Pezzi di Realtà

Serie: La vera storia della morte di Arthur McKenzie

Ciò che Marco mi stava raccontando sembrava semplicemente il delirio di un pazzo, un alcolizzato forse che non potendo evadere fisicamente dalla propria condizione di internato, aveva trovato uno sfogo nei sogni e deliri. Fu però il seguito di questa narrazione e il ricordo allucinante del mio amico attraverso il riflesso sulla finestra che mi convinse che ciò che il povero ragazzo mi stava narrando – rimanendone sconvolto più di me – fosse del tutto reale, per quanto incredibile e mostruoso.

Arthur continuava ad alternare il sonno catatonico, spento e oscuro alla veglia in quella specie di realtà parallela in cui il proprio corpo giaceva in un luogo a lui sconosciuto. La seconda volta che si “risvegliò” avvertiva lo stesso formicolio onnipresente ma con una leggera variazione d’intensità, come una coperta che lentamente venga scostata per scoprire le membra inferiori del corpo. Aprendo gli occhi notò subito che la luminosità non era cambiata, la scarsa luce veniva sempre dalla stessa flebile fonte. Il poveretto non riusciva a capire se fossero passati solo pochi minuti o un giorno intero. Provò anche stavolta ad alzarsi ma nessuna parte del corpo rispondeva ai comandi. Il braccio sempre inerme sotto la schiena ormai era diventato una fastidiosa appendice di cui non riconosceva le estremità, mentre dell’altro solo le ultime falangi sembravano rispondere seppure lievemente. Mentre cercava invano di trovare la forza necessaria ad alzarsi, con la coda dell’occhio percepì qualcosa di anomalo nel riflesso della pozza d’acqua alla sua destra. Con uno sforzo tremendo si decise quindi ad alzare il collo quel tanto che bastava per individuare le proprie gambe alla fine di un corpo che sembrava non appartenergli del tutto. Fu lì che il vero incubo ebbe inizio. Quando ebbe teso abbastanza i muscoli e puntato lo sguardo verso i piedi, Arthur si accorse che una buona parte del proprio corpo era sparita, come non fosse mai esistita. La gamba destra non era al suo posto o da nessun’altra parte. Semplicemente quella parte del suo corpo terminava all’altezza del bacino, con un taglio netto come se qualcuno avesse cancellato parte di un disegno. In preda al panico e impossibilitato a muoversi, Arthur provò a gridare. Protendendo in avanti il viso e spalancando la bocca tentò di emettere il suono più forte di cui fosse capace. Silenzio. Totale e assoluto silenzio. Con la mente ancora in cerca di una spiegazione e il sudore freddo che iniziava a colare dalla fronte, Arthur si sforzò una seconda volta senza ottenere alcun risultato. Si accorse quindi che erano più l’energia e la tensione che impiegava per pensare di urlare che non lo sforzo muscolare. Iniziando a diventare complice del delirio che lo avvolgeva, pensò che qualcuno avesse provveduto a cancellargli le corde vocali così come aveva fatto con la gamba destra. Gettò uno sguardo verso la fiaccola e notò per la prima volta un movimento ritmico del fuoco, quasi come fosse coordinato da un’entità invisibile. Con gli occhi sgranati e madido di sudore, rimase a fissare la fiamma fino a che non ebbe l’impressione di individuare la stessa sequenza di movimenti del fuoco, una ripetizione costante avvolta su se stessa all’infinito. A quel punto ricadde esausto sulla schiena e chiuse gli occhi sognando di morti meno dolorose.

Arrivato a questo punto del racconto e avendo visto ciò che era adesso il povero Arthur McKenzie concessi a Marco una pausa di almeno ventiquattro ore. Il poveretto si ritirò lasciandomi solo nella mia stanza; il suo sguardo tradiva tutto il campionario di emozioni possibili e forse anche un velo di vergogna che all’inizio non riuscii a spiegarmi. La progressiva sparizione del corpo di Arthur e il suo essere stato intrappolato in un loop per diverso tempo mi lasciavano supporre che una qualche entità si stesse nutrendo e stia continuando a farlo della sua presenza su questo piano della realtà. Provai con scarso successo a tornare con la memoria alle mie ricerche anche senza la mole di appunti che ho raccolto negli anni. In alcune leggende medio-orientali viene menzionato il culto di Firrdamvokrur, risalente a parecchi millenni prima dell’avvento di Cristo. Firrdamvokrur era il sommo sacerdote dell’Infinito e Guardiano delle Porte, colui che per primo ha diritto ad entrare e che spianerà la strada a Melek Taus. Non potevo esser certo che le mie congetture fossero esatte, per questo volli attendere i successivi resoconti di Marco.

