Lunedì

Serie: Sette giorni

Sono consapevole di essere banale, ma odio i lunedì. La domenica finisce troppo presto. Vorrei fare troppe cose in sole ventiquattro ore. Mi sono ritrovata nel giorno successivo in un lampo. La mia mattinata lavorativa è trascorsa tranquilla.

Mio padre ha accompagnato mio fratello e Giada alla stazione, non mi hanno neanche salutata. Non che mi aspettassi che Giada venisse a svegliarmi nel letto, ma Fabiano non è mai andato via così. Ci sono rimasta male.

Quando siamo tornati da casa dei nonni c’era già Marta davanti ad aspettarmi. Non sono neanche entrata in casa e siamo corse via. Il tempo è sempre poco, ieri sera è partita di nuovo e ci rivedremo fra una settimana, se va bene. Se va male anche fra un mese.

Ci sono cose che non si possono raccontare al telefono e le ho dovuto parlare per forza faccia a faccia.

Mi sono tolta il peso che avevo dentro. Ogni volta che qualcosa mi fa stare male, non riesco a parlarne subito e tirarlo fuori, devo prima farlo maturare dentro di me.

Abbiamo passeggiato e poi ci siamo sedute sul muretto davanti alla gelateria dove andiamo sempre in insieme. Le mie gambe tamburellavano costantemente l’asfalto. Mi ero già programmata mentalmente cosa dire e il mio stomaco si era chiuso. Ho aspettato che finisse il gelato. Il mio sguardo si perdeva in giro a cercare in qualche modo una rassicurazione.

Marta per poco non si strafogava vedendomi così. Si è pulita velocemente la bocca sporca di cioccolato e mi ha guardata alzando le sopracciglia.

Ancora prima che mi uscissero le parole mi sentivo già il groppo in gola.

Mi sono morsa l’interno della guancia finché non ho sentito il sapore del sangue. Volevo evitare di piangere, ma non ci sono riuscita.

«Ti ricordi Danilo?» le ho chiesto con gli occhi già colmi di lacrime.

«Il bambino che hai conosciuto in ospedale, certo che me lo ricordo».

Ho nascosto le mani nelle maniche della felpa e mi sono voltata, dandole le spalle.

«Ha avuto una ricaduta, non ce la farà». L’ho detto e ora so che è vero. Si è aperto l’argine delle lacrime e del dolore. Dovrei sentirmi meglio per averlo condiviso con qualcuno. Ma mi sento soltanto peggio di prima, perché averlo detto ad alta voce lo rendo soltanto molto più credibile.

Mi ha abbracciata stretta mentre le mie spalle rimbalzavano al ritmo dei singhiozzi.

Siamo rimaste abbracciate finché il sole non è sparito dietro l’orizzonte e il freddo è diventato sempre più pungente.

Mentre rientravo a casa pensavo che non avrei potuto evitare di dirlo anche alla mia famiglia. Come potevo spiegare gli occhi gonfi e il viso arrossato?

A sedici anni mi hanno operata di appendicite. Ero troppo grande per i reparti generici e mi hanno messa in pediatria. Ho conosciuto dei volontari che vanno a rallegrare i bambini ricoverati in ospedali e ho assistito al loro lavoro. Per me è stata una rivelazione. Dopo qualche settimana che mi ero ristabilita li ho cercati e mi sono unita a loro. Da allora ogni venerdì faccio lo passo a regalare sorrisi. Per questo è il giorno di riposo dal lavoro. Indosso i miei vestiti più colorati e allegri e lascio a casa tutto il resto.

Ho conosciuto Danilo due anni fa in uno dei miei venerdì in reparto. Non era una paziente qualunque, gli avevano diagnosticato un tumore. Rispetto agli altri bambini, era molto chiuso e non voleva stringere amicizia. È stata dura ma alla fine siamo diventati ottimi amici. Non ho mai conosciuto un bambino di sei anni più intelligente di lui. Passavo sempre da lui, anche nei giorni meno tranquilli sono rimasta a tenergli la mano per un po’. È diventato il mio fratellino. Quando la mamma mi ha detto che avevano vinto la battaglia e che li lasciavano andare a casa, ho festeggiato insieme a loro. Quando ha compiuto sette anni mi hanno invitato alla festa di compleanno, e ho trascinato Marta con me.

Mi ha sconvolta ritrovarlo venerdì scorso nel reparto pediatria. La mamma aveva gli occhi gonfi e rossi mentre lui dormiva beato nel letto. In quel momento ho capito che non c’erano notizie belle provenire dalla stanza 147. Ho chiesto all’infermiera e mi ha confermato ciò che temevo. L’indesiderato è tornato più forte di prima e il suo corpicino non riusce più combatterlo.

È stato il giorno più brutto della mia vita.

Ieri sera l’ho raccontato a mamma e papà, sono rimasti sconvolti quanto me.

