Non è un orso

Serie: Tra fango e terra

Da qualche parte, nel bosco

La stagione perfetta per andare a funghi. Tra le radici e sui tronchi, una spruzzata di muschio assetato di rugiada, lì a calarsi tra le pietre o crescere sino a dove riusciva a spingersi per bere dalle fronde degli alberi. Un brusio di voci in sottofondo, dalla valle, risaliva verso il boschetto e prometteva schiamazzi e devastazione. Per un attimo, gli animaletti più timidi si affacciarono dalle dimore tra le frasche, temendo che le grossolane asce dei boscaioli li avrebbero costretti a un trasloco prematuro.
     «Siamo solo in cerca di funghi, caro scoiattolo,» mormorò un uomo, chinandosi per raggiungere il musetto dell’animale.
     «Smettila di parlare a qualsiasi cosa, è da donnicciole,» lo rimproverò subito il fratello maggiore con un calcio sul sedere. «Dov’è quell’altro?»
     Il terzo, con due bisacce sulle spalle e il fiato corto, zampettò lungo il pendio e cercò di seguire le orme lasciate dai fratelli. «Arrivo!» sputacchiò, lanciando le braccia in avanti e afferrando un tronco. Lo abbracciò, stringendosi fitto alla corteccia ruvida, «che salita…»
     «Salita?» rise il più corpulento dei tre, «ma questo è uscito dalla stessa donna da cui siamo usciti noi?»
     «Sì, l’ho visto coi miei occhi! Ma sai cosa non ho visto? Nostro padre mettere incinta nostra madre per la terza volta.»
     «Smettetela, idioti,» si lamentò quello, raggiungendoli finalmente.
     Si guardarono attorno, respirando l’aria fresca del colle. Il sentiero di fronte li avrebbe condotti sull’altro versante, seguendo la via per i monti e il crinale, per scendere infine verso le lunghe distese pianeggianti appartenenti alla città sul lago. Volevano a tutti i costi evitare di farsi scorgere dalle ronde dei cittadini, troppo smaniosi di sfogare la noia sui forestieri che calavano dai monti e si perdevano nei loro campi.
     «E quindi niente funghi neppure oggi?» domandò il più grande dei tre, Mardur, mentre si massaggiava la barba spinosa sul mento. «Parlo solo?»
     Nel voltarsi, incrociò lo sguardo attonito dei due fratelli, paralizzati e con le gambe leggermente divaricate. Mardur seguì i loro occhi e scorse una pelliccia scura avanzare tra la fitta boscaglia, pestare rametti e piegare i rami troppo bassi che gli intralciavano la via.
     «Non un passo,» respirò Mardur, facendo slittare la mano dietro la schiena. Strinse l’elsa del coltellaccio, trattenendo l’aria nei polmoni, deciso a usarla tutta per un unico e feroce assalto: i suoi fratelli dovevano vivere, lui aveva già combinato abbastanza guai in paese e non gli sarebbe dispiaciuto riabbracciare la moglie nell’aldilà.
     «Aspetta, Mardur. Aspetta.»
     «Cosa, Henrim?»
     «Non è un orso.»
     «Stronzate.»
     «Guarda meglio!» levò di poco il tono, e la creatura tra la nebbia drizzò la testa.
     «Correte!» urlò Mardur, indicando la mulattiera da cui erano arrivati. Presero al volo borse e tracolle e si lanciarono a rotta di collo giù verso il paese. Mardur, nel guardarsi sopra le spalle, osservò la longilinea figura di Henrim stagliarsi contro la foschia, impassibile sulla vetta del colle: tra gli alberi, due enormi zampe artigliate si preparavano ad abbracciarlo e accompagnarlo a dormire. Per sempre.

