Non sarò sola

Siedo sullo sgabello, appoggiata al tavolino della mia stanza di ospedale. Le infermiere stanno rifacendo il letto. Mamma va avanti e indietro tra l’armadietto e il comodino. Mette in ordine le mie cose. Ma non m’infastidisce, non questa volta. Perché ci vedo. Dall’unico occhio aperto. Ma ci vedo.

È l’occhio scampato all’agguato. Finora trasmetteva solo nebbia. E di tanto in tanto qualche macchia, ombre associate alle voci. Finalmente la nebbia si è dileguata.

L’altro occhio, quello bendato insieme a tutto il capo, mezza faccia, il collo, la spalla, il seno, il braccio, proietta senza interruzione il nulla. Un buio che non si può immaginare. Il buio che mi avviluppò quando, mentre tornavo a casa, il passamontagna nero sbucò dal vicolo. Fu l’ultima cosa che vidi. E mentre la vista se ne andava, gli altri sensi trasmisero tutto l’orrore e il dolore.

Il primo a trafiggermi fu l’udito. Il suono di quel Troia! Non riesco ancora a capire se fosse la voce di un uomo o di una donna. Perché fu il rantolo di una bestia, il gorgoglio di una belva precipitata dentro un pozzo. Ed è difficile riconoscere il sesso di un animale dal verso che fa.

Poi il tatto, l’olfatto e il gusto orchestrarono una tortura da inquisizione. Il fuoco denso che mi colava dal capo, fin giù sul collo, per poi insinuarsi all’interno dell’impermeabile e divampare, corrodere strati di tessuto. E di pelle. L’odore acre e asfissiante dell’acido ad anestetizzarmi le narici, l’olezzo di marcio, di carogna bruciata. Il sapore amarognolo che mi allappava la bocca.

E infine il sesto senso: la coscienza avvilita e dilaniata dall’appartenenza a una realtà che riusciva solo a sfiorarmi per sentito dire al Tg della sera. Mi faceva rabbrividire, ma ero contenta di non essere io quella in TV. Una realtà che non conoscevo e che è l’unica che mi resta.

Mamma piange. Rivoli di mascara le stanno consumando lo strato di fondotinta. I capelli sono sfibrati e nuove rughe le scavano il viso. Le borse livide sotto gli occhi la implorano di andare a dormire.

Devo dirglielo. Deve sapere che ho recuperato metà della vista.

«Mamma, ti vedo.»

Si volta e mi fissa. Ma sembra guardare oltre. Deve essere ancora sotto shock, singhiozza e tira su col naso. Inizia di nuovo a piangere.

Sei felice che l’occhio sia guarito? O anche tu pensi che questo non cambierà quello che sono diventata?

O forse continui a piangere da due anni per quello che è successo a te, che ti ha fatto papà. «Mamma, ma mi hai senti…»

«Scusi, signora Martini» esordisce con tono contrito l’uomo sulla cinquantina. È entrato sebbene la porta fosse socchiusa. È alto e robusto. Barba incolta, ma non abbastanza per nascondere un accenno di doppio mento. Nonostante l’età, veste giovanile: giacca cammello e blu jeans, la camicia aperta sul collo. Non porta la fede. Mamma si ravviva i capelli e cerca di allisciare le increspature sulla camicia. Poi gli rivolge lo sguardo, dandomi le spalle.

«So che non è il momento. Ma quel bastardo è là fuori e non c’è tempo da perdere» aggiunge l’uomo.

«La capisco, ispettore» risponde mamma. Gli posa una mano sulla spalla e si volta un attimo a guardarmi. Poi gli fa cenno di uscire sul corridoio del reparto. Anche in questa situazione vuole continuare a gestire tutto a mia insaputa. È per proteggerti, dice.

Provo ad alzarmi. Forse non dovrei. In piedi, faccio un cenno alle infermiere. Non mi degnano neanche di uno sguardo, indaffarate come sono. E va bene, motivo in più per controllare se sono tornate anche le forze. Muovo la gamba destra. Sorrido senza allargare le labbra e avanzo anche con la sinistra.

Ho raggiunto la porta. Mamma ha lasciato uno spiraglio. Mi metto a origliare.

