Mio lo strazio

Serie: Dall'inferno un fiore

Anita percorre il tunnel del complesso sanitario del G8. La protezione civile lo portò nel giugno del 2009 dalla Maddalena. Pupillo dell’emergenza post-terremoto, adesso è solo una struttura morente di container attaccati l’uno all’altro. Scie di ruggine, dipinte dalle infiltrazioni di acqua, colorano le pareti grigie. I condizionatori hanno esalato l’ultimo respiro e le grate di areazione sono tappezzate da uno strato di lanugine. Il tacchettio dei suoi passi rimbomba nell’andito.

Superato l’ingresso che rappresenta il confine tra il complesso sanitario e il lato sud-est dell’ospedale, gira a destra. Raggiunge il corridoio di “Ostetricia e Ginecologia”, dove stanno gli ambulatori per i monitoraggi. Le scale che portano al reparto di “Psichiatria” si trovano dopo l’uscita che sta a una trentina di metri davanti a lei. Purtroppo, non c’è altro modo di arrivarci.

Una futura mamma siede sulla panchina addossata al muro. Si guarda la pancia con occhi sognanti. Si accarezza il ventre gonfio con una mano, mentre con l’altra se lo sostiene, come se avesse paura che possa cadere. A giudicare dalle dimensioni, è questione di una settimana al massimo. La pelle del viso è luminosa e liscia. Dallo sguardo traspaiono apprensione e stanchezza, ma anche felicità.

Un uomo è inginocchiato di fronte al distributore di merendine. Estrae un pacchetto di cracker al riso. Va a sedersi vicino alla donna. Le dà i cracker e le sorride. Lei gli poggia la testa sulla spalla e guarda l’orologio che tiene al polso.

Anita abbassa lo sguardo. Quindi procede a passo svelto. Il tacco le scivola all’interno e la caviglia si torce. Fa per pararsi con una mano tesa verso terra, ma mantiene l’equilibrio e si raddrizza. L’uomo è scattato in avanti con la schiena e col braccio, quasi a volerla sorreggere nonostante la distanza che li separa. Senza guardarlo, gli fa segno di non preoccuparsi e se ne va svelta verso le scale.

  

«Vieni, dottore’». Non è l’orario di visita, ma l’infermiera non le ha fatto storie. «Sei arrivata proprio a cecio.»

Come al solito, Anita ha beccato la tipa informale, e rozza. «Perché?»

«La guardia se n’è jita mo’» le risponde, in dialetto aquilano, «dice che ritorna tra ’nu paio d’orette.»

Anita accenna un sorriso.

Percorrono il corridoio del reparto. L’infermiera che la precede, di spalle, sembra più vecchia. Cammina con la schiena incurvata e le braccia penzoloni. Strascica i piedi che scialacquano nelle ciabatte di plastica fucsia. Un calzino è bucato sul tallone.

Anita affaccia lo sguardo sulle stanze di degenza. Osserva i fantomatici effetti della ricostruzione: i muri delle stanze sono stati ritinteggiati, sempre di bianco, e i letti sono del modello nuovo, quelli con la struttura foderata in plastica dura e dotati di un telecomando con una decina di pulsanti. I dispenser di amuchina lungo le mura del corridoio completano la serie di interventi post-terremoto.

«Sta qua.» L’infermiera le indica la porta aperta della stanza numero sedici. Quindi prosegue, scomparendo dietro l’angolo.

Anita si ferma sulla soglia.

Nella stanza ci sono due letti addossati al muro. Uno è rifatto, l’altro ha la coperta risvoltata sul lato sinistro. Sulla fodera del materasso ci sono molliche di pane e tante increspature come piccole onde.

Lele siede di spalle alla porta, di fronte al tavolo che sta sotto alla finestra. Indossa un pantalone di tuta blu, con più risvolti all’altezza delle caviglie, e una maglietta bianca: le maniche gli arrivano fino ai gomiti. La testa è fasciata intorno alle tempie. Da come muove il braccio, si capisce che sta scrivendo qualcosa.

Anita stringe il pugno. Dai, angelo, liberatene. Lo stronzetto sa.

Fa un lungo respiro, e allenta la morsa della mano. Quindi bussa con le nocche sul coprifilo. «Posso?»

