Non ho paura di Achille

«Aspettiamo di vedere gli esami, Sara. Poi aggiustiamo il tiro.».

Me lo dice con tono pacato e monotono, lo stesso di sempre. E in quel plurale senza senso, in quell’ASPETTIAMO invece che ASPETTA, è racchiusa tutta l’umanità piccola di cui è ancora capace. Si capisce benissimo, però, che ad aspettare sono e sarò sempre soltanto io.

Che per lui sono soltanto una cartella piena di scarabocchi, un plico come tanti, da sistemare nello schedario e tirar fuori una volta al mese.

Aspettiamo, dice. E forse crede che la prospettiva di un’attesa condivisa possa in qualche modo rassicurarmi, ma no. Perché il tono che usa tradisce indifferenza, ed è lo stesso di quando pronuncia quel nome astruso con la sua calma inflessibile, e pare che si diverta a ripeterlo in continuazione, quasi avesse davanti una bambina scema e volesse insegnarle una filastrocca. Ma non capisce? Non vede che non lo sopporto! Non sa che quel nome io lo odiavo già prima, quando ancora non sapevo immaginare la forma che avrebbe assunto, per me, quell’acronimo sconosciuto eppure già antipatico. LES.

Il suo sguardo è impassibile, la voce ferma non rivela alcuna incertezza di fronte alle mie lacrime irrisolvibili.

Lui continua a parlare, e io non smetto di piangere. A tratti il rumore del mio dolore copre la sua voce, non riesco più a sentirlo e allora i miei pensieri fuggono lontano, altrove da me, e da laggiù mi gridano che no, io non potrei mai essere così insensibile, di sicuro non potrò mai farlo. Ma che importa, mi dico. Tanto non avrò l’occasione, di farlo. Non sarò mai un vero medico.

Aspettiamo, dice lui.

A proposito, “lui” è il mio reumatologo.

Proprio non capisce quanto sia difficile, per me, l’attesa!

Forse è così complicata perché in fondo non lo credo, di poter davvero riemergere da questa stanchezza indicibile, che non mi lascia mai o quasi.

Per essere onesta devo dirlo, anche a me è concessa un po’ di tregua. Come oggi.

Può durare qualche ora, qualche giorno. A volte di più. Ma è sempre troppo poco.

Il mio stato naturale è la stanchezza, adesso. Una spossatezza mai provata prima, che non so descrivere in modo efficace perché quando si placa, per fortuna, non me la ricordo mai tutta intera. Ormai è una stanchezza cronica, lo so. Eppure non riesco ad abituarmi.

Quando il mio Lupo si sveglia, io me ne accorgo. Lui non fa rumore, ma il mio corpo ne percepisce l’arrivo e subito chiama a raccolta ogni sua parte, organi membra fiato e pensieri, e in un sussurro li esorta ad accucciarsi tutti in un angolino. Forse vuole nasconderli alla belva. I soldatini marciano obbedienti, e io assisto impotente alla ritirata di un esercito silenzioso e composto. La mia volontà si arrende, schiacciata dal peso di un boa che mi stringe le spalle sul petto e mi toglie il fiato. In quell’abbraccio letale, un’inerzia fluida si rovescia su gambe, braccia, mani, piedi. Ogni centimetro di me si fa spugna, in un attimo si inzuppa, e così inzuppato pesa come un masso. Anche il cuore è un macigno, mentre scappa a nascondersi. E così i capelli, che nella concitazione della fuga si aggrappano ai bulbi e strattonano il cuoio capelluto. Persino l’aria diventa densa, una pappa appiccicosa che quando inspiro precipita in un pozzo profondo e cadendo mi tira giù, giù fino a toccare il fondo. Poi lentamente riemerge dai polmoni, e risalendo mi ustiona la trachea, così acida e calda, una minestra salata che ribolle.

Aspettare, dice lui.

Ma pazienza non è mai stata il mio forte.

Ho fama di donna iperattiva, e credo di essermela a buon titolo conquistata. Da bambina dicevano vivace, ma era un eufemismo e, destinato a cedere il posto all’altro termine, iperattiva, in grado di esprimere meglio la mia vitalità istintiva, esagerata, lasciando trasparire anche quella connotazione negativa che a lungo mi è stata risparmiata. Ero irrequieta ancor prima di nascere, racconta mia madre, che per sette mesi ha sofferto nel portarmi in grembo e con due mesi di anticipo ha dovuto lasciarmi uscire, ché avevo troppa smania di vivere già allora. Andavo all’asilo e sognavo la scuola elementare. Alle elementari aspettavo le medie, alle medie non vedevo l’ora di frequentare le superiori, al liceo l’unico miraggio era la facoltà di Medicina, all’università vivevo per laurearmi, dopo la laurea sognavo solo di lavorare.

