Memorie di un uomo senza passato

A volte pensi di stare solo dormendo, di passeggiare tra i sogni e gli incubi del giorno trascorso. A volte capisci chiaramente di essere sveglio; eppure un’insolita foschia ricopre tutto ciò che i sensi percepiscono, dandoti sensazioni contrastanti. E allora ti chiedi, per esempio, come sono arrivato qui? Come mai faccio cose che mi duole di norma persino pensare?

Davanti a me siede una ragazza dai capelli liscissimi e biondi; le carezzano la schiena pallida e le spalle piccole. Ha gli occhi color del cielo puntati su un quaderno e studia, assorta. La stanza è piccola e buia, con qualche mobile d’ebano dalle rifiniture esagerate e una libreria dai possenti tomi che occupa l’intera parete alla mia destra.
      «Vi ho portato da bere, ragazzi…»
Accanto a me si palesa una donna. Ha gli stessi capelli dorati della ragazza alla scrivania e le assomiglia così tanto che devo presumere sia sua madre.
      «Per te un succo di frutta normale, d’accordo?» mi parla di nuovo ma ciò non dirada affatto la nebbia che ho in testa. Dove sono? Chi sono queste persone? «Fabian, cos’hai oggi?»
      «Niente,» rispondo. Cos’ho, mi chiede la donna. Nel frattempo i miei occhi cadono sul vassoio d’argento che ha in mano: lo poggia con garbo accanto ai quaderni e ai libri sullo scrittoio. Due bicchieri. Uno è il succo per me, possibilmente aranciata o giù di lì, l’altro è un viscoso liquido rosso. Tale liquido riflette con poco entusiasmo la luce della lampada a petrolio tra i libri; sarà succo di uva? Di fragole, al massimo. Eppure la consistenza sembra così diversa da un liquido comune…
      «Preparala per bene, mi raccomando, Fabian. La conoscenza è molto importante per la nostra famiglia,» puntualizza la donna. La fisso, nel suo abito intero e oscuro. Mi ricorda una matrona di una qualche casata nobile del novecento, il che giustificherebbe il suo indossare lunghi abiti con cuciture e fronzoli eccessivi. Mi balena in mente il suo nome.
      «La farò studiare, Elise, non preoccuparti.»
      Poche parole bisbigliate tra le labbra asciutte e la donna si volta. La gonna del pomposo vestito segue i suoi movimenti leggiadri, tanto lenti e delicati da non fare rumore. Ha delle scarpe coi tacchi ma i suoi passi non producono il minimo suono.