Lele si volta ruotando sulla seduta, quel tanto che basta per consentirle di scorgere un foglio A4 sul tavolo.

Per un attimo, il ragazzino l’ha guardata. Poi, come al solito, il suo sguardo è partito per qualche viaggio e lui si è rimesso di spalle, continuando a far scorrere la penna sul foglio.

Lei avanza. Si siede su una delle due poltrone che guardano i letti, quella più vicina a Lele. «Stai scrivendo?»

Lui non risponde.

Anita respira a pieni polmoni, cercando di restare calma. Deve lavorarselo senza fretta se vuole scoprire coma faccia a sapere. «Ti fanno male i punti?»

Il bimbo smette di trafficare con la penna. Guarda fuori dalla finestra. «Sì. Ché ucciso non m’hanno.»

Sperava di essersi fatta condizionare di nuovo dal suo passato, ma adesso non ha più dubbi. Le mani fredde e formicolanti, il cuore che le batte nelle orecchie, la rabbia e la paura avanzano. È stanca. Per quanto cerchi di liberarsene, il passato non la molla. Prima il ricordo del terremoto, poi quello di Tony. E adesso questo figlio rinnegato, che sa di quella maledetta poesia. Inizia a temere la possibilità di aver avuto rapporti con la vera madre, con qualcuno che possa sapere che la dottoressa Mancini è un’assassina. E un’infame.

Ma quando? E chi?

Anita va a chiudere la porta della stanza. Si sente diversa. Intossicata e febbricitante e delirante, come se una vipera l’avesse morsa.

«Dimmi dove cazzo l’hai letta» ringhia.

Lele sta zitto.

Lo tira per una manica, costringendolo ad alzarsi. Lo gira verso di sé, ma lui continua a tenere lo sguardo basso.

Gli solleva il viso, afferrandolo con forza sotto il mento.

Le guance e le labbra del ragazzino sono accartocciate nella stretta, il viso arrossisce.

«Rispondi!»

Lui sposta le pupille di lato, come a voler indicare il foglio sul tavolo, e poi ritorna a guardarla. Anita osserva il foglio: la poesia che scrisse quattordici anni fa in un letto di ospedale è vergata sulla carta con una calligrafia bambinesca. La fece leggere all’unica persona a cui confessò quello che era successo la notte del 6 aprile: la dottoressa Silvestri, la psicologa che la seguì durante la gravidanza. Anita non se lo seppe spiegare, ma la donna rischiò. Decise di esserle complice fino alla fine. La trattò come una figlia, forse perché non ne aveva mai avuta una. E le disse che avrebbe consegnato la poesia a chi sarebbe stato capace di capirla e di custodirla, prendendosi cura della sua storia.

Non è possibile.

Anita afferra Lele per il colletto della maglietta, facendolo drizzare sulle punte. «Dimmelo, bastardo assassino. Dimmelo!»

Il ragazzo la guarda con gli occhi spalancati. Il labbro inferiore gli trema. Ma continua a non rispondere.

Anita lo scuote. «Dimmelo!»

Gli occhi di Lele si riempiono di lacrime, che straripano dalle palpebre e scivolano lungo le guance. «L’ha le-etta lui.»

«Basta.» La punta del naso di lei tocca quella di lui. Un rivolo di saliva le scende da un angolo della bocca. «Lui sei tu.»

Lele trema. Si asciuga le lacrime con le mani. «Qua-ando ha letto la verità.»

Anita gli dà un altro scossone, la maglia si strappa sul colletto. «Su cosa?»

«Su di le-ei.»

«Lei chi? Giuliana?»

Il figlio abbandonato non risponde.

«E quale sarebbe la verità?» lo incalza Anita.

Lele si ritrae di scatto, facendole rimanere nelle mani solo lembi di colletto. Tiene le braccia attaccate ai fianchi e i pugni chiusi. Le nocche impallidiscono. «Lei lo ha abbandonato.»

Quindi lo sai. Lei è la vera madre.

Anita gli punta un dito contro. «È stata lei a dirti di sbarazzarti di Giuliana. E tu l’hai spinta per le scale. Non è così?»

