Meno di un secolo

3 marzo 2020.

Pimpa guardava fuori dall’oblò le onde ruggenti. Ischia era in vista.

Fuggiva con la sua bambola per starsene un po’ dalla nonna, Pasqualina.

Scappava dall’epidemia.

Il Colonnavirus si era diffuso anche al Sud, e i genitori l’avevano mandata lontano sperando di ridurre le possibilità di contagio.

Pimpa aveva paura di questa malattia. Aveva paura che lei, la mamma e il papà la prendessero.

Però era anche scocciata: sarebbe stata da sola dalla nonna per chissà quanto tempo!

Scesa al molo, Pasqualina era lì ad attenderla: un carrellino con la spesa appena fatta, gli occhi chiusi in un sorriso, la mano ruvida per portarla a casa, manco fosse una bambina: aveva appena compiuto sei anni!

Ma casa l’odore familiare e tipico dei biscotti alla marmellata appena sfornati le diedero pace, e per un po’ non pensò alla noia.

Almeno Fiammetta potevano farla venire dalla Francia!, pensò. La sorellona era la sua migliore amica; l’avrebbe fatta divertire…

***

Passarono i giorni, e al telegiornale continuavano a parlare di Colonnavirus. Pimpa si lavava così spesso le mani che erano tutte lisce e lucide.

Inoltre non si poteva più uscire di casa: era stato vietato!

Le passeggiate con nonna al mare o le partite a pallone con qualche bambino facevano passare il tempo. Quanti pianti quando la nonna dovette con la forza impedirle di uscire.

Dovevano essere dieci giorni quelli lontani da casa, e invece ora avevano chiuso ogni comune!

Era rimasta prigioniera lì!

Le mancavano mamma e papà, rimasti a Napoli a lavorare.

La nonna non pareva preoccuparsi. Stava lì, a cucinare tutto il tempo, mentre Pimpa passava le giornate sul divano, innanzi alla televisione o a giocare con la sua bambola. La nonna le aveva cucito qualche vestitino per tenerla quieta. Era brava a cucire.

Esasperata dalla noia, un dì Pimpa iniziò a passeggiare per casa, guardando tutte le cornici che trovava sui mobili antichi.

«Maneggiale con cura» disse la nonna, «sono delicate e possono rompersi. Poi ti fai la bua».

«Chi è questo signore?» chiese la nipote.

La nonna si pose gli occhiali sul naso e strinse gli occhi. «Oh» rise, «un soldato. Vedi, quando ero piccola c’era la guerra. Quel soldato, un medico in realtà, mi conobbe quando vennero gli americani ad aiutarci».

Pimpa sbuffò. Odiava le storie a metà. E’ come quando qualcuno dice qualcosa che non si capisce e che non vuole ripetere. Resta un senso di vuoto e fastidio tremendo. E tra la noia e la curiosità non poté far altro che chiedere: «nonna, raccontami di quando eri piccola».

«Umàma». La nonna rise. «Ho tante storie Pampinea, ci vorrà tanto tempo».

«Mi chiamo Pimpa! E poi c’è il colonnavirus, c’è tempo!»

«Coronavirus…Va bene, prendo i biscotti; siediti».

***

«Iniziamo dal principio», fece la nonna sedendosi pesantemente, la schiena dolente, le mani umidicce.

«Sono nata il 10 ago 1936 – mia madre era del 1902»

«Uooo» fece Pimpa sbalordita.

«Già, è tanto tempo fa.

«Mio padre era vetturino, ovvero guidava i cavalli che trainavano carrozze»

«Bellissimo! Come nei film!»

«Eh».

«Non c’erano le macchine?»

«Pochissime, e poi ai tempi pochi le possedevano.

«Mio papà lavorava per un uomo molto ricco, e portava di solito la moglie in giro a controllare le loro terre.

«Purtroppo quando avevo quattro anni lui morì, e visto che mia madre lavorava tutta la giornata fui portata in collegio».

«Cos’è un collegio?»

«Un luogo dove vanno i bambini che non hanno famiglia o che non possono stare a casa».

Pimpa provò un brivido. Menomale che c’era la nonna!

