Notte 273 – Le Sorelle dell’Eros tornano nubili

Serie: CENERENTOLE AL LITIO


Jeff vaga ogni notte, come un angelo caduto, lungo le vie di una Milwaukee immaginaria, stravolta dal suo delirio. Jeff è un uomo che ha fallito: da ormai un anno la sua vita procede come una ballata nowave, un loop decadente corroso da depressione e vizio, alla disperata ricerca di una redenzione.

Fissavo in silenzio le parole impresse nel ventre dentato della Rover 5000. Con delicatezza ne accarezzavo i tasti provocando vibranti erezioni nei martelletti: tanti minuscoli organelli ferrosi schierati per una gang bang con un foglio ormai ingiallito, congelato già da giorni nell’Atto.

Anche la macchina aveva rinunciato al piacere.

«Sei un fottuto impotente, Dahmer!» mi gridava dal fondo del suo orifizio incrostato d’inchiostro, secco come nero seme rappreso fra le cosce squassate da un post-orgasmo meccanico.

Peccato per la precocità: l’unico a fumare, alla fine, sarei sempre stato io.

Mi alzai di scatto, in overdose d’anidride carbonica: ero sigillato in quella stanza da ormai ventiquattro ore filate.

Un nuovo incontro con Le Sorelle mi avrebbe atteso prima della piccola morte: loro sì che mi conoscono come nessun’altra donna al mondo. Non provano gelosia l’una dell’altra e non pretendono regali né amore; spose discrete, assistono fedeli ogni fremito con metodica perversione, seguendo passo passo le dottrine del membro. Del resto tutti sanno quanto possano essere puttane e assassine, anche se la Storia racconta di come abbiano salvato vite e composto le più sublimi opere.

**

La piccola morte fu veramente piccola.

Aprii un solo occhio per gettare uno sguardo alla sveglia. Segnava l’una e un quarto di notte; Mr. D’z non mollava la presa.

Affondai la faccia nel cuscino.

«Vai a letto Skid» sussurrai «non ti sei ancora rotto di fissarmi?».

Ai piedi del letto la sagoma taurina in mutande e berretto dei Milwaukee Bucks mi sorvegliava da tempo immemore.

«Non sono neanche le due» mugugnò restando immobile e grattandosi un coglione.

Skid era il mio coinquilino: un fottuto cerebroleso con evidenti disturbi psicomotori.

A ventinove anni ha messo su peso, si è fatto crescere barba e capelli grigi, ha iniziato a ripetere i gesti del padre alcolizzato e a indossarne i vestiti.

Bazzicava le bettole della Valley, solo, tracannando litri di birra, e ritornava la sera stordito col suo prezioso carico di sottobicchieri. Tutto quell’alcol ingerito si ripresentava poi nella mia camera sublimato in miasmi raccapriccianti: l’intera casa, ormai, era il prolungamento odoroso del suo labirintico apparato digerente.

Vivevo nel tumultuoso intestino di Skid.

Inoltre, fra le tante stranezze di quel mentecatto vi era il morboso interesse per la mia vita notturna: passava ore a fissarmi immobile, mentre tentavo di dormire, infliggendomi lo straziante gorgoglio delle sue viscere.

Il motivo per cui tenesse il berretto anche di notte non mi era ancora del tutto chiaro.

Serie: CENERENTOLE AL LITIO


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