L’indomani sono di nuovo in quella casa. Questa volta è il salotto, ho motivo di credere. Il caminetto brucia scoppiettando di fronte a me, che siedo su un meraviglioso divano di pelle. Alle mie spalle e tutt’intorno, i soliti mobili scuri in noce italiano, trattato in modo impeccabile e lavorato a mano. Chi vorrebbe un salotto dall’aspetto così lugubre e antico al giorno d’oggi? E poi, perché queste stanze sono sempre così poco illuminate? Sento lo scrosciare della pioggia contro le vetrate e vedo le grosse gocce d’acqua cadere attraverso le tende rossastre; ogni volta che un fulmine lampeggia in cielo, queste proiettano strane luci contro le pareti di roccia e mattoni grigiastri. Sono scosso da un brivido raggelante e mi sporgo verso il bel camino.
      «Fabian, scusa se ti ho fatto aspettare!» è lei, Elise. Scende le scale in fondo al salotto e mi raggiunge. Il suo incedere è leggero come al solito, scivola sul pavimento verso di me e si siede al divano. Odora di donna e mi fa sentire a disagio; sono troppo giovane per poter appieno apprezzare una meraviglia come lei, i suoi lati più preziosi e segreti. Raccoglie la pesante gonna tra le mani in modo da poter accavallare le gambe e mi lascia volutamente intravedere le cosce sagomate da bianche calze di lino, tanto pallide quanto la pelle che immagino sotto di esse.
      «Come sta?» le chiedo. So che mi sto riferendo a sua figlia ma non so bene perché. Temo di sapere cose che non dovrei.
      «Ho paura che oggi sia troppo stanca per studiare, Fabian.»
      «Non ho mai chiesto, lo so, però vorrei sapere che tipo di malattia ha tua figlia. Sono stato indiscreto?» la spio di sottecchi. Un sorrisetto le si disegna tra le guance scarne, diafane. Non le darei più di quarant’anni, ma so che dovrebbe averne almeno il doppio. Qualcosa non va.
      «Non sei mai indiscreto, non preoccuparti,» gioca ancora con la gonna dell’abito nero e scorgo la trama scura di un reggicalze i cui ganci sono fissati a una giarrettiera nerissima, la quale stringe le calze di lino finissimo con un laccetto rosso. Sussulto.
      «Non hai risposto alla domanda, Elise,» le dico, distaccato.
      «Mia figlia ha subìto un grave trauma e non è in grado di vivere e ragionare come prima. Tu la stai aiutando, ricordi?» si muove di una spanna verso di me. Il suo braccio inguantato sino al gomito mi sfiora e vorrei scostarmi, se non fosse che sono già al limite del sofà. «Oggi non dobbiamo parlare di mia figlia però. Oggi sarà il nostro giorno…»
      «Madre…!»
      Io e la donna puntiamo gli occhi alle scale: la ragazza è lì. Ha gli occhi lucidi di lacrime e ci fissa.
      «Tesoro, torna a riposare. Ieri hai avuto un grave calo, non affaticarti,» Elise si alza dal divano e lascia che la gonna torni a coprire le cosce perfette. Riprendo il controllo di me e reprimo ogni singola tentazione ai fini di placare le mie urgenze fisiologiche.
      «Fabian è mio.»
      A quelle parole della ragazza, drizzo il capo. Senza rendermene conto mi ritrovo tra le due donne; il divano e il camino sono lontani alle mie spalle e non ricordo di averli mai lasciati.
      «Helena, va tutto bene,» dico verso la bionda ragazza. Come ho appreso il suo nome? Potrebbe avere la mia età, eppure ha gli occhi di chi vive da secoli e ne è oramai stanca. È visibilmente spossata e ho la sensazione che possa capitolare da un momento all’altro. «L’accompagno in camera, Elise. Giusto un attimo e ti raggiungo nuovamente al divano.»
      «Come desideri…»
      Prendo Helena per mano e la conduco al piano di sopra. Attraversiamo un paio di corridoi tutti uguali e sono sorpreso di scoprire che quella che sto seguendo è la via giusta; potrei trovarmi in un castello per quanto ne so, data la mole di stanze e corridoi angusti che ho già attraversato. Infine giungiamo di fronte la porta della camera della ragazza. La spingo con la mano libera.
      «Grazie, Fabian,» lei mi parla, con voce soave e affaticata. Mi fermo su un tappeto in mezzo alla cameretta e aspetto che dica altro. So che vuole farlo dal modo in cui gioca con le dita. «La mam… mia madre ti ha detto qualcosa di me?»
      «Che hai subìto un grave trauma e che hai… dei problemi…»
      «È quasi esatto,» ridacchia e io trasalisco, sorpreso. Sapevo fosse bella, per carità, ma il modo in cui le sue labbra si muovono quando parla, la testa leggermente inclinata di lato e i suoi occhi zaffiro che mi fissano a quel modo…
      «Helena, sai dirmi cosa ci faccio davvero qui?» le chiedo a bruciapelo. Lei rimugina e poi si avvicina. Mi abbraccia e non so più come reagire. «Helena…?»
      «Sei il mio insegnante. Mia madre ti ha chiesto di insegnarmi tutto ciò che sai, come mio tutore privato.»
      Sta mentendo. E sa che l’ho capito.
      «Fabian, non ci devi pensare più. Me lo prometti? L’importante è che tu sia qui con me.»
      «D’accordo.»