«Voglio che tu scovi quel bastardo. Ma non posso reggere un altro interrogatorio, non adesso» dice mamma. Dallo spiraglio vedo che scuote la testa. «Non doveva succedere.» Inizia di nuovo a piangere.

Doveva solo essere una serata in discoteca con le amiche per festeggiare il mio diciassettesimo compleanno. E magari trovarmi pure un nuovo ragazzo. Ma da oggi me li posso scordare, i ragazzi. Quando tocchi il fondo te ne freghi delle cose superflue, e io ho pregato Dio che mi ridesse la vista ma non la bellezza. Ma adesso che ci vedo di nuovo, il ricordo del mio viso non sembra più tanto superfluo. Dovrò abituarmi. A chi, incrociandomi per strada, abbasserà lo sguardo; a interlocutori impegnati a tenere a bada la repulsione; a non essere desiderata, capita, o semplicemente considerata. Alla solitudine. Cazzo, ho solo diciassette anni.

E sarò sola, per sempre.

L’impermeabile rosso e lucido che indossai quella notte. Il vestito corto senza maniche col pizzo sul décolleté. Gli stivali lucidi con stiletto da nove. Anche loro sfregiati. Non andai a scuola. Aspettai tutta la mattina di fronte casa di papà, nascosta all’ombra della magnolia. La sua compagna uscì verso l’ora di pranzo. La vidi e venni folgorata dal pensiero che se fossi stata papà mi sarei comportata allo stesso modo. Splendeva come i fiori bianchi della magnolia bagnati dalla luce del sole. Invece il miasma esalato dai cassonetti, sull’altro lato della strada, mi fece pensare a mia madre.

Nel pomeriggio trasformai due anni di risparmi sulle paghette in quella visione. Comprai l’impermeabile, il vestito e gli stivali; andai alla parrucchiera; bruciai la roba che indossavo, quella che piaceva tanto a mamma; e corsi all’appuntamento con Giulia e Annalisa vestita di nuovo.

L’ispettore accarezza mamma sulla spalla. «Coraggio, fallo per Alessia. Abbiamo interrogato Carlo. È vero, Alessia lo aveva lasciato. Ma quella notte stava a casa con i genitori. Nulla nemmeno tra i compagni di scuola. Giulia e Annalisa la salutarono alla fermata del autobus notturno e poi tornarono a casa. Forse stava frequentando un nuovo ragazzo?»

Andrea.

Non può essere. Andrea è alto, longilineo. Il passamontagna nero era basso, più o meno come mamma, e un po’ tozzo.

«Alessia ne frequentava di ragazzi. Li cambiava come si cambiano un paio di scarpe. Era bella.»

Grazie mamma. La delicatezza non è mai stata il tuo forte. Ma del resto devi avere ragione. Ero bella, prima. Adesso non lo so come sono. Ho chiesto che venisse tolto lo specchio dal bagno. Vedermi mi avrebbe fatto impazzire. Avrei ceduto. Nonostante tutto, ho ancora bisogno di illudermi che sono sempre io.

«Va bene, chiamami quando ti sentirai meglio» conclude l’ispettore.

Mi volto e faccio per tornare a letto. L’infermiera mi passa accanto. Apre la porta del bagno ed entra. Posso vedere lo specchio girato e appoggiato al muro. Lo prende e lo riappende sopra il lavandino.

«Scusi, ma avevo detto che non volevo specchi» le dico.

Lei fa spallucce e mugugna qualcosa che non riesco a capire.

Sono già sola.

Chi se ne frega. Quando entrerò in bagno lo specchio ce l’avrò a sinistra e l’occhio aperto è quello destro. Non sarà difficile ignorarlo. Torno a sedermi.

Mamma si guarda intorno, guarda anche me. Le infermiere sono andate via.

Perché io e te non possiamo più comunicare come mamma e figlia?

Da quando papà ti ha lasciato, ti sei chiusa in un guscio impenetrabile. Ma io che ci posso fare se ti senti brutta e scartata?

«Vado a parlare col dottore» esordisce mamma. «Gli dirò dell’occhio. Voglio sapere quando ti dimetteranno.»

