza mostrare emozioni.

«E il mio nome è David. A presto Oscar, vorrei ancora ascoltare la sua musica…»

David si allontanò, mentre Oscar riprese a suonare. Trascorsero alcuni minuti, e la diversità delle loro essenze venne travalicata dalla sincronia impercettibile di pensieri in movimento.

Oscar! Il nome del mio orsacchiotto!

Il pupazzo… David… è lui! Non ho dubbi!

Fremente di gioia, Oscar infilò le dita rattrappite in una delle tasche interne del cappotto. Da lì sbucò la testolina di un peluche.

«Lo abbiamo ritrovato…»

Intanto, quella melodia smise di incantare l’atmosfera. Quando l’impiegato tornò indietro, alla ricerca del triste musicista, vide solo una vuota panchina di legno. Non gli rimase altro che dirigersi in ufficio.

***

Era ormai sera quando David tornò al parco; cercò Oscar con rapide occhiate, ma invano. Rincasò nello stesso istante in cui l’alito intirizzito del giovane autunno anticipò l’arrivo della pioggia, seppur con la strana sensazione di essere seguito. Dopo un po’, il campanello squillò. L’uomo aprì la porta e, con sua grande sorpresa, vide un orsetto marrone col fiocchetto e il gilet a quadretti poggiato sullo scalino. David mirò a destra e a manca, ma non scorse nessuno all’orizzonte. Solo la polvere del temporale. Prese il peluche e lo strinse a sé, illuminato da rinnovata letizia, malgrado fosse malconcio e puzzolente.

***

In lontananza, col pastrano nero completamente fradicio, Erik, e non Oscar, osservò le scintillanti luci della città imperlate dalle raffiche provenienti dal cielo. Un pianto carico d’odio verso se stesso gli rivoltò le profondità dello spirito, una vergogna mai assopita per aver abbandonato il sangue del suo sangue. Non era pronto per dire la verità, ma averlo rivisto gli dette la forza di rimanere con lui, in qualche modo. Imboccò la “Via delle Rose” suonando sotto la pioggia battente, e David lo avrebbe trovato lì ogni santo giorno. Non cercava più solo la carità, tanto meno il perdono che sentiva di non meritare; in fondo, adesso gli importava solo restituire al figlio un pizzico di quella serenità smarrita.

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Commenti

  1. Claudio Massimo

    Vite dimenticate e incrocio di destini che si erano persi in un’infanzia ormai distante. Vite sconfitte, che non perdono la forza di sopravvivere al grigiore dell’anima forgiato da una società che brucia ogni sogno e ogni aspirazione. Ma i sogni a volte si avverano per dare colore e speranza al grigiore del mondo. Grazie Antonino per il tuo delicato racconto.

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Claudio, grazie a te per questo splendido commento, la vita è proprio questo, un flusso grigio pronto a sommergerti se non ti affidi ai sogni e alle speranze, al di là del loro realizzarsi, ma sono comunque la forza motrice della nostra esistenza. Grazie ancora per avermi letto e sono davvero felice per il tuo apprezzamento😊!

  2. Vanessa

    Dolce questo racconto. Dolce ed anche un po’ amaro. Chissà se Erik riuscirà a farsi perdonare e troverà il coraggio di affrontare suo figlio… 🌺 C’è un potente richiamo alla semplicità dei gesti in questo racconto,mi è piaciuto molto proprio per questo.

    1. Antonino Trovato Post author

      Si Vanessa, spesso la mia vena malinconica si carica di dolcezza, e inizio a scrivere col cuore in mano. La semplicità dei gesti è cosa rara per me, visto quel che fanno i miei protagonisti della serie😂, ma stavolta ho voluto accostarmi più verso la realtà, ma non è stato semplice. Per fortuna non ho mai avuto a che fare con la realtà di questi invisibili, e lo dico perché mi reputo fortunato di quel poco che ho in confronto a chi non ha nulla, ma le difficoltà le ho avute proprio perché non conosco quella realtà, e così mi sono affidato un pizzico alla fantasia. Sono felice che comunque tu abbia apprezzato e ti ringrazio per le tue parole… si, forse si, Erik troverà il coraggio, ha fatto 30, credo che farà 31 prima o poi😂😂! Un caro saluto, alla prossima!