La vita è sempre ingiusta con chi non se lo merita. Danilo ha la vita davanti e non potrà godersela.

Rimarrà per sempre un bambino di otto con un milione di cose da scoprire.

Mio fratello e Giada non erano in casa. Al loro ritorno ero sul divano stretta tra mamma e papà con un fazzoletto stropicciato tra le mani. Devono aver notato per forza la mia faccia stravolta, ma lei se n’è corsa in camera. Fabiano mi ha messo una mano sulla spalla e ci ha lasciati soli.

Sono seduta sul divano con il computer in grembo e aspetto che torni mia madre. Voglio chiederle di accompagnarmi in ospedale, non me la sento di andare da sola.

Stamattina quando mi sono alzata mi sono sentita svuotata. Dopo un pianto liberatorio mi sento come un vaso svuotato e ripulito da ogni traccia di sporcizia. Pulita ma incredibilmente vuota. Mi sono alzata e mi sono mossa come un’automa. Mamma mi ha osservata per tutta la durata della colazione. So che è preoccupata per me e mi tiene d’occhio.

Un rumore di serratura mi distrae, mia madre è tornata.

Non la lascio neanche entrare e posare la borsa e glielo chiedo.

«Mamma ti andrebbe ci accompagnarmi a trovare Danilo?». Mi sento in colpa perché venerdì non ho avuto il coraggio di entrare a salutarlo. Avevo paura, e non sapevo cosa dire. Che parole puoi dire quando ti manca il fiato anche per respirare?

Vedo mia madre armarsi di coraggio e annuisce. Si va a cambiare e usciamo. Fuori è già buio. Ci fermiamo in una libreria e prendo dei libri per Danilo. Adora leggere.

Arrivati nel parcheggio dell’ospedale mia madre mi prende a braccetto ed entriamo. Camminiamo spesso così, le persone ci scambiano per sorelle. È sempre felice quando glielo dicono, non so se sia per il fatto che le tolgono gli anni o per il fatto che le somiglio.

Entriamo nell’ascensore e premo il tasto quattro. Le mani mi tremano, mia madre mi stringe.

Nella stanza 147 Danilo è sveglio, la mamma tenta un sorriso. L’odore di disinfettante mi brucia le narici ogni volta come se fosse la prima. Chiudo gli occhi e allontano la tristezza, voglio mostrarmi allegra.

«Ciao Diletta, cosa mi hai portato?» ha già notato la busta che ho in mano. Tiro fuori i libri e iniziamo a sfogliarli insieme. Le nostre mamme escono fuori e io rimango con Danilo.

Stiamo leggendo insieme quando l’infermiera ci dice che dobbiamo uscire, l’orario delle visite è finito. Saluto Danilo con un abbraccio.

«Verrai a trovarmi di nuovo?»

«Assolutamente. Dobbiamo leggere tutti questi libri insieme», gli stampo due baci sulle sue guance smagrite ed esco. Fuori dalla stanza tiro su col naso e ricaccio indietro le lacrime. Mia madre mi sta aspettando, guarda in un punto fisso in lontananza.

«Cosa ti ha detto la mamma di Danilo?» la scuoto dai suoi pensieri.

Scuote la testa. Non riesce a parlare. Mia madre è sempre stata forte e non l’ho mai vista non riuscire a trovare le parole. Mentre usciamo fuori dai corridoio dell’ospedale le lacrime mi bagnano la sciarpa e gli occhi sono offuscati.

Il tragitto in macchina è silenzioso. Mi appoggio al finestrino freddo della macchina, mi da un po’ di conforto il freddo sulla mia faccia accaldata. Le luci dei lampioni che incontriamo mi sfrecciano affianco e mi accecano lasciandomi nello sguardo dei minuscoli corpi volanti, mi concentro su di loro cercando di bloccare tutti i miei pensieri.

A casa le luci sono accese e mio padre è già tornato. Da fuori lo sentiamo parlare a voce molto alta con qualcuno. La mamma di affretta.

«Cosa succede?» gli chiede sorprendendolo.

«Con chi parli papà?», chiude la chiamata frettolosamente.

«Era tuo fratello, non vi preoccupate. Non è niente» grattandosi il mento ispido di barba. Ha la preoccupazione stampata in faccia, cosa non da poco visto che mio padre è sempre allegro. Spero con tutto il cuore che non sia niente, non credo di avere ancora forze per affrontare un’altra preoccupazione. Salgo le scale per andare nella mia stanza e sento i miei genitori parlare a voce sommessa.

Serie: Sette giorni
  • Episodio 1: Sabato
  • Episodio 2: Domenica
  • Episodio 3: Lunedì
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    Discussioni

    1. Ciao Jessica, sei riuscita a farmi sentire chiaramente le sensazioni della protagonista e il tormento per la situazione in cui si trova il suo piccolo amico. Come Martina, non mi rimane che attendere il prossimo episodio incrociando le dita per Fabiano