Necrologi ironici (più o meno)

Serie: Necrologi

Frodolfo

Tutti lo chiamavano Al Takabega.

Onorio Pedranzini, anche chiamato da tutti Al Takabega, era un pastore valtellinese, precisamente abitante della frazione di Cepina ai piedi del monte Stelvio. Fin da bambino la cosa che amava di più era bere l’acqua gelata del Frodolfo insieme alle sue mucche, o meglio alle mucche della sua famiglia. Il padre e la madre erano stati la causa della rovina di una grande tradizione casearia centenaria, infatti i Pedranzini erano rinomati in tutta la valle di Teglio per il loro buonissimo Bitto (formaggio a pasta semidura tipico della Valtellina). Onorio, quando ancora era adolescente, una sera che aveva in corpo più Grumello che sangue e si aggirava nei pressi di un’innevata pista ciclabile lungo il Frodolfo con Ares, il suo pastore maremmano ed amico fidato, si guadagnò il soprannome di Al Takabega, quando prese a menare le mani contro ben quattro ragazzetti più grandi di lui per un motivo che, qualora fosse esistito nessuno lo ricorda. Da quel giorno, per tutti i mesi che passava a valle nessuno gli si accostava quando si aggirava in paese, o quando entrava in un bar per scaldarsi l’anima con un po’ di Braulio, e nemmeno quando incrociava qualche compaesano per le sponde del fiume dove si abbeverava.

Tutto cambiava quando invece nei mesi estivi si trasferiva sulla cima del monte per l’alpeggio, anche se non era particolarmente capace a governare gli animali, come non era capace il padre, a lui piaceva andarsene in giro per i percorsi più impervi a scoprire dove erano finite tutte le bestie, ed Ares lo seguiva, fedele come pochi al mondo. Nessuno in quelle lande desolate lo riconosceva come l’attaccabrighe che era, e quindi nessuno lo evitava, d’altronde c’era solo lui in un raggio di 20 chilometri quadrati, ma il non sentirsi puntati addosso quegli occhi che lo giudicavano era tutta un’altra storia. E poi c’era Ares, che sin dalla tenera età non lo aveva mai e poi mai giudicato. Anzi.

Spesso parlava con le mucche, chiedeva loro perché la sua famiglia si era rovinata così negli anni, chiedeva loro perché tutti considerassero i pastori così umili ed ignoranti, ma essendo un pastore umile ed ignorante, non trovava le risposte che andava cercando. Sicuramente le cercava anche nel posto sbagliato.

Il suo ultimo novembre fu quello del 2017, quando rientrando presso la sua baita a Cepina si fermò con Ares a bere al Frodolfo, che ancora non si era raggelato. Era vecchio e stanco, e portava sempre con sé quella faccetta imbruttita da anni ed anni di alpeggio estremo, con la sua barba bianca ed ispida, il suo cappellaccio lacero di lana scadente e le sue braghe alla tirolese. Una banda di ragazzini lo aveva riconosciuto come il famoso Takabega e lo aveva seguito sulla pista ciclabile, questa volta non lo avevano evitato come al solito, forse perché, ma è parere mio, erano mesi che non lo si vedeva in giro, e comunque perché i giovani si sa esagerano sempre.

Iniziarono a schernirlo finché non tirò fuori esattamente quello che tutti cercavano e si aspettavano, il suo burbero comportamento ed un paio di cazzotti. Al Takabega iniziò a scacciarli come fossero state mosche su un pezzo di bitto fumante.

-Al Takabega! Al Takabega! L’è lu!

Gli cominciarono ad urlare contro lanciandogli dei sassi raccolti lungo le sponde del torrente. Lui dette sfoggio di tutta la sua conoscenza di dialetto Valtellinese in bestemmie e blasfemie varie ed iniziò a lanciare i pugni all’aria, lanciò via anche il bastone per la foga. Ma i ragazzetti di oggi si sa, non hanno limiti e confini, nemmeno con gli anziani.

Li mise in fuga solo Ares, ma del vecchio Takabega si dice che scivolò barcollando su di un sasso e che finì nel Frodolfo, e che questo se lo bevve che ancora non si era raggelato. 

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  • Episodio 1: Necrologi Ironici (più o meno)
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