Notte di Capodanno

Corro. Il fiato caldo fuma nel buio della sera. Rumori improvvisi, forse petardi, un abbaiare lontano, nell’atmosfera umida. Odore di legna bruciata, di braci nel camino. Ancora qualcuno che brucia legna nel camino. In un quartiere di palazzine scialbe, che hanno perso anche il pregio della modernità ormai.

Al ritmo cadenzato dei miei passi, inspirando una miscela di gas di scarico e di aria bagnata d’inverno, passo accanto ad una piccola radura, bordata da bottigliette e cartacce di turisti. Qualche albero, malinconico assaggio di campagna. Mani gelate. La fronte gocciola sudore facendo piangere agli occhi finte lacrime. Apatia, distacco forse. Mi ci alleno anche, o va così, mentre guardo fisso davanti senza vedere nulla.

Non c’è nessun altro questa sera che corre, da solo, la sua vita. Mi avvicino al tripudio di luce della cupola ma mi sono stancato di interrogarmi sul significato di tutto, sull’esistenza di Dio o di chiunque altro da lassù possa aver voglia di noi.

Continuo a correre, a sudare dubbi e paure mentre il colonnato visto di fianco nasconde e accoglie persone altrimenti perse, in labirinti difficili di universo o di loro stessi. Ce n’è uno disteso, accanto ad una bottiglia vuota. Dorme i dispiaceri o la sfortuna o la voglia di far niente o di non essere qualcosa o qualcuno. Altri due, seduti, uno accanto all’altra. La donna doveva essere bellissima, i capelli grigi raccolti, l’aspetto nordico, il viso d’angelo sgualcito. Legge un libro sottovoce all’altro. Barba lunghissima, ingiallita. Lui lo riconosco, è quello che di solito disegna. La ascolta con l’aria di capire. Penso che lì, seduti sulla pietra del colonnato, deve fare tanto freddo.

Attraverso la piazza, con la coda dell’occhio vedo il presepe, grande ma lontano. Faccio un rapido calcolo di quanti disperati potrebbero abitare là dentro, scaldarsi forse, nella casetta di legno dove nasce Gesù. Ma no, ci sono le statue, non c’è posto per le persone. E mi sento in colpa della mia casa calda e di non avere il coraggio di portarne qualcuno a casa mia. Vigliacco.

Quest’anno il presepe lo hanno chiuso con uno steccato. Lo si può guardare solo da lontano. Forse per paura dei terroristi.

Due soldati ancora quasi bambini indossano impacciati una mimetica ficcata dentro gli stivali grossi e abbracciano faticosamente il mitragliatore, freddo, di metallo, pesante di meccanismi, carico delle incomprensioni, dei disaccordi e delle estraneità, degli equivoci e delle minacce dei popoli del mondo. Dietro di loro la camionetta blindata, e, dall’altra parte, al centro del colonnato illuminato, la basilica più inerme e indifferente o forse inconsapevole che mai. I due porticati tondi, simmetrici, bianchissimi di restauri e di colonne marmoree gigantesche, alte fino al cielo, abbracciano poco convinti il presepe e la piazza immensa, che non appartiene ormai più alla gente, cosparsa com’é di transenne, di paure, di auto della polizia.

Tutt’attorno al baluginare dei lampeggianti un baratro nero di oscurità. E’ troppo grande il cielo su Piazza San Pietro nelle notti d’inverno. L’immenso buio vince la sua battaglia sulla tenue punteggiatura delle luci della piazza. Solo alzando gli occhi l’incanto inaspettato di un chiarore lunare lattiginoso, opalescente, accende del suo alone stregato alcune nuvole turgide, superbe di pennellate candide e plumbee insieme. Sfondo inquietante e magnetico per i giganti di pietra che dominano il colonnato, in alto, con i loro visi corrucciati e accusatori alcuni, magnanimi e benedicenti altri, gravati da croci o armati di spade. Sacralità solenne e antica che ferma le gambe e il respiro, fa tremare le certezze, tornare indietro sulle proprie convinzioni.

