L’ultimo tassello

Serie: Cecilia

Scesero dal vagone in una delle tre stazioni più celebri della città. Quando Cecilia scorse il nome della fermata della metro, le si gelò il sangue nelle vene. Il suo campo visivo fu invaso da cartelloni pubblicitari, e poi le luci, l’atmosfera frenetica e la gente i cui abiti credeva potessero esistere solo in tv o nelle vetrine. I volti, le espressioni e le acconciature: uomini e donne che si fregiavano di look e stili alieni, futuristici e irraggiungibili.
     «Non farti ingannare, Cecilia: è solo apparenza,» la voce amichevole di Sayuri non servì a confortarla, «sei molto più graziosa di qualunque ragazza in questo sotterraneo folle, e senza bisogno di chirurgia.»
     «Chirurgia?»
     «Esatto,» Sayuri non si trattenne dal mostrarsi sdegnata, «già da adolescenti si fanno rifare qualsiasi cosa non vada bene: occhi, orecchie, naso, seno, sedere, persino le parti intime, se necessario. Stiamo usando la tecnologia nel modo errato.»
     Cecilia la seguì sulle scale mobili, «è per questo che detesti la Palmer? O è solo una recita? Non so ancora se fidarmi di te.»
     «Col tempo imparerai a fidarti, amica mia.»
     «Non sono tua amica,» puntualizzò, astiosa.
     «Anche questo cambierà col tempo.»
     Si lasciarono la stazione alle spalle e uscirono tra gli alberi di un parco immenso. Sotto la ben studiata e nascosta illuminazione artificiale, la vegetazione lussureggiante sembrava brillare di luce propria. Cecilia rincorse la ragazza attraverso un vialetto a ciottoli: pochi metri su un marciapiede lucidissimo, senza barboni, cartacce o pattume.
     «Eccoci,» Sayuri avvicinò una tessera magnetica a una serratura. Il palazzo sopra le loro teste si levava alto sino al cielo, come volesse toccare la cupola che proteggeva la città dall’invivibile clima esterno.
     «Pensavo fossimo dirette a un locale. Cos’è questo posto?»
     «Casa mia.»
     Il portone di vetro rinforzato si aprì. Sayuri indicò la via con la mano, aspettando pazientemente che l’altra si convincesse a varcare la soglia.

L’ascensore circolare, posto al centro esatto di un atrio con piante rampicanti, fontane e cascate a parete, ascendeva proprio in mezzo al palazzo: una capsula di trasparente delizia da cui si potevano ammirare i corridoi oltre le vetrate e le balconate interne. Alla sommità, Cecilia intravide un immenso lucernario.
     Le porte automatiche si aprirono e le due scesero al tredicesimo piano. Sayuri fece scorrere la tessera vicino la porta e la serratura scattò.
     «Prego, accomodati. Lascia la giacca e la tracolla sul divanetto.»
     Cecilia restò senza fiato. «È incredibile…» dopo un minuto atrio e un gradino, le si palesò dinanzi un immenso salotto in stile orientale, con mobilia coordinata, lampade e tatami. Spese lunghi attimi a farsi stregare dal legno intagliato dei mobili, i separé decorati a mano e le statuine di pietra e marmo. Spulciò solo con gli occhi le librerie e immaginò che Sayuri amasse perdersi in quegli universi di lettere e alfabeti che lei non conosceva.
     «Ti aspettavi una centrale elettrica, vero?» rise Sayuri, già seduta su un cuscino di fianco a un tavolinetto basso. «Su, mettiti comoda sotto il kotatsu,» aiutò Cecilia a sfilarsi la giacca mentre quella si guardava intorno confusa, «è il tavolino.»
     «Immaginavo.» Gli occhi di Cecilia caddero sulla parete di sinistra: a differenza di quella dirimpetto, questa era moderna, con tanto di porta blindata.
     «Lì dentro è dove avviene la magia,» disse Sayuri, notando il suo sguardo.
     Lei trasalì, «non volevo essere indiscreta!»
     «Figurati.» Sayuri, dopo aver titubato per un battito di ciglia, le strinse la mano sul tavolo, «puoi prenderti tutte le libertà che vuoi, con me.»
     Cecilia arrossì e si ricordò di doverla temere, non farsi abbindolare dal suo appartamento o dal suo modo di fare eccentrico. Mentre lottava per assumere un’espressione indispettita, Sayuri riprese a parlare:
     «Avevo in mente di preparare del ramen tradizionale per noi due, è la ricetta della famiglia di mio padre, prelibatezze che la Dumont e la Biancardi non saranno mai in grado di replicare! Vado a cucinare.»