Allora mi ascoltavi.

   

Mi sveglio in piena notte nel letto della mia camera, a casa.

Odo delle voci dalla camera di mamma. Riconosco quella dell’ispettore. Credono che nell’ultimo mese non mi sia accorta di niente.

Mentre cammino lungo il corridoio, le voci si fanno più chiare.

«Ancora non capisco» dice l’ispettore. «E considerando l’inferno che mi aspetterà, il minimo che tu possa fare è spiegarmi.»

Mi fermo di fianco alla porta della camera.

«Cos’altro vuoi che ti spieghi?» chiede mamma.

«L’impermeabile e il vestito simili a quelli della compagna del tuo ex. Perfino gli stivali e il taglio di capelli. Insomma, non riesco a non pensare che il tuo sia stato uno scambio di persona. Era buio, nessun lampione all’incrocio col vicolo. Ed è comprensibile odiare la donna che ti ha portato via il marito.»

«Per far uscire quel porco dalla nostra vita ho rinunciato anche agli alimenti. Che vuoi che mi freghi della puttanella che frequenta? Ma della mia bambina mi frega. Sono sua madre, devo proteggerla. E non avrei mai permesso che diventasse una rovinafamiglie. Alessia era malata, non faceva altro che emularla. Erano unite da una sorta di filo immaginario. E c’era solo un modo per spezzarlo: disintegrare l’unica cosa che avesse in comune con quella troia. La bellezza.»

Tremo, le unghie pungono il palmo della mano. Un urlo sta salendo dallo stomaco e sento le ustioni pulsare come se avessero ripreso a sfrigolare.

«Farò di tutto perché il caso rimanga irrisolto» replica l’ispettore. «Per te, amore, e per Alessia.»

Ma allo stesso tempo rabbrividisco all’idea di andare alla polizia. Mi ritornano in mente le infermiere indaffarate a rifarmi il letto, l’infermiera che risistemò lo specchio in bagno, la loro indifferenza, la loro ignoranza, la mia solitudine.

Mamma, ti odio. E odio anche l’ispettore.

Ma il silenzio significa che, forse, sarò di nuovo parte di una famiglia.

Forse, non sarò sola.

Pubblicato in LibriCK scelti per Voi

Commenti

  1. Salvatore Caruso

    Ciao Massimo, ho apprezzato molto anima Robin, un concentrato di azione ed emozione, tradotto in 1500 parole ma ben congegnato. Avendo saputo che anche questo librik è risultato vincitore del contest di edizioni open, mi sono precipitato a leggerlo. Che dire, l’ho trovato deludente, hai preso spunto da fatti di cronaca nera, ahimè molto ricorrenti in questo tempo, per poi cercare di trasmettere in parole, ciò che può provare o aver provato una ragazza vittima di un gesto tanto scellerato. Per la verità non mi hai trasmesso molto, ma il tentativo era comunque arduo. Fossi stato in te non mi sarei imbattuto in una tematica tanto delicata. Non ho colto il nesso fra la prima è la seconda parte, pur avendo riletto il racconto per ben due volte….credimi la bellezza sta nella semplicità logica. Un commento negativo ci può stare. Non volermene 🙂

    1. Massimo Tivoli Post author

      Figurati Salvatore, apprezzo sempre la sincerità. 🙂 Del resto, si sa, non si può piacere a tutti. Grazie per il tempo dedicato alla lettura e per il commento. Un caro saluto.

  2. Massimo Tivoli Post author

    Grazie a tutti per le belle parole. Evito di ringraziarvi singolarmente perché ho notato che il sistema considera i commenti di ringraziamento come SPAM. Mi fa piacere che sembra che il racconto venga recepito correttamente da chiunque lo abbia sinora letto. Vi confesso che ero timoroso che la vicenda cruda e il finale ancora più destabilizzante potessero essere digeriti male.

