L’uomo del treno

Serie: Cecilia

Nel triste sobborgo dove Cecilia bazzicava, nulla sarebbe mai stato davvero entusiasmante come nel centro della metropoli. In periferia, locomotive scassate trainavano vagoni desueti e imputriditi dal tempo. Le carcasse metalliche facevano da sfondo a murales intricati e mistici, nei quali le bande e i giovani ribelli sfogavano visioni dettate dagli acidi. La stazione, un’unica lastra di cemento tra due binari, odorava di orina e vapori tossici.
     Un cartellone elettronico suggeriva che a breve sarebbe arrivato il prossimo treno: un viaggio di un’ora esatta verso la salvezza. Lo stridere della frenata allertò la piccola creatura che sonnecchiava sulla panchina. Il vecchio barbone alla sua destra non aveva fatto altro che fissarla tutto il tempo, leccandosi le labbra mentre teneva una mano nei pantaloni. Cecilia si infilò nel vagone più lontano dalla locomotiva e si nascose tra due sedili: non aveva soldi per il biglietto, tantomeno scuse da inventare per impietosire i rigidi controllori. Se l’avessero vista con quella felpa bucherellata si sarebbero solo fatti più meschini. Per resistere al gelo dell’inverno aveva fatto un favore a un uomo in cambio di un cappotto kaki che la ricopriva interamente. Lasciò la tracolla mimetica sul sedile accanto e si rannicchiò, tossicchiando.
     «Mamma, papà tornerà a casa per cena?» cominciò un bambinetto qualche sedile più davanti. Cecilia non l’aveva nemmeno notato sedersi. La madre, una donna dall’eleganza fuori dal comune, rese ancor più chiaro quanto poco appartenessero a quel mondo.
     «Oggi papà ha impegni di lavoro,» la signora guardò fuori dal finestrino proprio nel momento in cui il treno partiva, «spero che si strozzi a cena con la sua segretaria.»
     La voce scemò in una serie di insulti. Cecilia grattò il ginocchio, attenta a non sgualcire oltre le calze malandate, e si sporse in avanti per origliare ancora.
     «Mi comprerà un regalo per Natale?
     «Ci vuole ancora un mese per Natale, Thomas. Non essere impaziente.»
     «E quindi non lo comprerà?» il bambino tirò su col naso. «Papà non mi vuole più bene?»
     «Papà ti adora, sciocchino.»
     Cecilia sfruttò il riflesso nel vetro per sbirciare la donna: la sua mano leggiadra carezzava il viso paffuto di un bimbo costretto a inventarsi problemi per sconfiggere la noia. Lei invece, avrebbe solo voluto che qualcuno la amasse e rispettasse senza squallide pretese.
     «È libero?» una voce la fece sussultare.
     «Sì, è… libero,» ribatté Cecilia, acquattandosi contro il bracciolo. L’uomo appena arrivato sfilò il cappello di lana e lo poggiò su una valigetta di pelle. Lei distolse presto lo sguardo, ma finì per incrociare i suoi occhi tra i tanti pezzi di lucido metallo del vagone. Si vergognò del proprio aspetto: i luridi capelli a caschetto, come fili di rame, le calavano su un visetto scarno e pallido come la neve. Non aveva beltà da offrire, ma solo i rimasugli di una fanciullezza che le restavano appiccicati addosso. Tirò su col naso e poi starnutì: le lentiggini che puntellavano le guance e gli zigomi risaltavano, ora che era arrossita.
     «Tieni,» l’uomo fiatò appena. Cecilia mosse il capo per scrutarlo e prese il fazzoletto.
     «Grazie, signore.»
     «Figurati.»

Superarono le aree più malfamate del sobborgo. La gente che si accalcava sul treno assunse un aspetto più decoroso e i controllori poterono dare il via alla perlustrazione del treno senza il rischio di essere accoltellati. Cecilia fu punta dall’impellente necessità di andare al bagno, dove i controllori non entravano mai. Quando fu sul punto di chiedere all’uomo nel lungo cappotto di farla passare, una signora in divisa si parò lei dinanzi. «Buonasera. Biglietti? Abbonamenti?» e allungò la mano, in attesa. Lui le mostrò subito una tessera, poi lo sguardo della donna si spostò su Cecilia. «E tu?»
     «Oh, io…» il respiro di Cecilia si tramutò in gas velenoso. Le si appannò la vista e sapeva di stare per piangere: l’avrebbero fatta scendere e avrebbe dovuto dormire su una panchina, minacciata dai mille pericoli della periferia.
     «È un’amica di mia figlia, signorina. Ha dimenticato il biglietto ed eravamo di fretta. Posso farlo io, no? Si può fare su questa linea?» l’uomo aprì la valigetta e prese il portafogli. Cecilia contò varie carte di credito e tessere prepagate.
     «Signore, è sicuro?»
     «Certo, signorina. Quanto le devo?» l’uomo la fissò dritta negli occhi abbastanza a lungo da metterla a disagio. Dopo averlo accontentato, il controllore si allontanò. Cecilia si asciugò una lacrima, strinse tra le mani il suo lasciapassere e sussurrò: «Grazie.»

