Oltre lo spiraglio

Serie: L'ultima lettera

Finn non poté evitarlo: la casa in fondo alla via desolata lo aspettava anche quel giorno. Per tre lunghe settimane aveva creduto, di volta in volta, che la ragazza barricata dietro le mura fatiscenti non avrebbe più ricevuto posta. Una lettera col timbro di cera lo aveva costretto a ricredersi, più e più volte.
     Quella mattina la cassetta ammaccata penzolava appesa per una singola vite che, ormai allo stremo, lottava per tenere su il peso insormontabile del metallo arrugginito. Mise il cavalletto alla bicicletta e tentò di aprire la buca senza farla cedere. Si staccò e dovette afferrarla al volo: fece per poggiarla a terra senza far rumore.
     «Puoi aggiustarla definitivamente?» una voce colmò il silenzio. «Se hai altre consegne da fare, non fa nulla. Posso riprovarci io.» Finn la ascoltò, intento a decifrare il suo accento neutro, pulito: fallì.
     «Non ho altre consegne, per oggi,» la rassicurò. «Converrà rifare i buchi e usare tasselli nuovi per fissarla ben salda.»
     «Cos’è un tassello?» chiese lei, riparata dietro il portone. Lui provò a sbirciare, accolto da una penombra avviluppante. «Dunque? Cos’è un tassello? Non so se ne ho,» riprese la giovane padrona di casa.
     «È un arnese di plastica in cui si avvitano le viti, va messo nel muro.»
     «Ho il trapano.»
     «È un inizio.» Finn aspettò un paio di minuti. La ragazza tornò e gli porse una valigetta degli attrezzi, spingendola col piede attraverso il consueto spiraglio.
     «È tutto quello che ho,» asserì lei.
     «Perché non esce a darmi una mano? Farò molto prima.»
     «Non darmi del lei, mi chiamo Mila.»
     «D’accordo, Mila. Io sono Finn. Ora puoi uscire ad aiutarmi?» pazientò in attesa di una risposta.
     «No. Il sole mi da fastidio, mi fa stare male,» Mila si decise a parlare, con una macchia di sconforto nella voce.
     «Sei una vampira?» scherzò lui, porgendole la spina del trapano affinché la collegasse alla presa.
     «I vampiri non esistono,» tagliò corto lei.
     «Puoi esserne certa? Magari non li abbiamo ancora incontrati!» rise e iniziò a fare i buchi nel muro. Non appena il baccano del trapano cessò, infilò i due tasselli nel muro e avvitò con decisione. «Visto? Tre minuti esatti!»
     «Grazie,» Mila ritirò gli attrezzi dentro casa, senza esporsi. «Posso offrirti qualcosa? Un tè? Vuoi pranzare?»
     «Non posso accettare, ma ti ringrazio,» Finn lanciò un’occhiata all’orologio: in realtà non aveva nulla da fare a casa.
     «Insisto.» La giovane suonò decisa, per la prima volta.
     «Va bene, allora entro.»
     «No. Non dentro.»
     «Non capisco…» Finn si fermò sull’uscio.
     «La casa è veramente disordinata. Ti secca se mangiamo separati dal portone?»
     «Mila, mi stai prendendo in giro?» cercò di approcciarla nel più amichevole dei modi. «Non ho voglia di giocare.»
     «Mi dispiace,» la sentì mortificarsi, tremolare nel tono.
     «D’accordo, pranzeremo separati dal portone,» si arrese. La monotonia delle giornate lo aveva già straziato al punto che qualsiasi alternativa sarebbe andata bene.
     «Nel giardino attorno casa dovrebbe esserci un bel tavolo bianco di ferro battuto, vicino ai fiori; c’è anche la sedia, se cerchi. Sono nuovissimi, mai usati.»
     Finn perlustrò tra l’erbaccia alta e scorse il tavolo e la sedia in questione. Li guardò e meditò. Non erano bianchi, tantomeno nuovi: gli agenti atmosferici avevano avuto la meglio sulla vernice, riducendo il tavolino da esterno a un ammasso di ferraglia ossidata.

