Numb/Encore – un racconto per Chester Bennington

Persino nel nuovo millennio nulla sembrava essere cambiato. Nessun computer impazzito, anche se non c’era Facebook, nessuna catastrofe millenarista sponsorizzata dai Maya, e Jennifer Lopez su MTV prima del twerking delle Kardashian. Come dire, prospettive zero. Di certo le mie erano ferme al palo già a vent’anni. Troppo piccolo per certe cose, troppo vecchio per altre, come per ascoltare i Linkin Park. In cambio di una seconda chance per rivivere qualche anno con il vantaggio di sapere come sarebbero andate le cose, avrei anche risparmiato per comprarmi il cd della band di Chester Bennington e Mike Shinoda. E invece quando passava il video di In The End in tv spesso e volentieri cambiavo canale.

Mi ricordo però molto bene di Numb/Encore e di quando lo suonavano in discoteca: la gente alzava le mani e si esaltava, mentre io a centro pista ancheggiavo senza speranze verso la tipella intravista a ballare con un’altra ragazza nel buio lampeggiante delle strobo. Mi sentivo un disadattato, un po’ per il fatto che quel pezzo non mi faceva impazzire, un po’ perchè il DJ davvero pareva non volere mai mettere i brani che mi piacevano, e soprattutto perchè la tipa che avevo addocchiato finiva sempre per allontanarsi, per apparire poi su un divanetto con qualche ragazzino del liceo che invece probabilmente sapeva scimmiottare molto bene tutto il testo di Numb/Encore.

La macchina era l’unica carta che avevo da spendere per accompagnare qualche ragazza a casa, anche se nei rari casi in cui ero riuscito nell’impresa, poi non facevo nemmeno in tempo a levare la marcia. Il più delle volte finivo solo con il caricare gli amici, spesso quelli di seconda o terza fascia (amici, di amici di amici che avevano bisogno di un passaggio) al pacchiano pub irlandese appena fuori città, per andare alla discoteca del momento, quella dove tutti andavano per un po’ senza un motivo preciso. Le discoteche di provincia sono così: aprono e chiudono, prosperano e falliscono in base al passaparola della gente.

Bevevo e guidavo in barba alle regole del buon senso. Bevevo troppo e guidavo forte, e citavo Battisti spegnendo i fari per vedere se poi era tanto difficile morire.

Era un ennesimo sabato sera speso a fare sempre le stesse cose: senza donne, a bere Guinness per poi andare in discoteca convinti di rimorchiare. Eravamo andati presto per evitare la coda, ritrovandoci ad essere i primi nel locale. Feci come sempre il brillante, chiedendo al barman di farmi un cocktail con il rum che non fosse Cuba Libre. Lui ogni volta mischiava Havana e succo d’ananas. Il bigliettino con la consumazione gratis se ne andava sempre così. Poi qualcuno lanciò l’idea del chupito, e via di shot, un giro a testa.

Non appena la pista si era riempita di gente, dal megamix del DJ partì Numb/Encore. Non mi ero sforzato nemmeno quella volta di farmela piacere, ma di certo non mi meritavo che l’amico di un amico intrufolatosi nella mia macchina, mi vomitasse addosso, sui jeans chiari e le Nike. Questo aveva gli occhi di fuori e la bava che gli cadeva fino a terra: intorno a noi il vuoto, e io capace solo di urlare, senza che nessuno potesse sentirmi, “Adesso glielo spieghi tu a mia mamma!”

Venimmo gentilmente accompagnati all’uscita e non era nemmeno l’una e mezza. La direzione del locale mi fornì dei tovagliolini da cocktail per pulirmi. Caricati gli amici, e gli amici degli amici, in macchina pensavo solo ad arrivare a casa il più in fretta possibile, forse troppo in fretta: il piede a fondo sul pedale, la lancetta troppo su, oltre il limite consentito lungo la strada diritta e vuota. Stavo assicurandomi che il tipo collassato con la testa reclinata sul sedile del passeggero non spargesse altro vomito e così della paletta protesa verso me nemmeno mi accorsi, tanto da fermarmi ben oltre il posto di blocco.

Patente, libretto e tutto il resto. Prima ancora che scendessi dalla macchina, un poliziotto stava già compilando il verbale. Quando l’amico dell’amico aprì lo sportello per vomitare di nuovo, capii di essere fatto. Soffiai nell’etilometro quasi con le mani alzate, collezionando -24 punti sulla patente in un colpo solo. Ero stranamente lucido e quando mio padre venne a prendermi nemmeno si incazzò. Come alle medie accompagnò tutti a casa e poi, rimasti soli, forse per non dovere dire qualche cosa di appropriato alla situazione, accese la radio. C’era Numb/Encore. Quella mi pare che fu l’ultima volta che piansi.

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Discussioni

  1. Neanche io ero un fan dei linking park. Tra l’altro provenivo dal metal puro quindi le contaminazioni pop erano un tabù da condannare pubblicamente quando si parlava di musica con gli amici (che avevano la maglia dei Sepultura o dei Carcass). Eppure, di tanto in tanto, lontano da occhi indiscreti, ascoltavo qualche loro successo, alcuni brani erano davvero orecchiabili e originali. Ora, finalmente, lo posso dire.