«No.» La voce di Lele è profonda. Gli occhi la guardano con una fermezza che non dovrebbe appartenere a uno come lui. Un ghigno gli si dipinge in viso. «Lui l’ha spinta perché non lo voleva lasciare andare.»

Anita avanza. Lo afferra per un braccio e lo tira a sé. Lo guarda fisso negli occhi. «Andare dove?»

Le pupille del ragazzino si dilatano, sembrano volerla risucchiare nel vuoto infinito che contengono. «Dalla dottoressa Silvestri.» Lele ritira la pancia e gonfia il petto. «“La psicologa delle infami”» aggiunge, imitando una voce adulta. «L’unica che può dirmi dove sta mamma.»

Anita avverte una stretta al cuore. Evidentemente, così la chiamava Giuliana. E, come lei sa, così l’aveva etichettata mezza L’Aquila. Le sembra di essere stata scaraventata fuori dal proprio corpo. Si vede da fuori. Si vede mentre stringe il braccio di quella creatura rifiutata. Intravede i lividi che gli ha fatto. Vede il proprio viso deformato dall’odio, gli occhi sgranati dalla follia, i grumi di bava agli angoli della bocca. Si vede e si fa paura. E si fa schifo. Vede tutto il male che ha fatto al ragazzo. Lele è solo un quattordicenne indifeso, vittima di se stesso e di chi lo ha preceduto. Solo un altro che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Anita ritorna in sé, e lo molla. Vorrebbe finirla qui. Vorrebbe far finta che non sia mai successo. Del resto, lei è brava in questo. Vorrebbe non aver conosciuto Tony, non essersi trovata all’Aquila la notte del 6 aprile 2009, non essere mai nata, forse sarebbe stato meglio per tutti.

La psicologa ne aveva seguite tante, di infami. Quindi non ha senso chiederglielo. Perché mai dovrebbe? Ma Anita lo farà lo stesso, vuole sentirselo dire. Adesso desidera quello che non ha mai voluto, ci spera. «E la poesia che c’entra?»

«Stava nel cofanetto, insieme ai fogli.»

«Quali fogli?»

«I fogli che lo affidavano all’altra madre.»

Anita conosceva già la risposta.

La conosceva già all’epoca, quando scelse di dimenticare.

Serie: Dall'inferno un fiore
  • Episodio 1: Prologo
  • Episodio 2: Anita
  • Episodio 3: Primo interrogatorio
  • Episodio 4: Diagnosi
  • Episodio 5: Secondo interrogatorio
  • Episodio 6: Suo l’amore (parte I)
  • Episodio 7: Suo l’amore (parte II)
  • Episodio 8: Mio lo strazio
  • Episodio 9: Epilogo
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    Commenti

    1. Angela Catalini

      Dunque Anita è rimasta incinta durante lo stupro e ha portato a termine la gravidanza. Se Lele conosce la poesia è probabile che sia… In fondo parliamo di quattordici anni fa. Bingo! 🙂

    2. Giuseppe Gallato

      Episodio dall’alta carica emozionale che mi ha intrappolato nelle sue spire narrative, soprattutto quando Anita fa il suo ingresso nella stanza. Ho trovato lo scambio di battute con Lele semplicemente fantastico, e al contempo terrificante. Sei stato abile nel farmi vedere la scena… nuda, cruda, intensa!
      @sally88 l’ha ben definita: un terremoto vero e proprio! Complimenti! 🙂

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Sara. Sono contento che ti sia piaciuta. Grazie per il tuo tempo. Lo considero sempre un omaggio e mi fa quindi piacere se il lettore pensa che ne sia valsa la pena.

    3. Letizia Bonvini

      Ho divorato tutta la serie in un solo boccone. La trama è il punto forte, prende moltissimo. Al di là del l’ambientazione suggestiva, perché riprende un dramma ambientale della storia recente, c’è la sua natura di giallo, con una buona dose di suspance, che tira moltissimo. La scrittura è quasi cinematografica, mi piace moltissimo. Ne leggerei altre mille.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie Letizia. Molto contento che ti sia piaciuto. Sì, la trama l’ho pianificata a tavolino, trovando poi personaggi che fossero funzionali a essa.