Neve nera

Serie: Cecilia

Per lungo tempo Cecilia udì solo il rumore della neve ghiacciata sotto i suoi passetti: aveva lasciato la stazione con le lacrime, rese rasoi dal gelo, a solcarle il viso rattristato. La polizia aveva raggiunto il luogo in cui Sebastian Davis era stato ucciso. Fecero poche foto e prelevarono il cadavere; non domandarono nulla a nessuno, tantomeno controllarono la scena del crimine con l’attenzione riservata a quei casi.
     Lasciato il dolore alle spalle, seguì l’indirizzo sul foglietto di carta e tra indicazioni e domande ai passanti, raggiunse la dimora del signor Sebastian. La villetta, con tanto di muretto e cancello, si incastrava alla perfezione tra abitazioni dello stesso stile. Il quartiere profumava di ricchezza e gli abitanti non tardarono a notare la bizzarra anomalia ivi contenuta: Cecilia si nascose in una via dietro un ristorante, tra la spazzatura degli abbienti e gli odori del pattume. Con un occhio sbirciò dall’angolo e fissò la reggia: una volante della polizia varcò il cancello in ferro battuto, appena aperto. Rimase nascosta a spiare e presto arrivarono altre auto, un’ambulanza e numerosi furgoni di giornalisti e televisioni.
     «Hanno steso il capoccia, lo sai?»
     Cecilia si voltò di scatto e inquadrò un vecchietto, avvolto tra dei cartoni e una coperta lacera.
     «Il big della Palmer. Capo di qualcosa, lui.» Specificò il barbuto figuro.
     «Presidente del consiglio di amministrazione della Palmer Technology,» corresse lei, sottovoce.
     «Forse hanno ammazzato pure la famiglia.»
     «No…» Cecilia infilò le mani nella tasca del cappotto e cercò il regalo: ne riconobbe gli spigoli, il fiocchetto, e si rasserenò. Durò poco.
     «Troppi sbirri, bimba. E quei tali, li vedi? Giacca e cravatta, occhiali da sole persino di notte: cani delle corporazioni.»
     «Non sono giornalisti?» li osservò meglio: non avevano microfoni e non parevano interessati ad ammassarsi al cancello.
     «Giornalisti quelli? Da dove diavolo vieni, bambina?» rise il vecchio.
     «Le fabbriche a sud, fuori città,» si pentì immediatamente di averglielo detto: rammentò cosa la gente pensasse di quell’area.
     «Da laggiù, eh?» il tono dell’uomo mutò e Cecilia ne riconobbe presto le sfaccettature, la voce gracchiante e i respiri corti. «Avrai fame…»
     «Sto benissimo così,» strinse la borsa al fianco e uscì dalla via. Una mano rapida la afferrò per la caviglia. «Mi lasci, signore, non voglio farle del male.»
     «Male? Tu a me?» sghignazzò quello, arrampicandosi sulla gamba di Cecilia come un verme ingordo. Annusò la ragazzina. In un attimo, un sottile rumore di pistoncini idraulici gli solleticò le orecchie: volò contro il cassonetto dall’altro lato del vicolo, con la mascella sanguinante.
     «Stupido.»
     Cecilia si aggiustò la gonna di jeans e il cappotto. Andò verso la villa del signor Sebastian, decisa a scoprire cosa fosse accaduto.

Sgattaiolò tra le persone profumate e altezzose del centro città. In quella zona i palazzi non si elevavano oltre il secondo piano e, soprattutto, non apparivano grotteschi come altrove: la via alberata si estendeva per chilometri a immagine dei viali dell’epoca passata, circondata da villette e case barocche. Il nucleo pulsante della metropoli distava ancora parecchie fermate della metro; se ne intravedevano i palazzi, i fari che puntavano l’enorme cupola di vetro che sormontava l’intera città. Le corporazioni governavano il mondo ben al sicuro tra quelle strutture all’avanguardia; anziani magnati allungavano le mani nella politica, negli affari interni dei paesi e decidevano le sorti di ogni individuo. Cecilia ne aveva solo sentito parlare e non era sicura che fosse la verità: nei bassifondi la gente si lamentava spesso dei potenti.
     Tra un pensiero e l’altro, scelse un albero alto e vi si arrampicò. Dalla cima, ammirò la villa e il giardinetto all’ingresso puntellato di uomini e droni della polizia. Vicino alla fontana, proprio di fronte al portone principale, scorse un corpo per metà immerso nell’acqua: una donna rinfronzolita per qualche evento mondano. Cecilia puntò poi i suoi occhi sulla magione: al primo piano, sul fianco più remoto, una tenda svolazzava da una finestra aperta. Scese giù dall’albero e zampettò sino al muretto di cinta. Aspettò di non essere osservata e spiccò un balzo considerevole: una volta scavalcato l’ostacolo, corse e si acquattò contro la parete, tra le siepi umidicce. La villa sfoggiava rifiniture e intonaci in esubero, ornamenti che Cecilia avrebbe sfruttato per scalare sino alla finestra.
     Senza troppa fatica, mise piede all’interno: si trovò proprio in quella che pareva la cameretta della figlia di Sebastian. Tutt’intorno, solo carta da parati rosa chiaro, pupazzi e ogni genere di chincaglieria adatta a una bambina così benestante. Sul letto a baldacchino, un bellissimo abito da sera aspettava solo di essere indossato. Cecilia chiese perdono a Sebastian e si infilò il vestito nella tracolla: era della sua taglia.
     «È questa la camera della figlia?»
     Voci maschili fuori dalla porta. Lei alzò il capo e, in un balzo, si chiuse nella cabina armadio.
     «Apri la porta.» I due poliziotti entrarono. «Non è neppure qui?»
     «Parrebbe di no. Merda, ma dove diavolo è questa bambina?» l’altro sbuffò e fece per avanzare. Dei nuovi passi, pesanti e decisi, segnalarono l’arrivo di altri uomini.
     «Da qui in poi facciano noi,» ordinò una voce monocorde. «Andate.»
     «Con tutto il rispetto, signori, ma la scientifica ha il dovere di ispezionare la scena del crimine prima che siate voi corporativi del cazzo a farlo.»
     «Non dovrò ripetermi, signore. Fuori.»
     «Malcolm, dagli retta.»
     «Fanculo. Corporazioni di merda.»
     Cecilia tremò, accucciata tra giacche e abiti sfavillanti. I nuovi arrivati fecero giusto due passi: li immaginò fermi al centro della stanza a scrutare ogni dettaglio. Si mossero e poi sussurri.
     «L’armadio.»
     A quelle parole, raggelò. Spalancò le due ante e saltò fuori: lanciò dei cappotti sui due uomini della corporazione e puntò la finestra.
     «Sparale!» urlò uno dei due, lanciando via la giacca che gli finì addosso. Cecilia colse l’attimo e si catapultò fuori dalla finestra: i proiettili sfiaccolarono sulla sua testa. Volò dal primo piano e atterrò sull’erba del giardino: rotolò e poi si rimise in piedi, scavalcando il muretto con grande agilità.
     «Un ibrido?» domandò l’uomo affacciato, con la pistola ancora tra le dita. «L’hai scannerizzata?»
     «Sì. Guarda.» Il collega gli mostrò il palmare coi dati.
     «Ritirati. Chiama i piani alti: la ragazzina va catturata.»