Non disse nulla alla proprietaria. Trascinò il tavolo e la sedia nel vialetto di fronte al portone. Quando si sedette, sentì Mila fare altrettanto.
     «Ti piace la pasta ai quattro formaggi?» domandò lei, felice.
     «Cucina italiana?» si meravigliò.
     «Non so se sia italiana. La mia versione è diversa, spero ti soddisfi,» fece una breve pausa. «Stavo già cucinando quando sei arrivato, a breve sarà pronto. Cosa vuoi da bere?»
     «Birra.»
     «Ah, scusa, non ne compro…»
     «Hai roba frizzante? Cola?»
     «No. Ho acqua, se vuoi. E tè.»
     «Acqua.»
     Finn sospettò che ci fosse qualcosa di insolito nella ragazza. Avrebbe aspettato, ormai curioso di scoprire in cosa consistesse la pasta di cui si vantava.
     «Ecco! Prendi, ti porgo il piatto,» Mila allungò la mano oltre lo spiraglio. Lui prese tutto ciò che gli fu passato. «Manca la tovaglietta, aspetta,» ricordò lei.
     «Grazie. Buon appetito, allora!»
     «Buon appetito.»
     A dispetto di quanto immaginato, la pasta ai quattro formaggi aveva un aspetto molto invitante. La annusò, conscio che lei non poteva vederlo: prevedeva sapori estremi. Ne assaggiò una forchettata e una miscela di formaggi speziati esplose nella sua gola. Tossì e ingollò l’acqua sino all’ultima goccia.
     «È buona, vero?» Mila lo interpellò. Finn deglutì e ventilò la bocca, ancora invasa dal fuoco della pietanza: eccentrica come la cuoca.
     «Che formaggi sono?» riuscì a chiedere.
     «Non lo so. Li compro da internet, sai? Ho trovato un sito che fa un’offerta speciale molto vantaggiosa: ogni settimana mi mandano un chilo e mezzo di formaggi da tutto il mondo.»
     «Cavolo! Deve piacerti proprio,» immaginò lui.
     «Diciamo che ne mangio parecchio.»
     «Non ti fa male?» Finn si rilassò sulla sedia.
     «No,» troncò lei. La brezza soffiò e spazzò via il clima di buon umore che s’era generato.

Le due forchette vennero poggiate simultaneamente nei piatti. Finn si stiracchiò e fissò il cielo. Udì la sedia strisciare oltre il portone.
     «Ti è piaciuta la pasta?» Mila protese una mano oltre lo spiraglio e lui consegnò le stoviglie sporche.
     «Era buona, sì. Sapore deciso, senza ombra di dubbio.» D’un tratto, uno strano solco nel cuore lo paralizzò sulla sedia. Voleva farle una domanda specifica da più di un’ora ormai. Superò la paura: «Mila, da quanto tempo non esci da casa?»
     «Esco spesso,» balbettò lei. Finn non dovette sforzarsi per immaginarla con le mani al petto, a tremare e temere d’essere inquisita.
     «Perché mentirmi?» rincarò la dose. «Il tavolo nuovo di cui parlavi è solo un ferro vecchio. Non ci sono piante in giardino, solo erbacce e spazzatura. Mila, c’è qualcuno che ti da fastidio? Da chi ti nascondi? Ho qui un casino di lettere firmate sempre dalla stessa donna. Chi è? Ti minaccia? O ricatta?»
     «Vattene.»
     «Mila, se si tratta di una stalker sappi che è una faccenda seria! Non puoi restare reclusa a vita…»
     «Cosa ne sai tu!?» urlò, senza preavviso. Si placò: «Ti ho chiesto di andartene, Finn. Sei stato gentile a riparare la cassetta della posta.»
     «Come vuoi: me ne andrò.» Si alzò e ricondusse il tavolo e la sedia tra l’abbandono lussureggiante: fissò il portone socchiuso. Un’idea, un guizzo, un lampo di maligno coraggio e presunzione: zompò verso la maniglia e spalancò la barriera che lo separava dalla verità. La ragazza dietro di essa squittì e si coprì il volto con le mani: la luce del sole irruppe nell’atrio.
     «Buon… Dio!»
     «Ti supplico, Finn, non dirlo a nessuno…» Mila pianse lacrime di pura disperazione da occhi scuri e sbarrati. «Ti scongiuro, farò quello che vuoi!»
     «Cosa accidenti sei? Fatti vedere.»
     «Non hai già visto abbastanza?» mentre lei singhiozzava, Finn notò una strana corda rigida gettata ai piedi della ragazza. La puntò con gli occhi: non era una corda, bensì una coda glabra. Trasalì. Raggiunse il suo volto e lo sconcerto lo vinse. Un nasino aggraziato, un punto rosa su un viso di bambina; tra le labbra sottili spuntavano gli incisivi sporgenti. Come tocco finale, scorse due tonde orecchie dalla pelle chiara, come una membrana sottile. La forma era inconfondibile, nascosta tra lunghi capelli neri come la pece: orecchie da topo.

Serie: L'ultima lettera
  • Episodio 1: La casa fuori mano
  • Episodio 2: Oltre lo spiraglio
  • Episodio 3: A una condizione
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