Ostello di Shiva

Serie: Solar Punk


Solar Punk è ambientato in Thailandia, sull'isola gravitazionale di Nishi.

DIMMI QUANTA CANDEGGINA HAI BEVUTO E TI DIRO’ CHI SEI – Faccio una foto a questa scritta in inglese, trovata sopra il water della mia guest-house.

Alloggio allo Shiva Hostel, nel quartiere Pat Pong. 

A dispetto della facciata fatiscente, l’ostello è gradevole: ci sono decorazioni color borgogna alle pareti del bagno, le finestre hanno vetri policromi e sono ricoperte di fiori.

Un ladyboy mi fa un sorriso di circostanza, quando mi vede ritornare dal bagno. Tiro fuori il mio passaporto. Dopo avermi registrato, il transessuale thailandese siede sul suo cuscino di broccato, consulta dei dati sul computer.

“Pernottamento di una notte solo?”

“Si.”, sorrido: “Sono di passaggio”.

“Mh.” La governante mi rivolge una rapida occhiata, sistemandosi il top blu e giallo. “La tua stanza è in fondo al primo piano. Metti sempre la firma, quando esci.”

“Grazie.”

Mi piego sul mio zaino.

Un lungo scalone di legno s’inerpica verso i piani superiori. 

Dalla tromba delle scale vedo perdite liquide, rivoli d’acqua putrida che sgocciolano da tutte le parti, illuminati dal sole morente che filtra come un laser otturato dalle feritoie. Rimbombi elettrici in lontananza, scosse a intermittenza: l’hotel va’ in blackout per qualche minuto. 

Seguo la scalinata che si valica nel buio, accendendo un faro con il mio cellulare, notando pezzi di decorazioni a grisaille color zaffiro.

Nel mio piano c’è un consistente insediamento di italiani, pare che ci abbiano messo tutti la’ apposta.

Sono in totale dodici, in due stanze comunicanti. Faccio finta di essere ungherese, mentre li ascolto.

“Comunque…”, dice uno degli italiani: “… stavo a pensà di vedere due isole in più, tra cui anche Kopanghan che non è molto vicina, ma ne vale la pena. Con duecento euro in più si aggiungono più ricordi.”

“Qua è vero che ti fregano su ogni cosa,”, risponde l’altro, preparando un Bang: “però io senza guida, non avrei scoperto quel ristorante italiano, invece in questi due giorni avremo visto una decina di pizzerie meravigliose”.

“Già”, replica il primo. “Fanno anche il Full Moon Party, a Kopanghan. Abbiamo tre giorni per arrivare.”

“Te l’appoggio, fratello!”

Non amo socializzare coi compagni di Nazionale, specie quando sono in viaggio.

Poso lo zaino sul mio materasso, controllandolo per l’ennesima volta: quattro t-shirt bianche e quattro nere; un paio di tute da ginnastica; una kefia verde militare; una telecamera Go Pro con vari fissaggi; un k-way per la pioggia; un paio di Air Jordan; un gilet multitasche e uno scalda collo. Dopo averlo sigillato, mi sciolgo un po’. Chiacchiero con i miei compagni di stanza, rivelando di essere italiano come loro.

“Ah, allora non sei di Budapest?”

“Di madre”, ho mentito.

L’altro chiede: “Le hai già viste le donne che fanno quella roba con le palline da ping pong?”

“L’hai bevuto il liquido de cobra?”, chiede l’altro italiano.

Sorrido a entrambi: “No, non ancora.”

La stanza si è rallegrata in breve tempo, così tanto che alla fine ho confessato di recarmi a Nishi per svolgere le sette prove.

“Guarda che le prove di Nishi sono illegali,” mi ha avvertito uno. “Puoi rischiare il carcere.”

“Te lo sei già pagato il funerale?”, chiede l’altro, euforico, passandomi un Bang.

“Che intendi?”

“Se superi le sette prove… i monaci celebrano la tua morte.”

“La mia morte?” Faccio un sorso di bang e glielo ripasso, svengo per un momento, vedo dischi di stelle, poi gli chiedo quanto costa il funerale.

“Nun lo saccio, cumpà…”, risponde il mio compagno di Nazionale: “ma forse si tratta solo di un’offerta libera, non penso sia importante.”

“Voglio iniziare al top”, replico io: “fare subito le prove più pericolose, al contrario degli altri: questo mi procurerà degli sponsor.”

“Non per invalidare il tuo piano di viaggio, fratello” m’informa l’altro compagno di stanza: “ma siccome le prove sono illegali, gli sponsor non sono più attivi. Non avrai un soldo. Mi dispiace.”

Adesso ho la faccia scoglionata: “Ma perché sono diventati illegali,?”

“Ahem, non saprei…”, replica l’altro con sarcasmo: “forse perché sono morte, tipo… un sacco di persone negli ultimi vent’anni?”

“Roma!”, dice l’altro: “Chi si è spiaccicato a terra! Chi è morto per ipotermia! Chi è stato decapitato a buffo dai monaci! Chi è esploso in aria!”

“C’è pure chi è stato mangiato vivo!”, dice quello di prima: “E la lista potrebbe continuare…”

“Ci hanno pure scritto un libro. L’autore ha un nome strano… Mario Cane, o Candoro… o qualcosa di simile.”

“Condor Maria”, mi piego sul lavandino e mi sciacquo le ascelle. “Si chiama Condor Maria. Proviene da Bande Nere, un quartiere di Milano.”

“Ah.”

“L’ho letto due volte, quel libro. L’autore pare essere scomparso dopo che il libro è stato pubblicato.”, lo informo con entusiasmo.

“Ah.”

Silenzio.

