Pensieri aperti

Ciao,

lascia che mi presenti anche se a te poco interesserà. Non perderò tempo a dirti come mi chiamo perché tra qualche attimo te ne sarai già dimenticato o dimenticata. Tranquillo, scusa il maschile ma la grammatica italiana lo richiede quando ci si rivolge ad un generico interlocutore, non è un messaggio prima del suicidio. Nonostante la mia vita sia una sorta di labirinto ed io sia senza mappa o bussola, non sono ancora sul punto di compiere questo gesto eroicamente vile. Ti chiederai dunque, cosa ho da dire? Ebbene, tutto e niente. Semplicemente la tastiera è la mia valvola di sfogo, quel modo non nocivo per scaricare rabbia, stress e manie omicide. Ok ok scherzo ovviamente, l’unica cosa che abbia mai ucciso nella mia vita sono il mio fegato e quegli schifosissimi ragni di campagna. O meglio, per questi ultimi sono stata un gelido sicario. Sarei morta io di fifa prima di avvicinarmici al punto da togliergli la vita. Tornando a noi, cosa ho da dire. Bene, in realtà non lo so. Tutto ciò è più come un flusso di pensieri incoerenti e insensati messi nero su bianco, così tanto per scaricare come sopra citato. Facciamo così, partiamo dal principio. Magari queste duecentotré parole scritte fino ad ora assumeranno un senso. O almeno lo si spera.

Stamattina la sveglia è suonata puntuale come sempre alle ore 5:40 attirando la mia attenzione con una musichetta al quanto fastidiosa che riproduceva uccellini in ambienti naturali, manco fossi Cenerentola o Biancaneve. Con gli anni sono passata dalla sveglia rock a questo, palese segno che sto invecchiando e nemmeno troppo bene. Magari evito di specificare che ho solo ventisette anni e mi definisco vecchia, va.

Ops…

Comunque, stavo dicendo, ah si. La sveglia.

Mi sono alzata con il solito cespuglio di rondini in testa nonostante avessi perso trentasette minuti della mia vita solo la sera prima per passarci la piastra, e resto seduta in mezzo al letto a guardarmi intorno come se quella non fosse la mia camera da letto da quattro anni. Abbi pazienza, il mio cervello è come una vecchia locomotiva, se il carbone non brucia per bene non marcia e il tecnico addetto a gettarlo nella fornace attacca solo dopo le ore 7:00. Ed è qui che entra in gioco la memoria muscolare, quella magia che sa essere la mente umana che mi permette di arrivare fino al bagno e liberare la vescica. Il mio gatto che miagola mi ricorda che se non ingerisco del caffè potrei passare il resto della mattinata seduta sul water, quindi mi alzo e avvio la macchinetta. Benedetta tecnologia! Mentre aspetto che il mio personalissimo nettare degli dei riempia la tazza, e no non intendo tazzina ma proprio tazza, apro le finestre. Ed ecco la meravigliosa sorpresa mattutina. Hai presente quanto da bambini si imparavano le filastrocche sui mesi e tutte quelle simpatiche cosucce? Ottimo, se ben ricordi si diceva sempre che Marzo è pazzo. E per tutto ciò che esiste di buono a questo mondo è dannatamente vero! Ricordo perfettamente che ieri mattina a questa stessa ora il mio vicino stesse cuocendo un uovo sulle mattonelle del cortile scaldate dal sole e stamattina un pinguino imperato mi invita a giocare con lui a palle di neve! Se il concetto fosse ancora troppo vago, fa freddo, piove e tira vento. Quindi richiudo la finestra e mi dedico al mio benedettissimo ogni giorno della mia vita caffè. Mi appallottolo sul divano come fossi una coperta usata la sera precedente e lasciata lì a marcire e sorseggio la mia colazione. Nel frattempo mi diletto come ogni pseudo giovane di questo secolo, scrollando senza realmente prestare attenzione a nulla la pagina home di Facebook. Mi ricordo anche di mandare un messaggio a mia madre per dirle di ricordare a mio fratello di venirmi a prendere a casa perché la mia personale arca di Noè è dal carpentiere. Ti starai chiedendo perché non scrivere direttamente a mio fratello e la domanda sarebbe più lecita. Ecco, ricordi il brav’uomo del carbone di poco prima? Esatto, proprio lui, quello che lavora per mio fratello è in vacanza dal 1996 e non credo serva specificare la data di nascita del buon fratellino.

