L’unione delle essenze

Serie: Le tre essenze

Il pianto dolciastro della nascitura riempì quella poca atmosfera magica che era rimasta dell’universo intero, la mia amata la prese in grembo, la coccolò facendola tacere subito, come solo il tocco materno è in grado di fare, le sorrise con un’espressione di pacata dolcezza e poi mi guardò. Ero impietrito, con una sensazionale energia che mi crebbe a dismisura nelle profondità della mia anima, per uscire a fontanella dai miei occhi, inumiditi dalla gioia di vedere la mia creatura, beata e dormiente. Immobile, non dissi nulla, sorridevo, stringendo la mano della mia amata, non mi osavo neanche strapparle dalle braccia quel fagotto che teneramente respirava e mi limitai a fare da cornice a quella coppia che infinitamente amavo. 

Il vecchio si spostò da dietro la mia amata, le aveva sorretto la schiena per tutto il travaglio, mentre il caprone si era impegnato, perché la nostra creatura venisse al mondo e con uno sguardo riconoscente li ringraziai, silenzioso, dopodiché lasciammo coricare la mia amata, stremata dal parto. Egnatius e Horatius avevano qualcosa di diverso, sembravano colti da un’imprevedibile meraviglia, ma semplicemente ripresero il proprio posto affianco alla fanciulla, nel cui sguardo leggevo l’oscurità.

– Questo è inaspettato – disse, con le braccia conserte, l’espressione pensierosa – ed in ogni caso è destinato a finire – si rivolse allora ad Horatius, le fece un cenno con il capo e il vecchio si mosse, lo sguardo affranto, impugnò la sua ascia, mi si fece appresso, pronto a compiere qualcosa che aveva già fatto, che non faceva differenza ripetere. La mia amata, confusa, chiese cosa stesse accadendo, con un flebile e sottile strato di voce tale per non svegliare la bambina, implorava il vecchio, quella stessa creatura che l’aveva aiutata a partorire, ma inascoltata. – Va bene così – le dissi rammaricato – è già accaduto, ed accadrà all’infinito – finì e mi preparai a subire il colpo fatale che mi avrebbe semplicemente fatto tornare da capo. – No – disse all’improvviso il caprone.

Egnatius tornò a sedere al suo solito posto, belò saggiamente e ridacchiò di gusto, una gioia sembrò essersi radicata in lui e finalmente ne divenne cosciente, forse capace di condividerla. – Fermati, Horatius – disse – non è necessario – aggiunse – il ragazzo aveva ragione. Lo percepisci anche tu – concluse. Mossi lo sguardo dal caprone al vecchio e osservai il suo volto, macchiato dall’umidità, gli occhi chiusi, le labbra addolorate, capì che colpirmi era l’ultima cosa che avesse voluto fare, perché una rivelazione si era insidiata in loro come era accaduto a me tempo prima e li aveva illuminati di meraviglia, di una consapevolezza tale da renderli puri. – Mi perdoni – disse il vecchio – mia signora, mi perdoni – e posò la sua arma a terra, sorrise e si avvicinò alla mia amata e iniziò ad accudirla, come se fosse in debito con noi. – Siamo eterni che proteggono la vita – aggiunse guardando la nostra bambina – siamo anche noi creature e non abbiamo il diritto di scegliere quando un essere non può esistere.

La fanciulla sbigottita, scoppiò di rabbia e urlò contro i suoi fedeli compagni, infuriò contro il vuoto, ma poi tornò alla calma sentendo il pianto della neonata e si interruppe, incuriosita. – Non può andare diversamente – iniziò a dire farfugliando, come senza senno, – è sempre andato così e sempre dovrà andare così, non può andare diversamente – continuava a ripetere – c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo – continuò – io sono tutto ciò che è stato creato – finì. – No – dissi soltanto – sei una creatura, anche tu, Elita – dissi con coraggio, suscitando lo sguardo maligno di lei che mi fulminò in un istante – come osi? – mi interruppe – ho cercato di dirvelo la prima volta – rivelai – il ragazzo ha ragione, mia signora – si intromise Horatius – siamo creature, anche lei – ammise con credenza. 

Il caprone osservava silenzioso la discussione, non sembrava voler prendere parte ad essere, non sembrava voler prendere una posizione, si limitò ad annuire e a sospirare, finché la fanciulla non gli chiese un parere. Il pensieri di lui sembrava essere quello che avrebbe determinato tutto ciò che sarebbe stato e la fanciulla sembrava conferirgli la speranza di sostenere ancora l’idea che tutto doveva continuare come era sempre stato, ma lui la deluse. Egnatius, così come avevo compreso anche io, poco tempo addietro, osservando con la mia amata il cielo oscuro, aveva colto la verità: essi, in quanto creature, potevano compiere la scelta di smettere di esistere, ma era andato oltre. Intuì che l’universo non aveva bisogno di loro: – vede, mia signora – si rivolse alla fanciulla – l’universo è un essere vivente, così come il ragazzo aveva cercato di farci notare, vive e muore e non c’è nulla che neanche noi possiamo fare, perché così come tutto il resto siamo esseri viventi, creature – finì – ma noi siamo eterni – gli fece notare la fanciulla – non fintantoché possiamo compiere quella scelta – si intromise il vecchio.

