Niente di male

«Ti aspettavo. Vieni dentro.»

“Inadeguato. Tanto da strisciare lungo il muro.”

«Ti vedo. Sei lì. Coraggio, entra.»

“Impavido. Tanto da non provare più niente. Niente.”

«Vuoi toglierti il cappotto? Avanti, mettilo sull’attaccapanni laggiù in fondo.»

“Inefficace. Tanto da abbassare completamente la guardia. E porgere il fianco.”

«Fa troppo caldo qua dentro, Igor. Non puoi restare imbacuccato come fossi un pupazzo di neve. Togliti quel benedetto giacchetto!»

“Insospettabile. Tanto da far credere di obbedire. E invece no.”

«Non restare lì impalato, Igor! Glielo ho detto a tua mamma, che non so più cosa devo fare con te. Cosa dovrei fare, sentiamo? Dallo psichiatra non ci vuoi andare. Quando tuo padre viene a prenderti, scappi. Due giorni sei stato via, l’ultima volta. Credi che non lo sappia? Che ti hanno trovato nascosto in un cartone, vicino alla ferrovia? Cosa sei, Igor? Un barbone? Che poi tua mamma dà la colpa a me. Perché non ti occupi di lui… come se io non avessi niente altro da fare. Hai visto, di là, quanti fedeli? Quanta gente ha bisogno di me? Posso star qui a fare la guardia a un bambino, io?»

“Inopinabile. Tanto che quel che dice pare vero.”

«Bene, bene, facciamo progressi. Adesso che sei arrivato a sederti qui, di fronte a me, saresti anche così gentile da dirmi cosa ti frulla per la testa? La chiesa è piena, hai visto anche tu. E devo ancora mettermi la veste. Quella gente, di là, aspetta una parola buona. Vuole un’assoluzione. Ci conta. Quindi, ti prego, non farmi perdere altro tempo. Igor, tua mamma si fida di me. Crede che io possa rimediare un pochino a quel caratteraccio che ti ritrovi. So che voi due non avete mai tempo, per parlare, ma c’è qualcosa che io devo per caso sapere? Circa un certo discorso… diciamo così… una motivazione che tu possa averle dato per giustificare il tuo comportamento bizzarro? Perché sai, proprio da lì si potrebbe partire. Potrei partire a spiegarti. Certo, se io non fossi così in ritardo.»

“Incredibile. Tanto da negare il proprio vero intento.”

«D’accordo, Igor. Oggi hai deciso di non collaborare. Però scuoti di continuo il capo. Allora, cosa devo pensare io? Non le hai detto niente? Eh, è questo che mi vuoi dire?»

“Insistere. Tanto da risultare credibili.”

«Per me può bastare. Adesso vado a vestirmi. Non allontanarti: lo sai che mi devi aiutare con le confessioni. Tua madre non vuole che tu rimanga da solo.»

“Inavvicinabile. Tanto da risultare invisibile.”

Potesse un povero prete di campagna stare un po’ in pace. E invece no. Perché a lui, che di figli non ne ha, gli affibbiano quelli degli altri. Non si rendono conto, loro, di quali responsabilità. Quel ragazzo, Igor, ad esempio. Quale sarà mai il suo problema? E perché la madre sarà tanto fissata col fatto che debba passare del tempo con lui, un giovane e umile servitore di Cristo? Sarà perché aiuta la gente e ha sempre una parola gentile per tutti? O perché le ha dato confidenza, ascoltando le sue pene? Ma come mai non parla, quel piccolo fetente? Si nasconde come fosse un animale.

Questo è grosso modo quel che don Olivo pensa, mentre si toglie la polo e i jeans sdruciti e infila la veste sopra una biancheria che avrebbe proprio bisogno di un bel lavaggio. Ma che importa? L’odore di naftalina sembra un deodorante naturale, per coprire ogni cosa. E poi, l’afrore di stantio va di pari passo con un uomo di fede che non ha grossi svaghi nella vita. Anche i denti non sono troppo puliti, ma nulla che un sorso di acqua di colonia, poi prontamente sputato nel catino, possa coprire. Che la perpetua si aggiri per casa a lui non è gradito. Mandassero qualcun altro, se proprio ritengono che non sia pulito. Invece che tutti lo cercano e nessuno se ne cura.