In paese

Mardur doveva pur dirlo in qualche modo al padre. Laure, il fratello sopravvissuto assieme a lui, cercava ancora di frenare il tremore alle dita e a ogni fibra del corpo.
     «Smettila, Laure, sii uomo.»
     Lui gli volse un’occhiataccia, «a te quel coso sembrava un orso normale?»
     «Sì.»
     «Allora non abbiamo visto la stessa cosa. E chissà che diavolo ha visto quell’imbecille per starsene lì impalato!»
     Mardur scattò e l’afferrò per il colletto. Doveva metterlo in chiaro in qualche modo, fargli capire che per quanto stupido e femmina fosse stato Henrim, era stato loro fratello di sangue. «Vai a scoparti qualche puttana, e torna strisciando come fai di solito.»
     Laure obbedì, abbottonando di nuovo il camicione e dando le spalle alla grande casa ai margini del paesino.
     Per Mardur, invece, non restava nessuna alternativa se non affrontare il vecchio e confessare tutto. Contò i pochi funghi nella tracolla, persi tra le erbe e le pigne che Henrim aveva colto per portarli ai bambini orfani che ospitavano nell’unico luogo sicuro del paese.
     «Abbiamo un nuovo ospite, Mardur.»
     Il gigante barbuto girò di scatto la testona, facendo schizzare le lacrime via dalla faccia sconvolta. «Henrim!»
     Corse per stringerlo al petto e notò che dietro il fratello si nascondeva un mantello enorme da cui sbucavano due piedini pallidi. Si sporse di lato e cercò di indovinare che tipo di creatura avesse soccorso Henrim: almeno stavolta sembrava umana.
     «Te l’avevo detto che non era un orso. Era lei.»
     «Lei?» Mardur grugnì, afferrando un lembo del mantello e scoprendo ciò che esso nascondeva. «È senza dubbio una lei,» mormorò, ispezionando le nudità insindacabili della bambina.
     «Abbiamo posto per un’altra anima, o mi sbaglio?»
     Tra la barba fitta e brizzolata dell’omaccione si disegnò il più genuino e amorevole dei sorrisi. Un’altra povera vittima del mondo aveva trovato asilo nell’orfanotrofio di famiglia.
     «Sempre meglio che dai sacerdoti…»

La chiamarono Aurelia, perché tra tutte le parole che non riusciva a pronunciare, quella di sicuro non gliela poterono mai togliere dalla bocca. Henrim sospettò sin dal primo attimo che Aurelia fosse il nome della madre perduta e che la bambina ne invocasse costantemente la memoria nella speranza di ritrovarla. Non giocava mai con nessuno, non rincorreva le galline come facevano tutti gli altri bambini, non tirava le pietre a Laure quando lui rientrava ubriaco, non aspettava con impazienza che Mardur tornasse da lavoro e raccontasse loro la sua giornata. Niente.
     «Cos’ha in faccia, secondo te?» domandò Mardur, mentre mordicchiava la coscia di pollo che aveva portato con sé dalla cena.
     Henrim lo sogguardò pensoso. «Non ha nulla in faccia.»
     «No? Quante persone hanno occhi di due colori?»
     «Lei, a quanto pare.»
     «Fratello mio, quello non è affatto un buon segnale,» sbuffò il gigante, lanciando l’osso spolpato tra le siepi. «A me non sembra una bimba normale, non comunica nemmeno a gesti! Se ne sta lì, vicino alle pozzanghere, a guardare il proprio riflesso tra il fango e la melma.»
     «Che ti aspetti? Ha appena sei anni, forse meno.»
     «Lo sai cosa facevo io a sei anni?»
     «Mardur, non voglio più parlarne.»
     E si alzò, sgranchendosi la schiena. Un ciuffo di capelli, più colorato delle lenticchie, gli scivolò da dietro l’orecchio e finì davanti agli occhi. Fece per aggiustarlo, ma una manina piccola e veloce aveva già rimesso a posto la frangia birichina. Henrim incrociò gli occhi profondi di Aurelia, il deserto e la prateria, e tra loro il più bello dei sorrisi. Sull’uscio di casa Mardur aspettava, spiando da lontano i due rimasti soli. L’omaccione varcò infine la soglia e li lasciò.
     «Torniamo dentro anche noi? Non hai freddo?» domandò Henrim, aiutando Aurelia a scendere dal muretto su cui si era arrampicata per raggiungere il suo ciuffo.
     Non appena la mise giù, lei si arrampicò di nuovo: solo in quel modo, sapeva lei, lo avrebbe costretto a fissarla negli occhi, dove nessuno osava mai avventurarsi.

