Odore di Giovani Spiriti

Serie: Hotel Zen


Nel 1877, in un pub di Ramsgate nella periferia di Londra, l’allora ventiquattrenne Vincent Van Gogh si trovava assorto su uno sgabellino a bere birra e meditare alle sue sfighe, quando incontrò uno sconosciuto a cui, dopo qualche giro, l’ancora giovane e acerbo  pittore chiese con fare disinteressato quale fosse, secondo lui, la principale dote per diventare un grande artista, uno che valeva la pena di essere ricordato. Con la tipica onestà degli sconosciuti, l’altro uomo guardò a fondo il giovane Van Gogh. Si asciugò le labbra con molta calma, senza scomporsi, infine gli gridò in faccia: “Devi morire!”

Nel tardo pomeriggio entro all’Hotel Zen, trascinandomi sul vialetto d’accesso affollato di turisti e corriere. Sento l’atmosfera sordida ed industrializzata della speculazione sul turismo, così chiedo a me stesso il coraggio per togliermi da questa situazione. Esiste solo un modo per farlo: morire. Sono stato comunque morto in questi giorni: zero contatti, zero dialoghi, ho interagito solo con i facchini dell’albergo che odio e da cui sono odiato. Ora sono convinto di andarmene con violenza, senza dolcezza. Non c’era modo di realizzare la propria unicità in questo hotel. Non c’era fiducia e comprensione. In assenza di stimoli neurobiologici, le emozioni intense che sono l’enzima della stabilità emotiva venivano a mancare. La fresa del Qui ed Ora veniva a perdersi a scapito di pagamenti insoddisfatti, sorridenti falsità, l’abbandono e il sabotaggio della propria unicità. La sconfitta del senso della vita. Ma ora basta. Sono pronto per lasciare l’hotel Zen.

Rimetto da capo Smells Like Teen Spirit dei Nirvana per l’ennesima volta, poi calcolo con quanta frequenza viene chiamato il montacarichi in un minuto. Controllo la posizione delle telecamere, i punti ciechi, la frequenza di passaggio delle cameriere… scelgo e trovo il posto migliore dove suicidarmi, mentre Kurt Cobain mi grida nell’orecchio: “sono il peggiore a fare ciò che faccio meglio”.

Mi affaccio sulla tromba delle scale esterne per controllare la situazione.

Vedo quel bastardo di Ronald.

Mi tolgo le cuffie per studiarlo meglio: sta scrostando merde di piccioni dai cornicioni delle finestre, mentre canta il maledetto brano Maledetta Primavera nella sua lingua. Lo guardo con odio, ma poi ho un’illuminazione: vedo un secchio d’acqua sporca, immersa di pergolato, escrementi di gabbiani e liquido chimico. Ci piscio dentro. Il cinquantenne asiatico scrosta le macchie con un pennellino dalle setole dure, sembra essere contento di darci dentro, così gli urlo da sopra: “ehi tu, schiavo di merda!”

Ronald alza lo sguardo nervosamente. Da un’altezza di tre metri gli lancio addosso il secchio, colpendolo in piena faccia. Il filippino cade a terra. Si abbraccia alla ringhiera, mentre i suoi piccoli piedi scivolano nella merda, senza trovare un appiglio. Quando cade a terra, lo vedo muoversi sulla merda come i bambini quando fanno gli angeli sulla neve. Chiamo il montacarichi, mentre lo sento piangere con ardore: “Bastardo! Io visto te, Bizzaglia: tu morto, io strappa tuoi occhi, bastardo! Gabriela, Gabrielaa!”

Rido, rimettendomi le cuffie alle orecchie. “Eccoci qui, fateci divertire!” Quando il pezzo dei Nirvana finisce, metto in atto il mio Piano Finale.

Mi piazzo in un angolo senza telecamere, tiro fuori una lametta dalla tasca e faccio un taglio profondo nel labbro inferiore, succhiando e trattenendo il sangue nella bocca. Infilzo la lama su entrambi i lati delle sopracciglia, su una guancia e sulla punta del naso. Piccoli taglietti. Mi spalmo il sangue sulla faccia. Mi sputo sulle mani, spalmo il sangue sulla camicia, sul collo, sui pantaloni e infine chiamo l’ascensore. Sistemo i piedi sulla soglia per mantenere l’apertura delle porte e afferro il carrello della biancheria sporca. Il carrello della biancheria sporca è alto almeno due metri e peserà un quintale, lo inclino nella mia direzione e faccio un lungo sospiro. Dieci secondi per pensare a cos’è giusto e cosa fa male, per immaginare cosa sia possibile immaginare, per sognare i luoghi delle favole, svuotare la mente, per volare senza farsi coinvolgere da nessuno.