Lo spiò per tutto il viaggio senza farsi accorgere. Le capitava troppo di rado di ricevere gentilezza, soprattutto da uomini di aspetto gradevole. Lo esaminò da testa a piedi, giocando a immaginarsi una vita a fianco a un padre come lui.
     Infine cedette, e chiese, anche al costo di sembrare maleducata: «Perché mi ha aiutata?» giocò con la cerniera della tracolla per cacciare il nervosismo. «Devo fare qualcosa per lei?»
     «Non devi fare nulla per me,» si accigliò lui, «non dovresti fare nulla per nessuno, piccola.»
     «Chi è lei, signore?»
     «Sebastian Davis.»
     «Davis?» rimuginò lei, sicura di aver sentito quel cognome molto spesso, di recente, «l’ho forse vista in qualche pubblicità, signore?»
     «Potrebbe essere: sono il presidente del consiglio di amministrazione della Palmer Technology,» spiegò, cordiale.
     «Palmer Technology…» Cecilia raggelò. Fissò il bell’uomo, ora terrorizzata, ma tentò di rimanere calma: lui non era certo responsabile per ciò che le era successo, e probabilmente non lo sapeva neppure. «Come mai una persona così importante viaggia su un treno tanto sporco?»
     «Non dovrei parlarne, ma mi sono stancato di starmene in silenzio: ho pestato i piedi a qualcuno, di recente. Anzi, a dirla tutta, ho pestato così tanti piedi che mi sorprende che il consiglio non abbia votato per allontanarmi! Saprai bene di cosa si occupa la corporazione per cui lavoro, no? Come hai detto tu, le pubblicità dei nostri prodotti sono ovunque.»
     «Ne ho sentito parlare,» sibilò Cecilia: sapeva alla perfezione di cosa si occupassero. «Prende il treno per nascondersi?»
     «Qualcosa del genere,» Sebastian si massaggiò la mascella. Aveva i capelli brizzolati e un sorriso gentile, e la fede al dito indicava che qualcuno lo aspettava a casa. Aveva parlato di una figlia, ma Cecilia non era sicura che esistesse davvero.
     «Come si chiama sua figlia?» indagò.
     «Caroline. Dovrebbe avere la tua stessa età, sai?» Sebastian sbottonò il pesante cappotto, sbuffando. «Fa caldo, qui dentro.»
     «Di solito l’aria condizionata non funziona. È fortunato, signor Sebastian,» ridacchiò lei, ormai a suo agio. Quell’uomo la faceva sentire al sicuro, una sensazione che non provava da troppo tempo. Aveva imparato a riconoscerli, i mascalzoni, ma capì subito che di Sebastian poteva fidarsi. «Penso che il treno stia arrivando a destinazione,» disse. Lui alzò gli occhi castani con un’espressione amareggiata.
     «Puoi farmi un favore, piccola?» la sua voce suonò cupa, diversa da quella gioviale a cui aveva già abituato Cecilia. Infilò una mano nel cappotto e tirò fuori uno scatolino blu notte con un fiocchetto azzurro. «Mia figlia farà il compleanno a giorni, così ho pensato di comprarle un regalo. Glielo puoi consegnare tu da parte mia? Ti scrivo l’indirizzo su un pezzo di carta, aspetta. Diamine, è così raro dover usare una penna da non sapere dove la tengo!» rise.
     «Signor Sebastian, perché devo essere io a darle il regalo? Non sta tornando a casa?»
     «Temo di no, piccola,» strinse il pugno sulla valigetta, con gli occhi lucidi di lacrime. «Ci saranno delle persone ad aspettarmi, fuori dal treno. Potrei rientrare tardi stanotte: preferisco che sia tu a consegnare il regalo alla mia bambina. Dille che l’amo.»
     «Signor Sebastian, non capisco…»
     Il treno fischiò, entrò in stazione e Sebastian si avviò all’uscita. Cecilia prese la tracolla e tentò di seguirlo: lo vide sgattaiolare tra la gente sotto le luci di Natale e gli addobbi festosi. Cadevano pochi fiocchi di neve. Barcollò tra la gente della stazione alla ricerca del cappotto marrone: troppo piccola per farsi spazio tra la folla, troppo stanca e affamata per averne la forza.
     Quando le luci della città la investirono e l’aria gelida le pinzò le guance, scorse una calca di persone attorno a qualcosa, per terra. Si inginocchiò e strisciò tra le loro gambe per curiosare. Una frustata di malessere la colpì senza pietà: il signor Sebastian giaceva di traverso sull’asfalto. Dalla tempia colava un rivoletto cremisi che intaccava la purezza della neve appena caduta attorno a lui, come gigli che il cielo gli aveva offerto. Cecilia si portò le mani al volto e singhiozzò, corse via e si appollaiò in un angolo vicino ai taxi. Nella tasca aveva ancora il regalo da consegnare.