Detta così, la mia sembra la vita di una che ha vissuto pienamente, che ha fatto tanto e ottenuto molte soddisfazioni. Invece no, niente è più lontano dal vero. Perché fra me e il tutto, fra il mio istinto battagliero e le mie sfide, fra la mia voglia di fare e il combinare davvero qualcosa si metteva in mezzo, ogni volta, una vetta da scalare. La montagna delle mie paure, circondata da un baratro scuro: l’abisso della mia insicurezza.

Così tra una lezione di storia e una di filosofia, tra l’esame scritto di chimica e la prova orale di anatomia, dovevo sempre fare i conti con le mie abbuffate, le ore in bagno a liberare lo stomaco dal peso della mia ennesima debolezza, le corse dalla cucina alla mia stanza al bagno, e poi le camminate senza meta giù in centro, da sola, senza neanche capire dove stavo andando, e passando per dove, e perché. Sentivo solo il mio cuore impazzito in gola, accanto a un grumo acido che ballava su e giù per l’esofago, e in testa il peso di un macigno fatto di ansia fretta e paura, che bussava, e mi corrodeva.

Ho passato metà della vita sui libri, a costruirmi un futuro, e l’altra metà buttando via quel che di buono che stavo facendo. Studiavo e mangiavo. Ingoiavo di tutto, senza misura, fino a sentirmi lo stomaco sul punto di scoppiare. Mangiavo per riuscire a studiare, per concentrarmi meglio. Ma mi facevo solo male.

È stato inutile e stupido, buttare via il mio tempo di vivere, giocare e ridere, inseguendo un domani che mai avrei potuto avere. Un avvenire fantastico in cui m’immaginavo guarita, finalmente libera dall’ossessione di riuscire bene in tutto e dalla bulimia che ne era figlia. Un avvenire in cui avrei vissuto una vita normale, senza le mie quotidiane lotte con il cibo, ma che più andavo avanti e più si allontanava, perché a ogni traguardo nasceva in me una nuova fretta, e la fretta si trasformava in paura; anzi non paura, piuttosto certezza. Di non farcela. E mi dovevo abbuffare.

E anche adesso, che quel futuro sembra aver smesso di correre, continua a sfuggirmi. Perché il tempo mi è venuto a mancare, all’improvviso.

Buffo. Il fatto che io abbia sempre corso, quando avevo tempo, e che adesso che non ne ho più, invece, debba aspettare. Aspetto, e non so cosa. Qualcosa.

Oggi il mio Lupo dorme, e ho voglia di festeggiare.

Per l’occasione mi sono vestita bene, truccata e profumata. Ho cercato la collana più bella e infilato le mie acquemarine sui lobi, dopo tanto. Ho indossato il cappottino rosso, il mio preferito, e salutato il mio riflesso sullo specchio all’ingresso.

Cappuccetto Rosso e il suo Lupo. Mi è scappato un sorriso.

Ma che hai da sorridere, avrà pensato lei, guardandomi. Quella con la pelle chiara e gli occhi piccoli cerchiati di scuro, che della luce di un tempo conservano solo un ricordo spento. Certamente lo ha pensato, eppure non sembrava stupita. Semplicemente ha ricambiato, impassibile. Senza mostrare i denti.

Il mio Lupo ha un nome, si chiama LES: Lupus Eritematoso Sistemico.

Troppo complicato, io lo chiamo Achille.

E poi è un nome perfetto, per Lui: mi ricorda che ha il suo tallone debole, e perciò posso tenerlo a bada.

Quando ha fame, ho le mie caramelle. Con quelle diventa un cucciolo docile e mansueto. Mi si avvicina e scodinzola, solleva il musetto e mi annusa. La mia paura è la sua coccola preferita. Forse perché ha un odore acre e pungente, che lo attrae lo appaga. E io, che la paura me la porto sempre appresso, so che non devo temerlo.

Achille mi ha cambiato l’esistenza. Ma non so se in peggio.

Alcune cose sono diventate irrilevanti, di altre apprezzo maggiormente il sapore.

La mia paura, più di tutto, si è trasformata.

Ormai non m’importa di essere giudicata, né ho timore di scegliere, amare, fallire.

Ho un solo terrore, adesso: quello di riammalarmi. Di riprendermi il virus dal quale il Lupo, e soltanto Lui, ha saputo guarirmi. Liberandomi proprio mentre mi legava con nuove catene.

A pensarci bene non è così male, il mio ruolo di preda. Mi offro ad Achille volentieri, a patto che mi protegga dal mio disagio di sempre. Senza uccidermi, me l’ha promesso. Mi sembra uno scambio equo.

Lui mi possiede, adesso. Si prende la mia linfa, mi succhia tutta l’energia. Ma in compenso allontana da me il mio male vero, invisibile e più subdolo di Lui.

La bulimia è la bestia peggiore, io la detesto e la temo.

Non le darò mai un nome.

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Discussioni

  1. Mi hai colpito: scrivi magistralmente, con uno stile crudo e diretto, adatto al tema, eppure, in qualche modo, anche poetico ed evocativo. E’ un racconto pieno di contrasti, direi uno dei migliori che ho letto qui. Bravissima!