Finisco la mia colazione, mi vesto e attendo.

A questo punto, se mi permetti di darti un consiglio, impara questa semplicissima quanto basilare nozione elementare di vita: se fuori piove e tu sei senza ombrello perché il rapporto tra la tua persona e l’oggetto in questione è pari a quello tra Montecchi e Capuleti, la macchina è dal meccanico da prima della nascita di Petrarca e la metropolitana chiusa per lavori, non affidarti mai e ripeto mai ad un ventitreenne sconsiderato. Lo ripeto ancora, nel caso ti fosse sfuggito. MAI.

Il telefono squilla e mia madre mi riferisce che il buon fratellino ha pensato bene di non usare la propria macchina per venirmi a prendere per andare a lavoro, in quanto il diluvio universale che sta venendo giù potrebbe sporcargliela. Ora, ripensa alle condizione anteposte a quel famoso consiglio che ti ho dato e tira le somme. Non perdo troppo tempo a riferirti le bestemmie che ho tirato giù, tanto che i santi sul mio calendario sono spariti. La morale è che scendo di casa senza ombrello, con le scarpe di tela perché…. Ok volevo mettere una scusa plausibile, ma la realtà è che sono troppo pigra per cercare le altre nell’armadio, e mi preparo a percorre un chilometro e mezzo sotto la pioggia e con solo il cappuccio della felpa in testa.

Si lo so, ti sembrerà la sceneggiatura dell’inizio di un film di Fantozzi, ma posso assicurarti che è esattamente ciò che mi è successo stamattina prima di arrivare al lavoro e come testimonianza che ciò di cui parlo è vero, ci sono le scarpe bagnate fradice. A pensarci bene tu non puoi vederle quindi niente, ti toccherà credermi sulla parla.

Quindi, tirando le somme di queste novecentosettantanove parole, quando diavolo sono diventate così tante, mi sono limitata a raccontarti le prime due ore della mia meravigliosa mattinata. E a pensarci bene leggo da qui il balloon sulla tua testa che cita testualmente “A me cosa caspita vuoi che freghi? “. È una considerazione più che valida e in questo momento me lo sto chiedendo anche io, ma ormai ho scritto due pagine di Word e sarebbe davvero un peccato buttarle via. In realtà torna il tema pigrizia, ma questo lo sappiamo solo io e te.

Detto ciò, spero vivamente la tua giornata sia iniziata meglio della mia e che stasera non avrai la stessa indole suicida del caro Jacopo Ortis o del giovane Werther, a te la scelta di quale letteratura preferisci.

Un saluto,

S.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Non lo so, a me evoca tristezza. C’è rabbia, sì, ma anche disillusione. Spesso ci nascondiamo dietro alla maschera di Fantozzi per andare avanti e aprire le porte a un nuovo giorno.

    1. Simona Lombardi Post author

      Credo che la rabbia sia un’altra faccia della tristezza, come se l’una scaturisse dall’altra. La maschera di Fantozzi invece, alle volte è meglio vederla con ironia altrimenti non si arriva a fine giornata.
      Grazie per aver letto anche questo lavoro, davvero.
      S.

    1. Simona Lombardi Post author

      Grazie.
      In realtà io sono una persona che scrive spesso sotto “influenza” della rabbia, é come una fonte di ispirazione.
      Andora grazie
      S.

    1. Simona Lombardi Post author

      In effetti è nato da un momento di rabbia, ma poi è venuto fuori qualcosa di diverso.