Cecilia non si azzardò a seguirla. Ascoltò il dolce suono di una cucina utilizzata con maestria e pazientò sino a quando Sayuri non tornò con due scodelline fumanti. Cenarono in silenzio, ascoltando solo il rumore delle bacchette, del ramen che nuotava nel brodo e delle sirene della polizia fuori dalla finestra. La vetrata scura in fondo al salotto dava sul cuore pulsante della metropoli.
     «Cavolo, che mangiata!» Sayuri sbuffò e adagiò le bacchette sul tavolino, sgranchì le gambe e avvicinò il cuscino a quello di Cecilia. «Ora, visto che sei tanto ansiosa di scoprire tutto di me, sazierò ogni tua curiosità.»
     «Non sono affatto ansiosa, voglio solo evitare che mi freghi in qualche modo,» ribatté lei, fissandola torva.
     «Oh, sciocchina, se avessi voluto ucciderti lo avrei già fatto!»
     «Magari volevi che morissi con la pancia piena.»
     «Mi sorprendi, Cecilia! Era una battuta?» ridacchiò Sayuri, «non voglio affatto che tu muoia.»
     «Ok,» non poté far altro che sentirsi di nuovo in imbarazzo. Il modo in cui la ricciolina la osservava non era umano, tantomeno bionico.
     «Devo mostrarti una cosa,» Sayuri la prese per mano e la guidò alla porta blindata. «Quello che vedrai dovrà restare tra me e te, intesi? Nemmeno Jayden dovrà saperlo. Per il resto puoi dirgli ciò che gradisci, persino inventare storie.»
     Quando Sayuri pigiò un tasto invisibile sulla parete chiara, la porta si aprì in uno sbuffo d’aria. Dietro di essa, Cecilia vide qualcosa che faticò a riconoscere. Identificò dei computer collocati in complesse colonne, cavi, luci, scatoline nere, marchingegni e un’infinità di scaffali da cui pendevano fili colorati, catalogati e ordinati da mani premurose.
     «Cos’è?» domandò, adocchiando condizionatori d’aria a ogni angolo della stanza. Termometri e indicatori d’umidità segnavano cascate di valori numerici.
     «Server, principalmente. Altre sono macchine che uso per minare crediti e svolgere le operazioni e i task che le corporazioni mettono online per la gente.»
     «È così che ti arricchisci?» indagò Cecilia, senza il coraggio di fare neanche un passo nella sala dei computer. «Non hai bisogno di diplomi e attestati per svolgere lavori per le corporazioni? Come fai a soddisfare le loro richieste?»
     «Perché non sono io a soddisfarle. Quella pila di computer lì, ad esempio, crea e distrugge identità fittizie a seconda della richiesta. Se una corporazione come la Palmer necessita di un medico che risolva un problema, o operi in remoto un paziente, allora il mio programma crea un medico usa e getta.»
     «Come hai potuto allestire una del genere da sola?»
     «Perché sono un genio.» Cecilia la guardò e non si sorprese che fosse un tantino superba. «Inutile girarci attorno, sai che sono in gran parte composta da parti biomeccaniche, esattamente come te. Nel mio cervello ci sono chip in cui posso caricare dei programmi.»
     «È un controsenso,» Cecilia indietreggiò, «prima mi hai fatto capire di disprezzare chi altera il proprio corpo. Se vuoi distruggere la Palmer, perché ti adegui allo standard di umanità a cui loro puntano?»
     «È complicato,» Sayuri le carezzò una ciocca rossiccia: lei era troppo esterrefatta per respingerla. «Non disprezzo la Palmer Technology, disprezzo i loro metodi, il loro fine ultimo. Non vogliono affatto innalzare l’umanità a un livello superiore, vogliono solo arricchirsi e trasformarci in macchine che loro possono controllare.»
     «Congetture.»
     «Ho i dati, che credi?» Sayuri batté la mano su un cofanetto di metallo scuro, «questi hard-drive sono pieni di ricerche: tutte prove contro la Palmer. Un tassello. Ormai mi manca solo un minuscolo pezzo del puzzle.»
     «E credi che lo abbia io?» mentre Cecilia la fissava, le dita di Sayuri scivolarono lungo la sua guancia, seguirono il braccio e le raggiunsero la mano.
     «Tu e Sebastian Davis siete entrati in contatto su quel treno. Sei stata alla sua villa, hai incontrato sua figlia. So tutto.»
     «Chi sei veramente?» Cecilia si lasciò scappare una lacrima: aveva paura.
     «Ti seguo da quando la Palmer ha gettato il tuo corpo tra i rifiuti; ti ho vista subire angherie, torture, arrancare e lottare per la vita. Mi interessava solo che tu non morissi e che mi conducessi dagli altri. Ma sono umana anche io, nonostante tutto, e ora so per certo che sei divenuta la mia unica debolezza. Non posso più lasciarti da sola.»
     «Chi sono gli altri?»
     Sayuri non rispose.
     «Chi ti cerca?» balbettò Cecilia.
     «Tutti.»

Serie: Cecilia
  • Episodio 1: L’uomo del treno
  • Episodio 2: Neve nera
  • Episodio 3: In fondo al tunnel
  • Episodio 4: La chiave
  • Episodio 5: Conoscenze
  • Episodio 6: Occhi senza vita
  • Episodio 7: L’ultimo tassello
  • Episodio 8: Un pezzo di carta
  • Episodio 9: Paranoia
  • Episodio 10: L’angelo custode
  • Episodio 11: Concessione
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