Cinque secondi…

Servono solo cinque secondi per raccontarti la storia della mia vita, per pensare a vivere, per respirare e sgonfiarsi, per un suono che ti fa innamorare, per dormire e ragionare su ciò che è sbagliato e cosa bisogna fare, per sentire la pioggia fuori dalla finestra e diventare acqua.

Tre secondi…

… per uscire da qualsiasi dimensione, da qualsiasi stato di minorità, per scappare e pensare, per girare e imparare, per uscire dai locali affollati e rumoreggianti, per fare ciò che veramente voglio. Sento la musica, chiudo gli occhi e chissà dove mi fermerò. Scappo dalla voglia di dimostrare qualcosa, dall’aria di dover stupire continuamente, dalle tragedie greche di seconda mano, dalle lacrime d’acqua intorpidita, dalla crescita obbligatoria, dalle chitarre distorte, dalla gente che evita di aprirsi per paura di fare figure da scemi, da quelli che lamentano che la vita è solo sofferenza, dai criceti che aspettano di essere buttati in una tazza del cesso, dai cani che abbaiano, dalle telefonate di circostanza. Scappo da tutto ciò. I miei sogni, progetti, dolori, lacrime, botte, umiliazioni, carezze, amori, estasi, merda, job, qualifiche, demoni, paure, ansie, amici, giorni e notti spariscono in un secondo, nel momento in cui mi faccio crollare un gigantesco carrello addosso. Muoio così, schiacciato dal carrello della biancheria. Tutto si sta annullando. Mi lascio andare in un sonno a occhi aperti e divento calmo come un mare d’inverno, chiudo gli occhi mentre questa morte imminente sembra accordarsi perfettamente con la mia legge d’attrazione. Sta capitando ciò che realmente voglio. Mi vedo al di fuori di me. Sto volando, le mie scarpe usurate sono in punta e si sono schiodate dal pavimento. Sono così leggero che quasi m’accorgo di non esistere più. Io non esisto più. Forse sono già morto.

Serie: Hotel Zen


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Discussioni

  1. Ora non mi resta che seguire Stefano all’Inferno? In Paradiso? La vita è cosa complicata si sa. Palate di cacca che però di tanto in tanto diventa concime e fa nascere fiori meravigliosi. Non so se la morte è una soluzione, sono intimamente convinta che è una fregatura: poi, si ricomincia da zero e si viene sparati di nuovo in questo mondo

  2. “Si asciugò le labbra con molta calma, senza scomporsi, infine gli gridò in faccia: “Devi morire!””
    Mi piacerebbe sapere se si è premurato di comprare qualche quadro, prima di dare questo consiglio 😂 😂 😂

    1. In realtà questa frase l’hanno detta a me, ma me la sono immaginata su quel pittore dopo aver visto il bellissimo film di Schnabel a lui dedicato : )

    1. Caro T, innanzitutto grazie per il supporto che hai dato al librick… anche grazie a te, sono riuscito a fare ordine in una matassa di appunti che m’inseguiva come una nuvola nera… all’interno di Open, la prox sarà l’ultima parte, ma la storia in sè ha un respiro molto più ampio… tuttavia, essendo Open un banco di prova per sperimentare e farsi criticare, ho in mente di arrivare a 10 e poi aprire una nuova vena narrativa, ma prima ho bisogno di leggere… i tuoi e altri racconti sopratutto, perché questo confronto generale m’ispira e aiuta a schiarire la mia voce da narratore. Quindi, non mi rimane altro che ringraziarti, thank you mate!

  3. “lo sento piangere con ardore: “Bastardo! Io visto te, Bizzaglia: tu morto, io strappa tuoi occhi, bastardo! Gabriela, Gabrielaa!””
    Mi scappa da ridere, sono una brutta persona 😂

    1. Quando la scrittura è “conativa”, quando fa provare un impulso fisico, per me è sempre una cosa buona. Anche chi in passato ha detto: “La tua storia mi ha fatto vomitare” io l’ho ringraziato poichè gli ha procurato un impulso, quindi no problem… se dovessi individuare un tema in questo mio librick, userei la parola “maschera”… in questo specifico tratto, un “finto simpatico” come ROnald viene messo a nudo con un’azione conativa, rivelandone l’indole abbietta… il protagonista odia ciò, ma capire nell’ultimo episodio che, facendo altrettanto, potrà trovare una via di fuga… scusa, sono stato prolisso, lo sono sempre davanti al primo caffè del giorno!

  4. Ciao David, complimenti davvero, per il tuo stile ironico ed elegante e per la storia che hai creato, molto accantivante, triste e divertente allo stesso tempo.
    Spero di leggere ancora molto di tuo

    1. Grande A., come sempre ringrazio per critiche e osservazioni, qualsiasi commento mi è utile per aumentare la qualità e migliorare il “tiro” narrativo \ ma anche leggere fa bene, quindi tornerò a breve a leggere il tuo Librick e quello di altri, grande!