Sera di Capodanno. Gli ultimi automobilisti che raggiungono il luogo della festa. Botti isolati scoppiano in lontananza, con ritmo claudicante e casuale, attutiti dalla distanza e dall’ inutilità.

Vestiti da sera, cappotti scuri, gioielli, sciarpe di seta profumate, scarpe lucide. Ragazzi già ubriachi di festa e di libertà camminano a gruppi, quasi di corsa, salgono e scendono dai marciapiedi con la bocca piena di parole verso il nuovo anno. Alcuni rincorrono un amore, altri solo una risata o una bottiglia, altri ancora solo il mattino, in questa serata strana che è di tutti e di nessuno.

Correre. Inizia a piovere acqua gelata. Le macchine sfrecciano sul lungotevere avide di carburante e di velocità, di destinazioni. Negli abitacoli gente contenta, oppure no.

Correre. Per far finta che sia già domani, un giorno qualunque. Perché da quando non ci sei più tutto questo è solo un assillante e doloroso promemoria.

Lungotevere. Buio il marciapiede tra gli alberi. Al centro del fiume, l’isola Tiberina, i bastioni che affondano nelle acque gelide. Il freddo non lo sento più neanche alle mani.

Turisti ancora con lo zaino in spalla mi chiedono indicazioni per raggiungere l’alloggio che hanno preso in affitto. Rimango sorpreso di quanti figli hanno, tutti educati, un po’ stanchi, rassegnati alla felicità obbligatoria di famiglia.

Ponte Palatino, l’ospedale a sinistra. Illuminato, pronto a tutto. Ad aiutare chi si fa male con i botti, chi ha bevuto troppo, chi ha preso una pastiglia di incoscienza o di paura o di solitudine. Chi è solo vecchio o malato e ha scelto la sera meno opportuna per stare male in modo semplice, banale.

Forse sei di turno stanotte.

Avrei potuto essere migliore con te, o forse no. E’ stato tutto così difficile.

La bocca della verità mi guarda severa, mi ricorda quante bugie ti ho detto. E mi chiedo perché lo facessi, anche quando non occorreva. I tuoi silenzi, i tuoi impegni, i tuoi pensieri. Non potevo entrare. Ecco qual è la mia unica verità. Non ero degno di te e ti ho perso, perché tu voli troppo in alto per me.

Echi di canzoni rock e pop degli anni ’80 risuonano confusamente da dentro un teatro, ed evocano in un miscuglio dolcissimo e velenoso di nostalgia e giovinezza, di jeans scoloriti, di scorribande in motorino per la città, di giornate improvvise di primavera, di sguardi e baci rubati.

Mi manchi in un modo irrazionale e ottuso, in questa sera di Capodanno, dopo ormai quattro anni che non ti ho più accanto a me. In questa sera in cui corro, per resistere e non essere omologato, rinchiuso nella mia scatoletta di felicità obbligatoria che sa di malinconia.

E non so perché mi torni in mente in camice, mentre lavori. Forse perché quello è il momento in cui sei più tu. Non quando eravamo in montagna, non in vacanza, non in aeroporto o al ristorante. In divisa verde, da sala operatoria, di due misure troppo grande per te, gli zoccoli di gomma fosforescente, il viso pulito, stanco. Un lieve sorriso quando mi rivedevi dopo il turno di notte. Quella sei tu forse, e non l’ho mai voluto accettare. Ti volevo per me. Ero geloso del mondo, di quanto anche altri avessero bisogno di te.

I fori imperiali stanotte hanno da dirmi qualcosa, con quelle luci? Ma le hanno accese stasera così belle? E il gatto bianco e nero che sembra vestito per l’Opera mi parla dal muretto.

Sudore, gambe stanche, correre. Finché non mi ricorderò più di te, di questo assurdo Capodanno, di me stesso che ti dicevo le bugie.

Torno indietro, verso il fiume. E sarebbe tanto semplice fare tutta corso Vittorio. Ma no. Via Larga, Pellegrino, vicolo della Moretta. Eccola qua, via Giulia. Se c’è un posto di Roma dove posso ancora recuperare qualche frammento di me, è qui.