«Quando scoppiò la Grande Guerra mia madre capì che non era sicuro lasciarmi lì: giravano voci su come quei fetentoni dei nazisti trattassero i bambini: attenti alle mani!

«Quindi nel 1945 mia madre mi venne a prendere».

Pimpa aveva sempre paura quando si parlava del passato: sembrava sempre così orribile e spaventoso!

«Le elementari le avevo iniziate nel collegio – dove ci trattavano molto severamente: se non ti addormentavi, erano bacchettate sulle mani! Altro che zuoccolo! Ma una volta fuori frequentai per un po’ le scuole pubbliche; erano molto diverse da come sono ora».

«In che senso?»

«Ai tempi le classi erano divise tra ragazzi e ragazze. Studiavamo materie diverse, come cucito, giardinaggio, e anche le arie d’opera! Quanti ricordi.

«Dopo le elementari feci i tre anni di avviamento»

Pimpa ascoltava attenta mentre sgranocchiava un biscotto dopo l’altro. Aveva tante domande da fare perché non capiva tutto ciò che diceva, però non voleva interromperla.

«Mi piaceva tanto studiare» continuò la nonna, «ed ero brava a scrivere temi e a leggere.

«La maestra mi voleva molto bene, voleva aiutarmi, e mi raccomandò al parroco del paese»

«Don Varlungo?» fece Pimpa.

«No, lui ora non c’è più. E poi ti parlo della mia città natale, Sparanise.

«Comunque quando lui venne a parlare con mia madre, per convincerla a farmi proseguire gli studi, lei rifletté a lungo. Sarei dovuta andare a Capua a studiare, ma una ragazzina come me non poteva viaggiare da sola, anche se avevo quattordici anni».

«Perché mai? Io l’ho fatto e sono anche più piccola».

La nonna rise amara. «Erano altri tempi.

«Ricordo che mia madre chiese al fratello: lei non decideva nulla, e non poteva fare nulla, senza prima chiedere a lui».

«Che stupida! Perché aveva bisogno del permesso?»

«Perché era l’unico maschio della casa – anche se in realtà abitava giù, in vallata. Comunque era la persona più influente su mia madre, e su di me».

«E cosa decise tuo zio?»

«Beh, secondo lui era scandaloso che dovessi viaggiare per studiare. Dovevo pensare a sistemarmi con un lavoro per poter pensare ad una famiglia. Quindi disse di no a mia madre».

Pimpa crucciò la faccia. Era contrariata dalla storia. Che idiozia!

«Fu così che iniziai un corso di taglio e cucito, ai tempi cosa ben più appropriata ad una ragazzina come me.

Mi diplomai a Napoli, forse a sedici anni…non ricordo. Da lì, in un mese, tutto cambiò».

«Che successe?»

La nonna rise. «Una storia buffa, ma facciamo una pausa».

Pimpa non voleva, ma non disse nulla.

La nonna girò la bietola a bollire e spense il fuoco della marmitta con dentro i barattoli di pomodoro. Pimpa credeva che così il sugo usciva più buono.

La nonna preparò poi una merenda con pane, prosciutto e formaggio e lo diede a Pimpa, l’acquolina già in bocca. Con un tonfo si risedette e riprese: «Un amico di mio fratello doveva andare a Milano. Visto che avevo un cugino lì, mi venne proposto di lavorare come sarta presso una fabbrica da loro. Un viaggio così lungo era proibitivo, ma per fortuna c’era quest’amico di mio zio.

«Feci il colloquio – andò bene – ed entro un mese avrei avuto una risposta. Scesi nel Mezzogiorno con un treno – ci misi giorni – e qui successe la magia».

«Ovvero?» sollecitò Pimpa curiosa.

«A Sparanise, una sera, io ed una mia amica decidemmo di andare ad una festicciola. C’era poca gente, un grammofono e si danzava.

«Se ancora ci penso mi vengono i brividi: se mia madre mi avesse scoperta sarebbero stati guai!

«Nella tranquillità della serata, un giovincello, bello e alto, si avvicinò e mi chiese di ballare. La mia amica mi spinse ad accettare e avemmo un ballo.