M’infilo una maglietta bianca della North Face, dico loro: “Compatrioti, sono convinto che cerchiamo la felicità nei posti sbagliati e abbiamo riposto le nostre speranze su persone o cose che semplicemente non possono soddisfarci…”

I due italiani si guardano basiti, poi riguardano me.

“Tuttavia…”, proseguo: “per quello che mi riguarda, a casa mia sullo specchio sopra il lavandino ho scritto questa frase: Ecco il viso da cui dipende la tua Felicità. Buona serata, ragazzi!”

Uno alza la mano debolmente: “Ciao bello!”

Scendo in reception, una grande sala ricoperta di legno e bronzo. 

Guardo il ladyboy, di spalle. Sta muovendo un incenso nell’aria.

Mi piego sul registro per lasciare l’autografo.

Fuori dall’hotel, i cavi dell’energia elettrica si fanno spazio tra le mangrovie che si arrampicano su palazzi centenari.

Nell’aria, nell’atmosfera aldilà delle foreste del nord, sento digià il ronzio dei motori delle macchine, dei tubi di scappamento, della selva impenetrabile di macchine, motorini e tuk-tuk che trasudano aria fetida. In meno di un minuto il cielo diventa una spugna umida, spara schizzi d’acqua grossi come ferri da stiro. Una tromba d’aria calda si porta dietro una violenta grandinata post-monsonica, costringendomi a rimanere fermo.

Mi bevo un cicchetto di Baiju sotto una veranda, nella coltre di pioggia oscura del mercato di Pat Pong.

Le urla dei clacson e della gente formano un fastidioso intreccio di rumori che mi urta i timpani. Non capisco tutto questo casino, questo caos perfuso di un’umidità acquorea anche a notte inoltrata.

L’aria è afosa, da togliere l’ossigeno.

Me ne torno all’ostello di Shiva.

Nella hall deserta dell’ostello di Shiva, l’affascinante transessuale dell’ostello m’invita dietro un angolo, spingendo il suo enorme seno contro di me.

“Quindi è vero che sei di passaggio?”, mi chiede, leccandomi l’orecchio.

Ho due litri di Baiju e Shaouji in corpo e faccio si con la testa, palpandole il seno.

“Non qui”, fa lei.

Annuisco.

“Vieni in camera, all’ultimo piano!”

“Tra quanto?”, chiedo io.

“Prendi un Condom e raggiungimi!”

Annuisco.

Torno in camera mia e vedo gli italiani stesi sul materasso, entrambi sballati. Cerco un profilattico nello zaino, rovistando nel buio.

“Te ne vai presto”, mi dice un italiano.

Dopo averlo trovato, faccio finta di non sentire e me ne vado.

“Aspetta, Roma!” L’italiano afferra il mio braccio: “Prendi l’aereo per le isole, o il pullman per la giungla?”

Resto in silenzio trenta secondi. “prendo l’elicottero.”

“Aah!”, l’italiano alza il cranio dal materassino: “Vai a Nishi, me lo avevi detto!”

Mi metto il preservativo nella tasca dei jeans: “Adesso devo andare. Scusa.”

“Sempre di fretta, Roma. E aspetta un attimo!”

L’italiano si alza in piedi a fatica, come se avesse una malformazione ossea. Si accende un bong di plastica rosso con lo sticker di Picachu, guardandomi con un sorriso. “Vuoi fare le prove? Te lo hanno detto che sono illegali?”

“Le farò ugualmente.”, biascico io, barcollando sul posto.

“Il Viaggio è il Viaggiatore, dico bene?,” sorride lui.

“Eja, eja, fratello.” Gli faccio un occhiolino: “Adesso scusa, devo andare.”

“Aspetta Roma!”, si alza in piedi pure l’altro italiano, un signore dall’aria simpatica, basso di statura e con un coltello in mano. Vedo quel coltello INOX con lama in acciaio di almeno dieci, dodici pollici.

“Noi napoletani…” dice con un sorriso da psicopatico: “siamo gente speciali!”

L’altro mi tocca le spalle da dietro: “Io ho tutta la discografia di Bob Marley!”

Guardo lui, guardo quell’altro, poi guardo il coltello e perdo il mio sorriso di circostanza, arriccio le labbra e afferro lo zaino. Pericolo. Esigenze in difesa. Pericolo. Avverto pericolo.

Esco dalla stanza e mi fiondo sulle scale.

Uno dei napoletani si affaccia sulla ringhiera del pianerottolo, sventolando il coltello nell’aria: “Ma dove cazzo vai, Roma? Volevo solo tagliare della mozzarella, scemo!”

Pericolo. Devo uscire dall’ostello Shiva.

“Romano di merda!” L’altro mi grida addosso, ma io non lo sento.

Supero lampadari antichi, supero statue di cristallo, supero una vecchietta che sembra un hulijing. Volo sui gradini, volo verso l’omino verde dell’uscita. Exit.

Prima di disimpegnarmi, sento un inquietante urlo di uno dei due ragazzi campani, simile a un pianto di rabbia: “Romano di merda! Ci avete rubato tutto, infami!”

Mi viene la pelle d’oca ed esco dallo Shiva Hostel, ritrovando il tramestio della pioggia e le luci colorate, sfere luminose che si riflettono sulle pozzanghere.

Ecco il caos.

Mi mangio una Tom Yam soup, una zuppa più piccante di un kebap di jalapeno.

La vomito sotto un lampione, sentendo la gola rovente. 

Più tardi, ho dormito nei cessi per i disabili del MacDonald di Bang Rak, e non ho più nient’altro da dire su questo primo giorno di viaggio.

Serie: Solar Punk


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Discussioni

    1. grazie per averlo letto, non era corto… è una serie basata sul trekking, ma purtroppo la mia elaborata demenzialità narrativa tende a prendere il sopravvento, ma proverò ad essere più serio nei prossimi ep