Nel baule con le cose migliori

Enea aveva chiuso con forza il baule, che puntualmente si riapriva. Quello della nonna, su in soffitta, con le cerniere arrugginite e l’odore di stantio che si propagava dal fondo. Eppure gli era sembrata una giusta soluzione. Là dentro, la “cosa” non avrebbe fatto alcun male.

Di notte al ragazzo pareva sempre di udire dei rumori. Come se le tarme, che da anni avevano iniziato a logorare il forziere, si fossero messe in testa di finirlo a suon di bocconi, in fretta e tutte assieme. Dapprima un leggero tramestio, che poi diventava più insistente. Un ronzio nelle sue orecchie, che l’invadeva tutto e gli impediva di dormire. Fino a che, alle prime luci dell’alba, la testa pareva scoppiargli e lui non voleva far altro che andare a controllare.

Se la mamma avesse visto le tarme scendere in processione dalla soffitta, brulicanti lungo la ringhiera di quella scala posticcia, sicuramente avrebbe capito che il figlio non aveva mai smesso. E lo avrebbe rimproverato. Ancora una volta, e per Enea sarebbe stato troppo. Non aveva più voglia di sopportare quelle angherie. Non voleva che lei lo dicesse a papà.

Fintantoché rimaneva chiuso al buio, quel suo segreto, non poteva nuocere. Ma le cerniere della cassa erano in difetto. Il tempo e l’umidità ne avevano gonfiato le giunture che non aderivano più bene; si sollevavano come pezzi inutili di ferro e ruggine che malamente mordevano la materia, nel tentativo di rimanervi attaccati. Dentro quel baule, fra i vecchi vestiti della nonna, la “cosa” si sarebbe sentita a suo agio. Avrebbe sfiorato la leggerezza delle sete; odorato il profumo di talco misto a violetta che era di lei; volteggiato fra i pizzi macramè dei suoi colletti e la stoffa pesante del cappotto di vigogna. Per poi perdersi nel ricordo, di quando era fuori e viveva una vita “normale” con lui, Enea, che ne faceva purtroppo largo uso. Quando, non visto, entrava nel bagno e sostava davanti alla specchiera della madre.

Un oggetto di cui lui neanche voleva più pronunciare il nome, talmente grande era stata la sofferenza dei genitori, quando lo avevano trovato in suo possesso. E adesso giaceva là, al buio, nel baule smangiucchiato dalle tarme. Insetti che avrebbero divorato tutto il resto e fatto emergere, alla luce impietosa del neon, soltanto quel patetico “astuccio” di plastica lucida, dall’irresistibile profumo anche se serrato, che con fatica aveva trovato nel negozio all’angolo, fingendo che fosse un regalo per la sorella.

Eppure, lassù, “lui” si ribellava. Lo chiamava. Voleva che andasse a riprenderlo. Marciva fra i vestiti della nonna; si dilaniava tra i morsi delle tarme.

Così, la quarta notte Enea cedette. Scalzo e con passo felpato, raggiunse la scaletta retrattile che portava al solaio. Il gatto non lo aiutò di certo a fare silenzio, visto che si mise a miagolare, colto da una profonda inquietudine. La scala scricchiolò, ma il ragazzo era leggero e raggiunse la soffitta. Il baule era ancora lì e non si vedeva nessuna tarma. Dovevano essere tutte a dormire fra la pelliccia di volpe grigia della nonna. Fece appena in tempo a sollevare il coperchio, che di sotto si accese una luce. La voce di sua madre, a chiedergli se fosse lui a fare tutto quel casino. E subito dei passi concitati che raggiungevano la scaletta, profilando improperi e promettendo ceffoni.

Svegliare i suoi genitori nel cuore della notte non era mai un’idea salutare.

La scala era ripida e forse lui non l’aveva neanche fissata bene. Poco prima, in effetti, aveva traballato parecchio.

Fu un attimo. La madre neanche gridò, talmente terribile fu il colpo del cranio che sbatteva sulle mattonelle.

Enea si riprese in fretta la “cosa”, prima di andare a guardare giù. Quella che mai avrebbe dovuto abbandonare sul fondo di un vecchio baule e si fece scivolare in tasca.

Nei minuti che seguirono, fra luci che si accendevano e grida disperate, la scena che si presentò al padre e alla sorella, accorsi dalle proprie stanze, fu a dir poco surreale. La testa insanguinata della mamma giaceva in grembo al figlio. Mentre lui, Enea, stava cantando una nenia spettrale. E, con mano tremante, passava uno strato di rossetto sulle labbra esangui.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Devo ammettere che, per la prima parte, ho pensato a un racconto horror dal sapore vintage. Poi “quella cosa”, per così com’è descritta, mi ha rimesso sulla giusta strada. La metafora finale conclude in tragedia quella che tragedia non dovrebbe mai essere. E’ davvero originale, mi è piaciuto molto.