Serie: Cecilia
  • Episodio 1: L’uomo del treno
  • Episodio 2: Neve nera
  • Episodio 3: In fondo al tunnel
  • Episodio 4: La chiave
  • Episodio 5: Conoscenze
  • Episodio 6: Occhi senza vita
  • Episodio 7: L’ultimo tassello
  • Episodio 8: Un pezzo di carta
  • Episodio 9: Paranoia
  • Episodio 10: L’angelo custode
  • Episodio 11: Concessione
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    Commenti

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Grazie! Sono già passati quasi due anni da quando è uscita questa serie, felice che arrivino ancora apprezzamenti! 😀

    1. Alessandro Molinari

      Ciao Giovanni. Devo dire che mi è piaciuto molto questo primo episodio. L’unica cosa che mi ha rallentato la lettura è stata la parte descrittiva iniziale dei treni e del degrado.
      Il personaggio di Cecilia ha del potenziale e tanti segreti da svelare. Vediamo come continua! Bravo.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ciao! Grazie per aver cominciato a leggere la serie 😀
        Quando revisionerò la serie (in futuro), terrò conto del tuo consiglio. Grazie ancora!

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ciao, grazie per il commento 🙂
        Puoi meglio spiegarmi le tue impressioni sulle descrizioni? Mi aiuta molto a indagare il mio stile e migliorarlo 🙂
        Grazie!

      2. Alessandro Proietti

        Per esempio questo pezzo l’ho trovato molto “pesante”.
        In periferia, locomotive scassate trainavano vagoni desueti, imputriditi dal tempo; le carcasse metalliche facevano da sfondo a murales intricati e mistici, nei quali le bande e i giovani ribelli sfogavano le visioni dettate dagli acidi.

        In periferia, locomotive scassate trainavano vagoni desueti, imputriditi dal tempo; le carcasse facevano da sfondo a murales enigmatici, nei quali le bande e i giovani ribelli sfogavano le visioni lisergiche.

        già così sarebbe stato più scorrevole. Ovviamente questo era un esempio non intendevo fare il “maestrino”.

      3. Giovanni Attanasio Post author

        No, figurati, è utile ascoltare opinioni, sempre e comunque. In caso di revisione futura avrò qualche idea in più 😛
        Alla prossima.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        L’evoluzione c’è, questo è certo, buona o cattiva sarà da vedere! Posso garantire che almeno un minimo la serie si farà ricordare 🙂 Spero. xD

    2. Pingback: Morana, Polvere sul Cuscino e altri progetti di Giovanni Attanasio – Edizioni Open

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Vedi vedi, che secondo me ti piace 😀 Nel caso contrario, va bene uguale! Un emozione è sempre un emozione 😛

    3. Marta Borroni

      Tieni conto che è un romanzo completamente diverso dal tuo genere, ma la neve e i luoghi come le stazioni le fanno da padrone su una New York assai moderna.
      La neve mi piace in montagna, quando non da problemi, però è innegabile che sia ipnotica! Quanto alle stazioni, sanno di vecchie visioni e nostalgia passata… alla prossima fermata, o meglio racconto 😀

    4. Alice Insani

      Ciao! Finalmente sono riuscita a leggere. Non vedevo l’ora di conoscere la famosa Cecilia.
      Sembra una tipetta che ne ha passate tante. Mi si è stretto il cuore alla fine, era abbastanza prevedibile cosa sarebbe successo ma non vuol dire che sia stato meno doloroso.
      Sono estremamente curiosa di scoprire da cosa sta scappando Cecilia e dove sta andando.
      Grazie per avermi assecondato nella mia idea folle XD

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ciao! Ne ha passate eccome xD A volte le cose più prevedibili sono proprio le peggiori da sopportare: sai che arriveranno e aspetti solo che lo facciano presto per poi finire 😀

    5. Marta Borroni

      La forza narrativa dei treni e delle stazioni è incredibile e tu mi stupisci sempre, incolli e trattieni poi ci lasci cadere come neve (sì, il duetto Giorgia-Mengoni mi hai influenzato :D) leggeri a creare uno strato pesante di sensazioni.
      Attendo con piacere i nuovi episodi!
      A tratti mi ha ricordato, seppur di tutt’altro genere, “Se tu fossi neve” di Eleonora Sottoli che ho avuto il piacere di conoscere e ti assicuro che quindi vuole essere un complimento.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Grazie! La neve mi piace parecchio e lo stesso vale per le stazioni 🙂 Controllerò l’autrice di cui hai parlato: mi ha un po’ incuriosito. Che altro dire… grazie ancora!