    1. Edizioni Open

      Ciao Massimo, mi dispiace molto per l’inconveniente dei commentti SPAM. Ho modificato alcune impostazioni e adesso episodi del genere non dovrebbero più ripetersi, perciò sentiti libero di rispondere alle singole persone…Inoltre ti ho restituito i Punti che ti erano stati ingiustamente decurtati per i commenti considerati spam. Scusaci ancora
      Tiziano
      EO

    2. Massimo Tivoli Post author

      Ma che scherzi, Tiziano! Fai/fate un lavoro egregio. Figurati, per me aveva pure senso come comportamento del sistema 🙂
      Ti ringrazio molto per il pronto intervento e per i punti. Ma davvero non era un problema.
      Qualsiasi cosa il sistema EO faccia, noi appassionati possiamo solo essere contenti che esista 🙂

  3. Daniele Missiroli

    Massimo, ho dovuto rileggerlo almeno sei volte perchè non ci volevo credere. Non era possibile, eppure… purtroppo si leggono o si ascoltano storie che sono anche peggiori. Una anche oggi. E si cerca di spiegarlo con il solito “raptus”. E’ impazzito… capita… ha perso la testa… Balle! Solo se sei già così puoi commettere certe azioni. Racconto molto forte e scritto benissimo come al solito, complimenti.

  4. Giuseppe Gallato

    Ciao Massimo. La tua ottima “penna” non si smentisce mai: una narrazione elegante per una trama cruda. Un racconto che rapisce il lettore sin dalle prime battute; tocca temi piuttosto delicati e svela un finale a dir poco impressionante. Non è la prima volta che leggo qualcosa di tuo: conosco la tua eccellente scrittura, il tuo stile, ma ecco che sei sempre pronto a stupire e far riflettere. Sinceri complimenti! 🙂

  5. Marta Borroni

    Massimo… eh, faccio persino fatica a scriverti il commento da quanto questo tuo racconto è bello!
    Qui dentro c’è tutto, il tuo stile pieno e particolare e bellissimo, la tua intensità insieme alla tua delicatezza, ma è anche un racconto forte e e avvincente, perchè sorprende!
    Temi delicatissimi che tu affronti con gran talento, COMPLIMENTI!!!

  6. Debora Aprile

    Complimenti, scritto, come sempre, in modo impeccabile. Ma non solo la scrittura, anche la storia rapisce.
    Ciò che hai descritto non è per niente lontano dalla realtà, purtroppo, e rende benissimo l’idea.
    Questa parte è stata quella che mi ha colpito maggiormente: «E infine il sesto senso: la coscienza avvilita e dilaniata dall’appartenenza a una realtà che riusciva solo a sfiorarmi per sentito dire al Tg della sera. Mi faceva rabbrividire, ma ero contenta di non essere io quella in TV. Una realtà che non conoscevo e che è l’unica che mi resta.»

  7. Fabrizio Bonati

    Un pugno nello stomaco. Il finale è quello… Poi ci sono molte altre cose, la gelosia, la fragilità dell’adolescenza, il dolore fisico e morale, tutte sensazioni che ti saltano addosso. Ma il finale… bello, complimenti!

  8. Micol Fusca

    Ciao Massimo, il finale mi ha davvero lasciato l’amaro in bocca. Avevo immaginato lo scambio di persona quando la tua protagonista ha “indossato” i panni della nuova compagna del padre, ma non l’epilogo. Tremendo, ancor più perché probabilmente non si discosta da alcune realtà. Il tuo racconto coinvolge, la sofferenza della ragazza è palpabile. L’ultimo appello, quello di non rimanere sola a costo di subire una nuova violenza nell’anima, mi ha dato il colpo finale. La tua scrittura è sempre all’altezza di ogni sfida.

    1. Massimo Tivoli Post author

      Grazie Micol. Sono contento che il finale ti sia arrivato per quello che speravo. Poi, insomma, ricevere un apprezzamento da te è molto gratificante.

  9. Isabella Bignozzi

    In questo racconto ci sono molte cose…la fragilità dell’adolescenza, la meschinità e l’egoismo che abbiamo a volte noi adulti, la violenza che non ha distinzioni di genere. C’è un po’ di giallo e un po’ di noir; e un po’ anche di realtà, nella paura inconfessabile che abbiamo tutti di essere privati della bellezza, degli affetti. La paura di restare soli. Bravo Massimo, ti ho apprezzato molto 🙂