Paradosso Culturale

«Ci sono cascato per anni e non me lo meritavo». Sbatté una sedia.

«E’ un paradosso culturale» realizzò l’altro. «L’ho fatto per te». Lui pareva tanto fiero di se stesso.

«Mi hai tenuto in un terrore immotivato per tutto questo tempo!»

«Ma guarda ora cosa sei diventato!»

Non gli voleva dare ragione, ma rise. Non poteva negare al suo ego che c’era un fondamento di verità. «Sì, mi piaccio. Sono in potere di fare qualunque cosa adesso. Ma non ti perdono.

«Mi ricordo ancora di quel giorno, in cui arrivai tardi dalla festa di compleanno, verso le dieci, e morente di sonno mi misi comunque seduto, applicato, a leggere la mia dose giornaliera.

«Temevo chissà cosa, in maniera superstiziosa e irrazionale. Ero ignorante».

«Esatto. Ora non lo sei più» lo sfidò l’altro. Lo guardò ricco di fierezza nei suoi confronti.

«Ti dovrei ringraziare?»

«Guarda dove ti ho portato! Anzi, dove ti sei portato! Sei un piccolo Leopardi adesso!» Lo indicò: «in un mondo di ciechi, basta un occhio per essere un re: oggi tutti sono ciechi; tu invece no».

«Mi hai fatto vivere in una stupida paura per anni! Non è stato affatto piacevole!»

«Alla fine la verità è arrivata quando era il momento: eri pronto, critico, acculturato: ti sei tirato fuori da questa situazione grazie alla tua osservazione e all’utilizzo della tua conoscenza. E’ una sfida che la maggior parte delle persone perde, spesso senza saperlo, ignorando la propria ignoranza».

«Sei folle. Che razza di gioco malefico e perverso». Era sì arrabbiato, ma rideva, tra nervosismo e meraviglia. In un certo senso era vero: si era liberato di una sorta di maledizione, e ciò gli procurava da un lato gradimento per la liberazione, dall’altro autocompiacimento.

Aver affrontato questa sfida e averla superata: ciò gli piaceva in qualche modo.

Però…

Iniziò a girovagare per lo studio. Come poteva perdonare il padre?

Gli ha mentito per anni! Era un torto troppo grande, e anche cattivo. Sicuramente a fin di bene, ma comunque pessimo.

“Se non leggi almeno dieci pagine al giorno da un libro della libreria ti cadranno gli occhi e non vedrai più!”, gli diceva.

Aveva solo tre, quattro anni forse ai tempi; ed ora, a otto e mezzo, dopo anni di letture continue, in sessioni da dieci pagine, poi venti, poi trenta, un po’ per timore di chissà quale entità che lo stesse osservando, un po’ per passione crescente, si ritrovò ad aver scoperto la falsità di quella bugia.

In tre anni e mezzo (dopo aver imparato a leggere alle materne col padre) aveva letto quasi duecento libri, imparando tre lingue e spaziando dalla letteratura ebraica alle neuroscienze.

Forse poteva anche accorgersene prima della stupidaggine che il padre gli aveva detto!

Che idiota…

Ma ora, che avrebbe fatto?

Senza il timore che lo spingeva a leggere, avrebbe continuato? Era il timore a portarlo avanti nell’impresa?

Continuare gli sembrava oramai il modo di dar ragione al padre. Continuando avrebbe alimentato l’idea che aveva fatto bene.

Inoltre gli era passata un po’ la voglia di proseguire questo suo gioco. Ma in realtà: stava giocando?

Forse adesso si giocava a carte scoperte, dopo aver avuto l’illuminazione, l’idea che ciò che sapeva era falso, che poteva mettere in dubbio qualcosa di così fondamentale come quella menzogna che dominava le sue giornate.

Incrociando fonti, facendo ricerche, tirando le somme di ciò che sapeva, era ovvio che non leggere non potesse avere conseguenze sulla sua salute.

Anche se in cuor suo sentiva di star bene quando lo faceva.

Ma ciò non riguardava la sua deviazione appositamente innestata dal padre, come una tradizione che viene indottrinata fin da piccoli deviando ogni mente.

Lui era ancora deviato?

Forse doveva scindere il leggere con l’ossessione di farlo per non avere conseguenze.

Cosa voleva?

Guardò il padre.

«Mi hai costretto a fare una cosa che non avrei fatto se avessi potuto scegliere. Col senno del poi ti confermo che è stata un’ottima scelta, e se tornassi indietro non cambierei nulla. Sono fiero di ciò che sono diventato. Però l’amaro resta, perché il modo, giustificato sì dal fine, ma comunque barbaro, non posso perdonartelo. Hai fatto ciò che credevi giusto per il mio bene, ma io ora deciderò per me».

Il padre lo guardò serio. Sapeva di leggere il figlio meglio di qualunque libro, anche se spesso lui si divertiva a farglielo credere, in verità. «Che libro ti serve?» chiese infine.

Il bambino rifletté. Poi disse: «ho finito ora il sesto di Platone: portami il settimo libro de La Repubblica».

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