«“Signorina, posso chiedervi un secondo giro?” fece alla fine. Ma io già sapevo che con un solo ballo sarei stata nei guai fino al collo se qualcuno l’avesse scoperto! “Non posso” risposi, lo ringraziai e con la mia amica tornai a casa».

«E che c’è di speciale?» chiese Pimpa.

«Beh, qualche giorno dopo quel ragazzo mi vide passeggiare. Venne a dirmi che voleva parlarmi perché un suo amico, la sera del ballo, si interessò a me, e lui si mise in mezzo per mettermi in contatto con lui.

«Quello che però scoprii fu che in realtà lo fece per se stesso. Così ho conosciuto il nonno».

Pimpa rise. Che furbacchione!

«Due giorni dopo avemmo un importante discorso: “se fate sul serio” gli dissi “se davvero ci tenete a me, io resterò qui e non andrò a Milano”.

E così fu».

«Ma hai rinunciato alla possibilità di andare a Milano».

«Non fa niente, è andata così e non me ne pento.

«Con il nonno fui fidanzata per ben sette anni, durante i quali fu chiamato alla leva militare».

Ma solo alla guerra pensavano?, si chiese Pimpa.

«Alla fine» continuò la nonna, «a ventitré anni lo sposai.

«Quanto fu divertente scoprire la sua data di nascita: “sono nato il 10″ disse, “proprio come la poesia di Pascoli”. Ero sicura che lui avesse visto la mia carta di identità e che mi stesse facendo uno scherzo. “Io sono nata il 10 agosto” controbattei. Continuammo a portare avanti la nostra tesi per un sacco di tempo! Pensavamo che l’altro avesse torto, quando entrambi avevamo ragione: lui però era nato quattro anni prima di me.

«Poi nacque zia, quindi zio, e infine tua mamma».

«E poi? E POI?» spronò Pimpa.

«Beh, ci sono tante storie, siamo stati più di cinquanta anni insieme. Non sai quanto mi manca… L’importante è essere stati felici…

«Hai visto quanto è cambiato il mondo? E tra me e te c’è solo meno di un secolo!

«L’unica cosa ora è battere questo virus fetentone!»

Pimpa guardò la nonna, preziosa fonte di saggezza. Gli anziani sono più a rischio, pensò.

Andò a lavarsi le mani: non doveva contagiare nonna! Non sarebbe uscita e avrebbe atteso con le sue storie la fine del colonnavirus.

Sicuramente se ne andrà in meno di un secolo, pensò sorridendo.

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Discussioni

  1. Ciao Roberto, il tuo racconto mi ha riportato alla mente ricordi non miei. Anch’io, da bambina, amavo ascoltare le storie che mi raccontava mi nonna: era nata nel 1921. Nei suoi racconti, le difficoltà erano viste come una consuetudine. La più magra delle conquiste permetteva di avere grandi soddisfazioni: al giorno d’oggi, si è perso molto. C’è di tutto e non si è mai felici. Di questi tempi, dovremo ricordarlo e affidarci al ricordo della loro forza. Sei riuscito a rievocare ancora la sua voce, grazie al tuo scrivere accurato e preciso.

    1. Grazie mille! La cosa più bella per me è riuscire a comunicare qualcosa, e sono davvero felicissimo quando umilmente ci riesco. Spero di migliorarmi sempre ?. Sto provando a superare me stesso con la mia prossima storia…o dovrei dire serie ?. Spero di poter approfittare di questo sfortunato momento per dedicarmi alla meravigliosa realtà che è edizioni open!

  2. Le frasi sono scorrevoli .Il racconto ti trascina nel passato .Ci sono riferimenti storici sia riguardanti la guerra che i vecchi percorsi scolastici .Si evidenzia anche il fatto che una donna non potesse lasciare il paese per recarsi a Capua dove poter seguire un corso di studi .Bravo Roberto continuala questa storia ,possiede agganci per diverse evoluzioni.???❤

    1. Grazie mille! Non so se continuerò questa storia nello specifico, ma non credo perché l’ho pensata come episodio unico: ma mai dire mai!
      Però ho tante sorprese e storie che non vedo l’ora di condividere su questa piattaforma, quindi vi terrò aggiornata!