L’Urna



L’urna apparteneva al mio zio defunto, o almeno così mi disse la domestica quando entrai nell’enorme villa.

Non mi aspettavo di ricevere un’eredità così grossa da un parente di cui non sapevo neppure l’esistenza, ma la fortuna sembrava essersi tolta la benda ed avermi guardato negli occhi. Chiesi alla domestica cosa mai ci facesse quel vecchio con le ceneri di un morto in casa, ma lei si limitò a lanciarmi uno sguardo malinconico. Prese la valigia, mi disse addio, e se ne andò con un breve saluto.

Restai lì sulla porta per alcuni minuti, guardando la pioggia che batteva sulla scogliera ed il mare in tempesta. Il clima irlandese era davvero orrendo, e non vedevo l’ora di vendere quella casa e ritornarmene in patria.

Quella sera non riuscivo a leggere, e mi sentivo agitato da qualcosa di oppressivo e tremendamente frustrante che non potevo spiegarmi. Ogni mio pensiero percorreva non più di due righe, e mentre lo sguardo proseguiva, la mia mente vagava subito a quell’urna che avevo trovato nello studio.

Ad un tratto decisi di alzarmi ed andare ad osservare quell’oggetto con più attenzione, quantomeno per placare la mia curiosità.

Aprii la porta e mi avvicinai con la candela in mano, dato che in quel vecchio maniero non c’era ancora la luce elettrica ed attorno a me gli oggetti erano solo figure amorfe private di colori. Appoggiai la candela sul tavolo e presi l’urna tra le mani, girandola ed osservandola. Era un bell’oggetto e notai che si trattava di avorio intagliato con uno scrimshaw complesso e ben fatto, raffigurante una scena probabilmente biblica, dato che bizzarre forme demoniache erano intente a darsi alla pazza gioia ballando e torturando anime attorno tutta la circonferenza. La osservai meglio e vidi che tra i decori di strani individui incappucciati ed uomini dalla lunga barba, c’era una scritta incisa molto profondamente. Questa sembrava esser stata fatta successivamente (o precedentemente) al disegno, data la rozzezza e l’evidente fretta nello scolpire le lettere. La frase diceva chiaramente “Non aperiet”, ovvero “Non si aprirà”, al ché mi scappò un sorriso, pensando che di sicuro non mi sarebbe mai passato per la testa di aprire quella cosa.

Appoggiai l’urna al suo posto e me ne andai a dormire.

Quella notte ebbi un sonno molto agitato, e riuscii ad entrare nel mondo onirico solo quando il sole sorse dietro alla fitta nebbia. Verso mezzogiorno, non avendo neanche un po’di fame, decisi di andare a fare un’altra visita all’urna nello studio.

La presi di nuovo, e quando lo feci mi sentii sollevato, come se tutta la mia agitazione si fosse dispersa al solo tocco dell’avorio intagliato.

Per curiosità provai a girare il coperchio. Non intendevo aprire l’urna, volevo solo vedere se si trattava di una chiusura ermetica o se il coperchio fosse solo appoggiato.

Le mie dita avvolsero l’avorio, e poco a poco aumentai la presa e la forza, ma nulla si mosse di un solo millimetro. Esaminai lo spazio tra il coperchio ed il corpo del vaso, ma non vi era nulla di strano: né trabocchetti, né incastri, né qualcosa che potesse fungere da sigillante. Mi scappò un sorriso nervoso, e con determinazione circondai l’urna con un braccio, stringendola a me, mentre con la mano libera esercitavo più forza possibile, tanto che dopo molti minuti sentii il polso schioccare e capii di essermelo slogato. Imprecai tra i denti, e misi l’urna al suo posto, dicendo a me stesso che dopotutto non era una questione così importante.

Passai il giorno non pensando ad altro che a quella maledetta urna, che non avrebbe dovuto attirare la mia attenzione in quel modo. Il medico che mi curò il polso fece delle domande, ovviamente, ma non dissi nulla sul mio segreto. L’urna doveva essere solo mia, mi spettava di diritto, secondo l’eredità.

Provai, nei giorni a seguire, ad aprirla in tutti i modi: grasso, leve di ogni genere, provai addirittura ad infrangerla, ma quell’avorio sembrava indistruttibile. La buttai dalla scogliera e quando andai a raccoglierne i pezzi la trovai completamente integra. L’avorio non era nemmeno intaccato, il che era ridicolo: come avevano fatto a scolpirla, con le fiamme dell’inferno?

La gettai nel fuoco per ore, giorni, ma nulla accadde. Provai a scalfirla con varie lame, graffiarla, immergerla nell’acido, e alla fine l’urna ne usciva esattamente come la prima volta che l’avevo vista.

E la scritta era sempre incisa, sull’avorio così come nel mio cuore: “Non si aprirà”.

Il giorno in cui accadde, ero ormai un uomo invecchiato prematuramente. Nella mia vita non avevo mai avuto un istante duraturo di felicità, ed avevo finito per perdere tutti gli amici ed i familiari. Ero appena tornato dalla chiesa, la terza ed ultima volta nella mia vita. Con le dita ancora bagnate di acqua santa sfiorai il coperchio con le lacrime agli occhi, e questo si aprì sotto il mio sguardo orripilato.

FINE



Pubblicato in Narrativa

Commenti