Il mascherone mi fissa con la sua faccia di marmo, l’espressione stupita, forse inorridita, sembra guardarmi in fondo all’anima. Esausto mi bagno il viso di acqua gelida. Mi siedo a terra, fradicio di sudore e stremato dai rimpianti. Guardo la simmetria del basamento di marmo della fontana, le due colonnine tondeggianti, le due spirali ai lati. Penso a quanto tutto sia perfetto, equilibrato a volte. Alle spalle della fontana un muro di pietra, consunto, ma i tralci di edera che ricadono lo rendono grazioso. La natura ama dare ornamento e dignità alle imperfezioni, a ciò che vi è di vecchio e consumato.

Penso a quanto tutti con gli anni consumiamo il cuore in mille pensieri inutili, dubbi su noi stessi o gli altri. Penso che forse anche il mascherone dice le bugie, ma le sue bugie sono d’acqua, si sciolgono nella grande vasca di granito, nella freschezza di ogni istante, nello scorrere delle cose, non tornano mai più. E come non perdonarlo, con quello sguardo stupefatto, impaurito, dispiaciuto quasi. Sorpreso, nel rivedermi lì, la sera di Capodanno, sudato, a prendere freddo, come uno sciocco, un cane senza padrone.

D’un tratto desidero riprendere la corsa, buttarmi sotto una macchina, arrivare al pronto soccorso, vedere se ci sei. Il mascherone mi guarda, mi parla, si ricorda di noi. Zaino pieno di libri, risate, chiacchiere, seduti per terra. Che poi arrivava quello del civico di fronte e si arrabbiava.

Mi guarda, con il suo sguardo di pietra, mi dice che tra poco finisce il tuo turno. Che mi stai aspettando da quattro anni, e la tua divisa verde è troppo grande per te. Ti vengo a cercare. 

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Discussioni

  1. Grazie Isabella… mi piace molto il tuo modo di scrivere, è sensibile ma non sdolcinato, profondo ma non pesante. Le immagini mi appaiono dinnanzi mentre leggo
    Continua così

    1. Grazie Lalla! Sono molto contenta che ti sia piaciuto e che le mie parole accompagnino il lettore a “vedere” ciò che accade nel racconto. ?

  2. Molto fluida la scrittura così come la corsa, molto belli i due piani su cui viaggia il racconto, la strada e il pensiero… Bravissima!
    p.s. un caro saluto ad Anna Paola, spero si sia rimessa.

    1. Grazie mille Maria Anna di avermi letta e del tuo apprezzamento! Mi fa molto piacere 🙂

  3. bellissimo Isa
    “Odore di legna bruciata, di braci nel camino. Ancora qualcuno che brucia legna nel camino. In un quartiere di palazzine scialbe, che hanno perso anche il pregio della modernità ormai.”
    hai una qualità descrittiva bellissima, riesci a far visualizzare a sentire gli odori di quello che descrivi

    1. Grazie Stefano mi fai felice. È una cosa bellissima quella che mi dici perché il mio più grande desiderio è prendere le persone per mano e portarle con me, a sentire le mie stesse emozioni. Grazie del tuo interesse ?♥️

    1. Grazie tantissimo Davide! Sono davvero contenta che tu lo abbia letto e che ti piaccia! ?

  4. Cara Marta, il tuo apprezzamento mi riempie di gioia e di orgoglio. Hai compreso perfettamente il sapore che voleva avere il racconto, il suo significato più profondo. Questo è segno di una lettura attenta, di cui ti ringrazio, e di grande sensibilità. Grazie! ?

  5. Ciò che mi ha colpito subito è “a sudare dubbi” ti fa entrare nel pieno del racconto, ti attanaglia a queste tue splendide e potenti parole.
    Ti sei riconfermata ai miei famelici occhi come una grande descrittrice di esterni che sanno di interni, parti dalla città, dalla strada o dal quartiere per raccontare un mondo che poi alla fine scorre tutto dentro, anche se l’esterno, con il suo clima, i suoi incontri e le sue visioni, sono nette interruzioni dei nostri momenti. Racconto a dir poco stupendo.