Quel moccioso è rimasto lì impalato a guardare. Gli piace, è certo, quel che vede. Lo conosce troppo bene, ormai. È giovedì, e il giovedì, per distrarsi, Igor pensa a tutti gli aggettivi, sostantivi, verbi (e nemmeno lui sa più a cos’altro) che iniziano con la lettera i. Cosa crede, che non lo sappia, lui, don Olivo? Non ha sentito nemmeno una parola di quello che gli ha detto. Perché la serpe ha un suo schema in testa, che lo isola dal mondo. Il prete vorrebbe dire a sua madre di non mandarlo più, dato che quegli occhi sbarrati gli incutono timore. Come una bomba a orologeria, quel ragazzino potrebbe fare e dire qualunque cosa. Ma così tutto il paese saprebbe che il parroco ha rifiutato di prendersi cura di una pecorella smarrita. Che poi, quello è nato smarrito. Un povero matto.

L’ora della confessione è giunta. Don Olivo, uscendo dalla canonica, lo vede avvicinarsi al confessionale, quel pazzo. Mentre i fedeli sono seduti nei primi banchi, in preghiera, il bambino entra furtivo. È agile e silenzioso come un gatto. Si muove alle loro spalle e nessuno lo vede mai.

Così, quando don Olivo si schiarisce la voce per far capire ai fedeli che sta entrando nel confessionale, quel poveraccio è già lì, accucciato nel buio.

Ai fedeli piacciono le variazioni di tono che subisce la vocalità di don Olivo. Lievi inflessioni gutturali, che loro scambiano per una grande partecipazione a quel che gli stanno dicendo. E il prete ci gioca; si costringe a superare prove durissime, restando impassibile.

Invece, dentro quel confessionale c’è chi tace e fa quel che gli è stato detto. Opera in silenzio, creando nella testa parole. Oggi tocca alla i; giovedì prossimo invece sarà la volta della m. Sua madre non potrà mai capire, quanto studia quel ragazzo.

La prima vecchia si avvicina e, tutta ricurva, entra nel confessionale. Dalla grata che separa i due vani, il tanfo di stantio giunge come una penitenza, ma lei comunque non lo sente. Con un retrogusto di acqua di colonia scadente, a cui non fa neanche caso. La sua voce è speranzosa, quando si rivolge a colui che crede di avere di fronte.

«Mi perdoni, padre, perché ho peccato.»

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Commenti

  1. Giuseppe Gallato

    Ciao Cristina. Complimenti per questo stupendo racconto: dialoghi ben congegnati e molto intensi, scrittura impeccabile e trama non facile da sviluppare, così come l’intera struttura. Qui c’è stile! Brava! 🙂 Concordo con quanto detto da Massimo, uno dei migliori racconti su Edizioni Open!

  2. Pingback: prova embedd – DEVELOPMENT

  3. Massimo Tivoli

    Ottimo racconto. Una pregevole applicazione dello show don’t tell e del RUE (Resist the Urgence to Explain). La situazione si scopre piano piano, riga dopo riga, senza esplicitare nulla, fino al finale che ci fa capire di quale pasta sia fatto Don Olivo. Per me, uno dei tuoi migliori racconti su EO. Complimenti!

    1. Cristina Biolcati Post author

      Non posso che ringraziarti, caro Massimo. Mi fa piacere che ti sia arrivato il messaggio che volevo comunicare 🙂

    2. Massimo Tivoli

      Refuso. Intendevo: Resist the Urge to Explain 😊

    1. Cristina Biolcati Post author

      Anna! Che gentile! Grazie. Alla fine, tocca un immenso “infame”. Almeno, l’idea era quella 😀

  4. Marta Borroni

    Che bello ritrovarti, aspettavo di leggerti nuovamente ed eccoti qua!
    Ritrovo il tuo stile pieno, direi unico, condivido con Dario la sorpresa del finale, spesso vediamo ciò che noi siamo convinti di vedere e non altro, il vero punto forte di questo racconto secondo me sono i dialoghi, brava avvero!

  5. Dario Pezzotti

    Appena ho visto questo tuo nuovo racconto, mi sono precipitato a leggerlo. Conosco molto bene le tue capacità nel raccontare. Il finale mi ha spiazzato non poco: la sottile differenza tra “quel che è” e “quel che crediamo che sia” ! Brava come sempre.