Cecilia arrancò, barcollando tra le famigliole felici della via sfarzosa. Strinse i denti e trattenne le lacrime. Un buio e angusto anfratto attirò la sua attenzione: si lasciò abbracciare dalle ombre e si appollaiò dietro le unità esterne di alcuni condizionatori. Scavò veloce nella tracolla e controllò che contenesse ancora tutto. Il regalo lo aveva in tasca, nel lungo cappotto. Si tastò la gamba sinistra e notò alcune irregolarità sotto la pelle. Sospirò e prima che potesse fare altro, numerosi messaggi di errore apparvero nell’angolo in alto a destra del suo campo visivo.
     «No… no, ti prego…» biascicò, mentre il mondo attorno lampeggiava con gravi scariche statiche.
     Qualcosa di viscoso inzuppò le sue mani. Provò ad alzarsi e la gamba cedette, abbandonandola: cadde di peso in una pozza di neve macchiata di nero. Si toccò la spalla, sotto il cappotto, e si accorse di star gocciolando olio e sangue. Andò nel panico.
     «Diagnostica…» ansimò. «Diagnostica!» ribadì. Tutto si oscurò per un attimo e i colori sparirono. La vista le fu del tutto occlusa dai lampeggianti messaggi d’allarme. Rovesciò il contenuto della tracolla tra il fango e la neve oleosa: afferrò uno straccio macchiato e provò a tamponare la ferita alla spalla.

Dei fischi la svegliarono. Bip assordanti nelle orecchie. Luci distanti. Provò a muovere il capo ma si accorse che i muscoli erano intorpiditi. Il braccio destro, sotterrato dalla neve, bruciava per il gelo. Doveva essere rimasta immobile per ore. Uno sfarfallio e poi buio.

La neve si ammonticchiò e quasi la coprì del tutto.
     «Ehi, ragazzina? Buon… Dio!»
     Una voce.

Non più freddo, ma calore. Gli occhi, ormai fuori uso, non le diedero alcun input visivo. Pregò che tatto e udito le bastassero.
     «Tieni duro, stiamo arrivando al laboratorio.»
     «Chi sei?» farfugliò.
     «Il tuo centro del dialogo è danneggiato. Non posso capirti.»
     «Sì che mi capisci!» Cecilia non fu capace di sentire la propria voce: mormorii disconnessi.
     «Non so quanto di te sia di carne e ossa, ma è chiaro che chi ti ha fatto questi innesti sapeva il fatto suo. Oh, c’è un marchio qui…»
     Ronzii statici.
     «… mio! Forse avrei dovuto lasciarti nel vicolo. Macché! Scherzavo.»
     Una risatina e altre interferenze. Ma Cecilia non rise. Un messaggio a tutto schermo recitava: sistemi in fase di spegnimento.

Serie: Cecilia
  • Episodio 1: L’uomo del treno
  • Episodio 2: Neve nera
  • Episodio 3: In fondo al tunnel
  • Episodio 4: La chiave
  • Episodio 5: Conoscenze
  • Episodio 6: Occhi senza vita
  • Episodio 7: L’ultimo tassello
  • Episodio 8: Un pezzo di carta
  • Episodio 9: Paranoia
  • Episodio 10: L’angelo custode
  • Episodio 11: Concessione
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    Commenti

    1. Tiziano Pitisci

      C’era da aspettarselo che questa serie avrebbe avuto gli ingredienti adatti per catturare l’attenzione. Quello che mi sorprende è la tua capacità di spaziare da un genere all’altro.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Il cyberpunk non è un genere a cui mi approccio spesso: è un bene che stia funzionando 🙂 Spero di non fare casini più avanti! 😀

      2. Tiziano Pitisci

        Non per metterti pressioni, ma hai una bella responsabilità: mai letto cyberpunk prima d’ora, se rimarrò incastrato in questo mondo cibernetico dovrò prendermela con Cecilia (e il suo creatore).

      3. Giovanni Attanasio Post author

        Guarda, neanche io ho mai letto cyberpunk 😀 L’ho vissuto, pesantemente, solo attraverso altri mezzi. È un genere che ho spesso pensato di esplorare con racconti più lunghi.