Serie: Tra fango e terra
  • Episodio 1: Non è un orso
  • Episodio 2: Henrim
  • Episodio 3: Aurelia Fierdäl
  • Episodio 4: Tra fango e terra
  • Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Fantasy, Narrativa

    Responses

    1. Mi è piaciuto molto questo primo episodio, è scritto davvero bene (mi unisco concorde ai commenti che mi hanno preceduto), e devo dire che mi ha proprio messo addosso la curiosità di leggere il resto: e euando, arrivati a fondo pagina, il lettore dice “E poi?” significa che lo scrittore sta facendo un buon lavoro! 🙂

    2. Ciao Giovanni. Contrariamente a quanto si pensa, scrivere fantasy non è affatto facile. Ci vuole una notevole preparazione, nonché amore per la ricerca, soprattutto per quanto concerne il linguaggio: non deve essere mai troppo carico e, al contempo, né troppo semplicistico. E dall’episodio di apertura si capisce molto bene come tu rispetti tutte queste ottime qualità, per cui i miei complimenti. Belle le descrizioni con cui hai dipinto a tratti Aurelia e interessanti i personaggi di “contorno”. Continua così, alla prossima lettura. 🙂

      1. Ciao!
        Posso capire perché la gente pensa sia facile scrivere fantasy… 🤔
        È anche vero che ci sono vari sottogeneri e, soprattutto, ogni autore affronta il genere in modo radicalmente opposto all’altro (o qualcosa del genere). Il linguaggio è importante, certo, ma ritengo che ambientazione e “studio” siano la parte più importante.
        Grazie per i complimenti e ci vediamo alla prossima!

      1. Ciao!
        Felice che l’inizio ti sia piaciuto. Spero che il resto della serie sia all’altezza di questo esordio e spero che possa sorprenderti! 😆
        Un saluto.

    3. Come promesso, eccomi qui! Sono felice di apprendere che questo sia il primo episodio di una serie, senz’altro la seguirò tutta. Bel racconto dall’inizio alla fine, visti i dialoghi ben costruiti e le ottime descrizioni e, in particolar modo, mi è piaciuta molto questa: “Henrim incrociò gli occhi profondi di Aurelia, il deserto e la prateria”. Hai magistralmente descritto i due colori degli occhi, complimenti Giovanni.

      1. Benvenuto!
        Sì, questo è il primo episodio di una piccola serie fantasy che ho scritto con molto piacere.
        Sono felice che tu sia passato a leggere questo primo capitolo, e spero di ritrovarti ancora per seguire le avventure della piccola Aurelia! 😊

    4. Ciao Giovanni, è il primo tuo testo che leggo e so già che seguirò Aurelia per tutta la serie. Ha già un suo carattere a sei anni, posso solo immaginare il dopo! Intanto vado avanti con la serie di Gallato. Bravo! Alla prossima

      1. Ciao e benvenuta!
        Aurelia ci terrà compagnia per un po’, e spero che ogni nuovo episodio sappia regalarti qualcosa!
        Alla prossima.

    5. Ciao Giovanni,
      questo è il primo dei tuoi brani che leggo e ti dico già che farò di tutti per recuperare questo grave mancanza.
      Sono rimasto molto colpito dal tuo stile, il tuo modo di scrivere. Non posso dirti altro che complimenti.
      Alla prossima

      1. Ciao!
        Credo che nel periodo in cui sei approdato su Edizioni Open (o ritornato, non ricordo), io avessi smesso di pubblicare roba. Sono tornato oggi. 😅
        Qualcosina da leggere c’è, non ricordo più cosa è rimasto sulla piattaforma. Se vuoi puoi dare un’occhiata al mio sito, attanasioscrive.it, o alla mia pagina fb.
        Grazie mille per avermi letto, e grazie per le tue parole. Alla prossima! 😊

    6. Ciao Giovanni, una sola cosa mi spaventa a morte. La parola “miniserie”. Adoro il personaggio di Aurelia, spero che vorrai dedicarle diversi episodi. Mi piaci in questa veste fantasy, so di essere di parte ma lo penso davvero 😀

      1. Ciao!
        Se non ci sono almeno dieci episodi, è miniserie! 🤔
        Il fantasy è il genere con cui ho iniziato a scrivere da bambino (ovviamente). In realtà non è vero, ma va bene così! 😝
        Alla prossima!

    7. Una bambina dagli occhi misteriosi? Vuoi proprio toccarmi il cuore, Giovanni!😉
      Questo primo episodio mi è piaciuto molto. I personaggi “vivono” grazie anche al tuo lessico sempre ricercato. 🙂

      1. Sì, a ripensarci mi rendo conto che anche fai parte del club “bambine dagli occhi strani”. Mi sa che siamo tanti! 🤣
        È bello che i personaggi vivano, il problema è quando cominciano a crepare… 😈
        Grazie per la lettura, e alla prossima!