Ho una famiglia? Ho una ragazza? Ho una vita al di fuori di questa magione oscura, in cui il tempo non passa mai e le nubi buie e rigonfie di lacrime piangono incessantemente? La mia infanzia, per esempio. Sono mai effettivamente nato o sono sempre esistito qui, in questa casa?
      «Ben arrivato,» Elise mi accoglie al portone. È la mia occasione per scoprire dove diavolo sono. Non appena faccio per girare la testa e sincerarmi di dove mi trovo, le mani inguantate della donna mi bloccano. Le sento sul mio viso, gelide in modo innaturale.
      «Ho le scarpe infangate…» le dico, con le calze zuppe di acqua e i piedi rattrappiti. Elise sta per parlare ma la figlia spunta dietro di lei, accanto al camino acceso.
      «Ci penso io, madre cara,» bisbiglia Helena. Con una mano alza la gonna pomposa dell’abito grigio per non incespicare, mentre tiene l’altra sul corsetto di cuoio. Ci raggiunge con la solita eleganza regale e supera la madre come se niente fosse, finendomi al cospetto.
      Mi vedo trascinato per mano lungo una serie interminabile di corridoi e vengo messo a sedere su uno sgabello di legno. Di fronte a me una bacinella d’acqua fumante.
      «Helena, non è necessario, davvero,» le dico, affettuosamente. Le mura in pietra e la finestra di metallo mi danno davvero l’impressione di essere in una torre di un castello; eppure abbiamo salito le scale solo per un piano.
      «Dopo tutto ciò che hai fatto e fai per me, questo è il minimo,» mi sussurra all’orecchio. O almeno è la sensazione che ho avuto. Da quando siamo entrati in bagno non si è mai mossa dal mobiletto in legno, tuttavia è come se mi parlasse direttamente nella testa.
      «No, fermo, Fabian; farò tutto io, non preoccuparti,» mi blocca la mano. Comincia ad arrotolarmi i jeans sino al ginocchio con le esili dita, sottili e scarne. Liscia la pelle del mio polpaccio con le unghie e rabbrividisco. Armeggia un po’ con delle boccette di vetro e versa dei sali da bagno nella bacinella di legno.
      «Dove siamo, Helena?» le domando. Lei non mi risponde e pensa solo a lavarmi i piedi. I sali da bagno frizzano e mi solleticano la pelle.
      «Perché vuoi saperlo, Fabian? Ricordi cosa ti ho detto l’anno scorso? Sei il mio insegnante.»
      «L’anno scorso?!» sussulto e faccio quasi traboccare la bacinella. Helena si asciuga alcune gocce d’acqua che le sono finite sul viso. «Pensavo avessimo fatto quel discorso giusto ieri…»
      «Giorni, minuti, persino i mesi: sono unità di misura imperfette per lo scorrere del tempo.»
      «Che significa…?» le sue dita si infilano tra quelle dei miei piedi, li lavano e massaggiano e mi sento ancora più in imbarazzo.
      «Userei gli anni, per parlare del tempo. I decenni sono ancora più comodi nel mio caso. Per mia madre e la mia famiglia, penso che i secoli vadano discretamente bene…»
      «Helena… che discorsi sono?» ho paura. Vorrei alzarmi dalla sedia ma i miei muscoli si rifiutano. La ragazza dai biondi capelli si erge in tutta la sua altezza, scosta col piede la bacinella e mi fissa dall’alto. Si china su di me e mi slaccia la cintura del jeans. Mi ritrovo sia denudato che legato per braccia e gambe. Com’è successo?
      «Helena… aspetta…! Helena, che diavolo fai? Ferma!» la fisso stordito, impaurito.
      «La mamma ti vuole tutto per sé, ma tu sei mio ormai.»
      «Che dici…? Io… ho…»
      «Tu non hai niente all’infuori di me, Fabian. Non più.»
      Ride. Ad ogni sua risata frammenti della mia memoria scoppiano e si incrinano come i cristalli di un prezioso lampadario, i cui cardini spezzati lo lasciano cadere al suolo con esasperante lentezza. Helena alza la lunga gonna sino ai fianchi, la vedo sganciare la giarrettiera e sfilarsi le calze. Si avvicina a piccoli passi e mi benda usando la calza che si è appena sfilata.
      È tutto buio. Sento le sue risatine solleticarmi le orecchie e poi gli orli esagerati e ricuciti di stoffa e ghirigori che mi accarezzano la pelle delle gambe. Mi avvolge. Il contatto con le cosce fredde di Helena è inevitabile. Si siede su di me e la sento tremare, accogliermi al suo interno e poi scuotersi di nuovo. Piagnucola e geme.
      «Helena, maledizione, che stai facendo?» le sussurro, incapace di razionalizzare quanto sta accadendo.
      «Amami, Fabian… ti prego…» mi sfila la benda e vedo che si agita su di me, con innocenti lacrime che solcano il suo viso raddolcito. Sotto la gonna i nostri corpi si intrecciano, si desiderano. La abbraccio e decido di assecondarla. D’un tratto avverto un cigolio alle mie spalle: scorgo la chioma fluente e dorata di Elise. Ci fissa, impassibile.
      «Non è…» faccio per parlare ma le risate isteriche di Helena coprono ogni altro suono. Sono al culmine del piacere e lo stesso vale per lei, che mi graffia la guancia facendomi sanguinare. Gode estatica e si alza dalla sedia su cui giaccio vittima e spettatore. Guardo tra le mie gambe e gocce cremisi macchiano il mio essere uomo, le stesse gocce solitarie che vedo scorrere tra le cosce pallide di Helena. No… non può essere!