Anche Horatius aveva colto la verità e voleva esprimerla con ragione, con una razionalità che avrebbe avvolto la fanciulla, l’avrebbe cullata e convinta – se noi compissimo la scelta di smettere di esistere, smetteremmo di essere creature, diverremmo essenze, entità della Vita – disse – è il nostro scopo. – Di cosa state parlando? – chiese la fanciulla, confusa, addolorata e affranta, con il cuore pesante e un senso di disperazione addosso. – Intendiamo dire – disse Egnatius a quel punto, – che la Vita, nel momento in cui ha creato l’universo, si è scissa in tre parti e da qui siamo stati generati – finì – dobbiamo – aggiunse Horatius – ricongiungerci con l’universo, per ricreare la Vita. 

La fanciulla ascoltava disturbata quelle parole, cercava disperatamente un tentativo per non accettare quello che sembrava essere la verità, in un conflitto interiore che sembrava non avere fine, allora mi decisi a muovermi, presi in braccio la mia bambina e mi avvicinai a lei, mentre la mia amata di osservava innamorata e fiera. – Vedi Elita – le mostrai il volto della mia bambina – prima di questa creatura senza nome, la mia esistenza e quella della mia amata, non aveva alcun senso: eravamo soltanto destinati a finire – sospirai – comprendemmo allora, che la vita non ha alcun senso: siamo noi che dobbiamo dargliene uno – e feci un movimento come per concedere la mia bambina alle braccia della fanciulla. Lei titubò un poco, tremò, ma poi si lasciò andare al fascino dell’esistenza e prese in braccio la neonata: se la cullò, iniziò a saltellare e camminare, ridacchiò e fece versi, mentre quella bimba soltanto dormiva. – Dobbiamo dare un senso alla nostra esistenza – disse ad un certo punto, portando alla propria madre la bambina – grazie – disse alla mia amata.

 – Cosa siamo? – di domandò ad un certo punto Elita, le cui convinzioni si erano spezzate all’improvviso, la cui esistenza si era capovolto e il cui obiettivo era diventato smettere di esistere, all’opposto di tutto ciò che era sempre stato. L’universo le era sempre sembrato qualcosa che poteva osservare con orgoglio, altezzosa, con un sentimento di proprietà, ma a quel punto si sentiva al pari di tutto ciò che la circondava. – Cosa siamo? – si domandò ancora, osservando quei suoi compagni dalla natura tanto complementare, mentre lei sembrava essere completamente diversa da loro, distante da quella coppia la cui affinità invidiava, motivo per il quale si intrometteva tra i due tenendoli a distanza. – Siamo frammenti – disse ad un certo punto il caprone – siamo tre essenze che compongono la Vita: Horatius, rappresenta il razionale, lo spazio, tutto ciò che è comprensibile, naturale e in lui risiede una parte di me, che mi appartiene – finì – Egnatius a sua volta – partecipò il vecchio, alzandosi solenne in piedi – rappresenta l’irrazionale, il tempo, tutto ciò che è incomprensibile, culturale e in lui risiede una parte di me, che mi appartiene – e si interruppe.

La fanciulla, come presa finalmente da un’epifania meravigliosa, si avvicinò ai due, davanti al fuoco e allungò le braccia, prendendo con la mano sinistra quella di Egnatius e con quella destra la mano di Horatius – non sono altro che un ponte, per permettere questa unione di essenze – disse fiera di se stessa. – Allora, – disse dopo un istante di silenzio – è arrivato il momento di vedere cosa c’è oltre l’oscurità dell’universo – e fece cenno al caprone di procedere, ma qualcosa li bloccò. 

In quel loro nuovo rituale, c’era un imprevisto, qualcosa che non volevano assolutamente perdere: poiché loro stessi avevano dato un senso alla propria esistenza, si interrogarono come far sì che anche la nostra creatura potesse averne uno, seppur inconsapevolmente; allora, decisero che nel momento in cui saremmo scomparsi, la nostra creatura sarebbe stato il seme di un nuovo inizio, in modo tale che l’universo si sarebbe rigenerato, con qualcosa in più rispetto a prima, migliore.

Serie: Le tre essenze
  • Episodio 1: La leggiadra visione
  • Episodio 2: Luminosità crescente
  • Episodio 3: Granello di luce
  • Episodio 4: Il risveglio radioso
  • Episodio 5: L’abisso universale
  • Episodio 6: L’ultimo frammento
  • Episodio 7: L’inevitabile fine
  • Episodio 8: L’inaspettata creatura
  • Episodio 9: L’unione delle essenze
  • Episodio 10: L’eterna rinascita
  • Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Fiabe e Favole, Narrativa

    Responses