Mangrovie. (Lettera a un sogno).

Mio caro,

Dovevo arrivare a quarant’anni per chiederti perdono. Ma non è troppo tardi, spero.

Voi sogni siete buoni, di solito; comprensivi. Mi auguro che anche tu sia così. In fondo, perché non dovresti?

Il mio più grande desiderio, oggi, è di scusarmi con te. Lo so che sembra strano, ma sì, hai capito bene.

Mi scuso, quindi… per non averti dato prima un nome, una forma, un volto. O meglio: per non avertene dato uno solo, che fosse tutto tuo e ti rendesse tutto mio. Ché di nomi, e forme, e volti, te ne ho dati tanti, invece. Troppi.

Ti ho chiamato Amore, Amicizia, Fortuna, Successo, Ricchezza, Felicità, Salute. E in chissà quali e quanti altri modi, più o meno frivoli, che ora nemmeno ricordo.

Ma nessun nome era quello giusto. Forse per questo, sembravi sempre sfuggirmi.

Ora l’ho capito, finalmente. E con questa lettera, in un certo senso, io ti battezzo. Come si fa con un figlio appena nato: per proteggerlo.

Sei sempre stato nel mio cuore, ne sono certa; finora, però, non ho saputo riconoscerti.

Sinceramente non ho capito, non del tutto, come io sia approdata a te, dopo tanto vagare a vuoto. O forse, piuttosto, dovrei chiedermi perché alla fine tu ti sia svelato, o perché sia stato così a lungo nascosto. Quando è accaduto, invece, questo lo so bene. Mi è successa una cosa pazzesca, che ancora non mi spiego; ma non voglio arrovellarmi troppo.

Penso che il mio viaggio, per giungere a te, sia stato un po’ come quando ci si perde in una città in cui è appena arrivati.

Si vaga per ore, disorientati, e poi si ritrova la strada di casa passando per vie secondarie, che si credeva portassero da tutt’altra parte; facendo dei giri contorti, che sembrano allontanare dalla meta. Ma in fondo, quel che conta è riuscire a tornare, no? Adesso ti racconto, allora; anche se forse hai già capito, me ne rendo conto. Non credo ti dispiaccia, perciò voglio farlo ugualmente. Se non altro servirà a me, per non dimenticare ciò che ho imparato.

Ecco come è andata.

Un attimo prima sono a casa, sul divano; la TV su un canale a caso, non conosco la trasmissione né chi la conduce.

Un attimo dopo sono altrove, sdraiata in un letto che non può essere il mio: il materasso è scomodo, il cuscino troppo alto, le lenzuola sono ruvide e odorano di disinfettante. Tento di aprire gli occhi, ma le palpebre sono come incollate, non riesco. Provo ad alzarmi, ma nulla, il corpo non risponde ai comandi, non le braccia né le mani, piedi, dita o gambe, e mi viene da gridare ma niente, la voce non arriva, non c’è, non ce la faccio. Penso è come in quei brutti sogni, vuoi scappare e resti fermo, vuoi chiedere aiuto e non riesci a urlare. La sensazione è quella, ma stavolta no, sono sicura di essere sveglia.

Se sono sveglia, sono viva. Bene. Perché temevo di essere morta.

Non ho paura, è strano. E il fatto di non riuscire a muovermi, gridare o aprire gli occhi, è un dettaglio che non mi turba; l’ho già accettato. Adattarmi, ad ogni situazione; è sempre stato il mio maggior punto di forza, e anche la mia più evidente debolezza. Io non mi cruccio, non smanio, non lotto; mi va bene tutto. Di solito mi adatto, e anche adesso.

Ho ancora gli occhi chiusi; eppure percepisco del verde, sopra di me e tutt’intorno. Un verde acido, spento e cupo; una tinta nostalgica, melma di palude densa e sporca, e io ci sono dentro. Avanzo, arrancando, e in un attimo ho il fiatone, il cuore che mi picchia in testa, vecchio motore ingolfato che sbuffa e scoppietta. Inciampo, mi alzo a stento, mezzo passo e ricado, di nuovo. Attorno a me un garbuglio inestricabile, serpi grigie legnose e contorte, spire che si annodano, cappi che legano l’aria e il respiro, non so scioglierli e non posso passare, non riesco. Allora spicco il volo: via dalla palude, da letto e lenzuola, dal disinfettante. A volte devo farlo. Staccarmi da tutto, è necessario. Ed è in fase di decollo, solo allora, che prendo contatto col resto del mondo e con me stessa. Sono maestra, in questo tipo di volo. La fuga mi appartiene, fa parte del mio adeguarmi, è essa stessa adattamento. Mi allontano dalle situazioni, e le osservo da lì; senza troppo scompormi, come se non mi riguardassero. Così comprendo. Accetto. Sopravvivo.

Mi dico sarà il volo, a salvarmi, anche stavolta. E in un istante sono in alto, a librarmi nella vertigine chiara di un cielo di latte, e penso è normale: che da quassù il cielo sembri bianco, e non azzurro. Come un bosco, che dove è fitto è solo ombra: buio e fresco. Il verde inganna, e non si svela; finché il fiato del cielo non soffia, a infilare una lama di luce calda tra le fronde.

Volo. E planando guardo giù, verso il verde brillante di un cuore enorme e perfetto, così nitido che sembra dipinto.

Lo sento pulsare, quel cuore; ne percepisco gli umori silenziosi, ne ascolto il ritmo tranquillo e rassicurante.

Poi il volo s’interrompe, improvviso. Via il verde e via il bianco, precipito nel vuoto. Ho un sussulto.

Mi ritrovo sdraiata in un letto che non è il mio: il materasso è scomodo, il cuscino troppo alto, le lenzuola sono ruvide e pesanti.

Apro gli occhi. E il mio sguardo incontra quello di mio marito, così grande e lucido che mi ci specchio dentro.

Sento la mia mano nella sua, una dolce stretta; le sue dita che si muovono piano, fra i miei capelli. Penso al groviglio dei miei riccioli, serpi grigie intricate e legnose come radici di mangrovia, strette fra loro in mille nodi per resistere a maree violente; di emozioni altalenanti, erosive. Spuntano da una palude, i miei riccioli, anche loro. Una melma salata, fatta di rancori e pensieri storti. Mi dice sei tornata. Lo guardo. Non capisco. «Eri morta, e sei tornata».

E io non so come spiegarglielo, che invece ero viva, tutto il tempo; ma altrove.

A sorvolare il mio cuore, bosco cupo, dedalo inestricabile di radici contorte, nascoste sotto una cortina troppo spessa, impenetrabile al sole. Che in quell’altrove ero luce e cielo, e da lassù vedevo un cuore vibrante, un tetto di foglie che pulsava. Che quel verde era speranza, e voglia di lottare; volontà di tornare.

Che quel verde eri tu: la mia Forza interiore, appena scoperta; il mio più grande Sogno, anzi l’unico, da sempre, anche se fino a ieri non lo sapevo. Non ho bisogno di altro, se ho te. E ora so che già mi appartieni.

Il mio cuore è un labirinto buio, complicato. Ma incredibilmente tenace, dopotutto. Come una foresta di mangrovie.

Grazie, di avermelo mostrato.

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