Siedo di fronte al camino. Elise è qui con me e non c’è traccia di Helena. Indosso un pantalone di stoffa e una camicetta appartenente a un’altra epoca. Perché?
      «Mi dispiace molto, Fabian.»
      «Di cosa, Elise?» la fisso. Lei mi restituisce lo sguardo, affranta.
      «Non potevo pensare che mia figlia ti avrebbe costretto a questo. Dovevi essere solo un ninnolo, un passatempo e un divertimento per lei,» sospira affranta: «E occasionalmente un pasto.»
      «Che vai blaterando?» mi alzo dal divano e inciampo. Mi gira la testa e non capisco per quale ragione. Sono più alto? Sono cresciuto? Le ginocchia mi dolgono, come le ossa e i muscoli.
      «Hai perso molto sangue, torna a sedere,» Elise sembra eccessivamente premurosa. Ha un’espressione dilaniata dal dolore. «Pensavo di poterti proteggere da noi…»
      «Noi?» biascico, appoggiandomi a una parete. Sul muro sopra la mia testa c’è un grosso quadro che non ho mai notato; faccio un passo indietro e lo guardo meglio. Che diavolo è? Sono io! Il quadro, attorniato da una cornice dorata e ricca d’arzigogoli, raffigura me in abiti eleganti al fianco di quella che può essere solo Helena.
      «Oh, caro, sei arrivato finalmente!» mi volto di scatto e la vedo: lei.
      «Helena, che diavolo…»
      «Papà!» una piccola creaturina mi saltella contro e mi abbraccia. Una bella bambina dai capelli lucenti, castani come i miei. Ha un paio di occhi azzurri e so benissimo a chi appartengono. Tremo.
      «Quanto tempo è passato?» ansimo, avvilito. Cerco uno specchio e trovo solo il vetro di una finestra: ho la barba folta e in parte biondiccia, scolorita; la faccia giovane e liscia che ricordo è sostituita dal viso di un uomo adulto, con gli occhi decorati da qualche ruga. Le mie mani. Le guardo e sono vissute, callose.
      «Amore, lascia stare papà…» Helena mi raggiunge e mi abbraccia. Mi da un bacio sulle labbra e scosta dolcemente la piccina. «Tesoro mio, domani è il compleanno della bimba, ricordi?»
      «Quanti anni?»
      «Quasi un decennio.»
      «Cristo…» mi porto le mani al capo. Non è possibile! «Cos’è questo posto, volete spiegarmelo!?» urlo, in preda alla collera.
      «Mamma, porta via la bimba,» Helena guarda oltre me, verso la madre. La bambina ed Elise le obbediscono e corrono verso le scale.
      «Viviamo assieme, tesoro mio, ti ricordi?» la ragazza mi guarda con gli stessi occhi di dieci anni fa. Non è cambiata di una virgola. Nessuna ruga sul suo viso, nessun capello bianco, nessun segno di vecchiaia. Ha lo stesso corpo esile e perfetto che aveva quando l’ho vista la prima volta. Già. Quand’è stato, in realtà?
      «Che mi avete fatto?» piango, appoggiandomi a lei.
      «La nostra famiglia stava cadendo in rovina, Fabian. Avevamo bisogno di altri eredi, di altre forze per consolidare il nostro potere in questa regione.»
      «Che…» sono congelato. Qualcosa preme contro il mio stomaco e faccio un passo indietro. Helena porta le mani al proprio grembo e mi sorride, innamorata.
      «È un maschietto, questa volta…»
      Fisso la sua pancia tonda e tutto cede, si rompe e crolla. Niente di questo può essere reale. Dov’è la mia vera vita? La mia famiglia? Mia madre, mio padre, la fidanzata che ricordo di avere? Dove sono?
      «Andiamo a giocare con nostra figlia, tesoro mio…»
      Mi prende per mano e mi guida lungo i soliti corridoi, anfratti e passaggi di questa misteriosa dimora. Ancora una volta. Forse per sempre.

Pubblicato in Fantasy, Narrativa, Thriller/Noir

Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Come in un sogno, anzi, come in un incubo, il tempo in questa storia segue delle curve da mal di stomaco e a fine corsa si tira un sospiro di sollievo: è tutto passato, per fortuna. Trama originale e angosciante, anche se non semplicissima da afferrare, e la scena di sesso è estremamente efficace ma anche decorosa. Complimenti!