  3. Giuseppe Gallato

    Prova strasuperata! C’è tanta filosofia in mezzo, e non parlo del passo “ti basta una bella laurea in filosofia, anni di disoccupazione, fai qualche cazzata per sfamarti e ti sbattono in carcere!”. 🙂 Si parla di incontri, di strade che si incrociano inaspettatamente, di cruda realtà e dii sogni, più o meno effimeri. Emozioni a non finire. Grande! 🙂

    1. Antonino Trovato Post author

      Beh, in quella frase si cela più che altro uno sfogo riguardante la mia vita attuale😅, per il resto la tua analisi è come al solito puntuale e profonda. La vita, in fondo, è caratterizzata spesso da ciò che hai elencato. Grazie come sempre per le tue parole e per il tuo sempre vivo entusiasmo nel leggere i miei racconti😊!

    1. Antonino Trovato Post author

      Ti ringrazio Riccardo, parole davvero belle le tue😊, sogni e ricordi sono due temi a me molto cari, sono felice che ti sia piaciuto, e per me è un piacere poterti intrattenere con i miei racconti. Grazie ancora😊!

    2. dontry

      Chiedo scusa: “coperta onirica”, non “corretta” (che poi, chissà cos’è?) 🙂

    3. Antonino Trovato Post author

      Tranquillo, io pensavo fosse “corrente onirica”😂😂😂, va beh, nessuna delle tue espressioni ha senso, ma coperta onirica è bello, evoca il letto e quindi il sonno….

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Cristina, ogni tanto un po’ di dolcezza ci vuole, non può essere sempre tutto nero😁! Grazie di cuore😊!

  4. Maria Anna Haag

    Ciao Antonino,
    mi è piaciuta molto la prima parte, con le parole ricercate e le descrizioni. Mi hanno subito catapultata in quel parco, adornato da belle rose di cui però se n’è dimenticato il profumo, perché dimenticate sono le persone che ci vivono.
    Pian piano ci ho messo piede, mi sono avvicinata e ci ho scorto un viso, un vecchietto e il suo flauto che usa per scacciare la malinconia. E ne ho conosciuto la storia. E’ uno spaccato di vita sciagurata a cui pochi tendono la mano come David. Son contenta tu abbia optato per tramutare quel bambino in un figlio ed aver dato un tocco di ritrovata vita per quell’uomo triste e dimenticato da tutti, perfino da se stesso. Bella mossa finale! Bravo!

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Maria, la tua analisi è ineccepibile. Purtroppo il male peggiore è proprio dimenticare queste persone, far finta di nulla e proseguire indisturbati con le nostre esistenze. Dimentichiamo che esistono anche loro. Ma in questa storia ho voluto dare un po’ di speranza ai miei protagonisti dopo tanto grigiore e malinconia, e la musica la ritengo un mezzo perfetto per poterla veicolare, e il flauto in particolare mi richiama sempre le favole e i sogni, cose che quando cresciamo tendiamo a dimenticare. Grazie infinite per avermi letto e sono felice che ti sia piaciuto e di aver ottenuto il risultato più grande: averti trasmesso tutte quelle sensazioni😊!

  5. Micol Fusca

    Ciao Tonino, mi è piaciuto il taglio di registro che hai saputo dare a questo racconto. Le atmosfere dark preludevano (almeno nella mia testa) ad un horror mentre alla fine tutto è combaciato alla perfezione portando realismo. Mi piace quando un racconto mi sorprende 😁

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Micol, ho cercato di legare passato e presente attraverso un ricordo stroncato e ho provato a fondere la realtà con la mia solita fantasia “nera” 😂😂😂! Sono felice che commistione e svolta narrativa ti siano piaciuti😊! Grazie come sempre!

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Kenji, sono felice che ti sia piaciuto e di questo ti ringrazio. Come si dice, il mondo è piccolo, quindi le strade si possono pure incrociare quando meno te lo aspetti! Un saluto, alla prossima!

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Dario, e grazie come sempre per ogni singola e generosa parola e per la tua sincerità😊! Avevo molti dubbi su questo lab, e diciamo che ero indeciso sul finale, avevo in mente di far morire tutti, ma poi i sentimenti hanno preso il sopravvento😁!

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Andrea, grazie mille, per me è stato un piacere intrattenerti per un po’ con la mia fantasia😊!

    1. Antonino Trovato Post author

      Ciao Alessandro, hai proprio detto bene: sogni e malinconia! In questo racconto era proprio ciò che volevo esprimere, e mi fa piacere esserci riuscito! Grazie😊!