Il giorno dopo, quando a notte fonda Marco entrò nella mia stanza per continuare il racconto, pregai che fosse la fine di quella immane tragedia e che potessi finalmente concludere questa lettera e liberarmi dal peso di essere l’unico sano di mente a conoscere la storia di Arthur McKenzie. Da quando avevo iniziato a registrare ciò che mi veniva passato all’inserviente, le mie notti e i miei sogni erano stati popolati da orride creature la cui forma era talmente ripugnante da rasentare la blasfemia nei confronti di Madre Natura e oggetti dalle forme più assurde di cui da sveglio sarei incapace di individuare la funzione.

Arthur riprese conoscenza una terza volta. L’illuminazione non era cambiata e i rumori che arrivano alle sue orecchie erano identici. Adesso, prima di verificare il proprio corpo, Arthur, con uno degli ultimi frammenti di lucidità rimastagli, alzò di scatto la testa per osservare di nuovo la fiaccola. Identica. Attorno a sé il tempo sembrava scorrere in un loop infinito. Rimase concentrato ancora per qualche secondo e la sequenza si ripeté ancora e ancora. Atterrito dalla possibilità di essere del tutto impazzito ed essere rimasto imprigionato in un proprio incubo, si decise a guardare il suo corpo, in cerca di nuove “cancellazioni”. Anche la gamba sinistra era sparita. Per quanto potesse sembrare fisicamente assurdo, il suo corpo – o meglio quello che stava osservando – terminava sotto le ossa dell’anca, in maniera netta e precisa. Non c’erano segni di amputazione o rattoppi che potessero far pensare ad un intervento chirurgico. Stava scomparendo, un pezzo alla volta. Ad un passo dalla rassegnazione e con uno sforzo al limite delle sue capacità, Arthur tese il muscolo del braccio che penzolava dal divano e provò a colpire lo spazio dove avrebbero dovuto trovarsi le sue gambe. Nulla. Solo un lieve spostamento d’aria.

Arrivati a quel punto chiesi a Marco di tornare il giorno seguente. Dovevo rimanere da solo anche se sapevo che il ricordo di Arthur mi avrebbe perseguitato. Ormai il ragazzo aveva raccolto tutto ciò che il mio compagno aveva da dire e in poco tempo saremmo arrivati all’epilogo. Per quanto volessi concludere la faccenda, non trovavo la forza di abbandonarmi alla cruda realtà. Dalle espressioni di Marco mentre proseguiva nel racconto avevo già capito che nessuno di noi avrebbe mai tratto nulla di positivo dal conoscere la verità. Ogni giorno di più lui sembrava disperato e ormai nessuno vedeva Arthur da mesi. Gli altri infermieri ed inservienti, compreso l’uomo che quella sera lo aveva trascinato via come fosse stato un oggetto qualsiasi, parevano ignari di tutto o conniventi e disinteressati. Arrivai a pensare che non fossero umani. Alla vista di Arthur o di quello che ne rimaneva nessuno al mondo avrebbe potuto far finta di niente. Il corpo ridotto ad uno scherzo maligno della natura, spezzato, rovinato e contorto secondo logiche e geometrie impossibili giaceva come uno straccio a cui era stato attaccato una maschera con gli occhi vitrei e sgranati.

Sempre di più mi convincevo che l’antico culto del popolo Yazidis fosse ancora vivo, anche se non capivo come e perché fosse arrivato fino a noi in Europa, come un morbo. Il corpo di Arthur era stato progressivamente cancellato. Le strani luci cangianti che vidi quella sera nella finestra, non erano riflessi che provenivano da fuori ma il tessuto della realtà che cercava di porre rimedio a quello scempio allucinante. Una mente umana sarebbe implosa al solo contatto visivo con un evento del genere. Queste creature – o divinità – sono state scacciate migliaia di anni prima che comparisse il primo uomo. Evidentemente però l’essere stati condannati all’oblio non gli ha impedito di nascondersi e attendere silenti il momento opportuno. Noi siamo soltanto la loro nuova linfa. Per accedere a questo piano della realtà devono cibarsi di essa, assorbirne le caratteristiche fisiche e provare ad attestarsi sulle stesse frequenze.

Serie: La vera storia della morte di Arthur McKenzie
  • Episodio 1: La vera storia della morte di Arthur McKenzie
  • Episodio 2: La ricerca della Verità
  • Episodio 3: Delirio nell’abisso
  • Episodio 4: Pezzi di Realtà
  • Episodio 5: La Fine?
  • Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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    Discussioni

    1. Questa storia è mostruosa come solo i mostri della mente sanno esserlo. Più si scende nell’inferno di McKenzie più si ha paura di andare di scoprire la verità. L’idea di pezzi di corpo amputati si fonde con la scomparsa di pezzi di ricordi e di realtà. Davvero originale, complimenti.

    2. Ho letto tutto d’un fiato questa serie. Mi sembra come se i personaggi attingessero ad una coscienza collettiva, ed a diversi livelli di intensità, dal più grave, appunto Arthur , al ragazzo che interpreta il suo linguaggio ed infine la voce narrante , incaricato di conservare la terribile immagine del massacro cui è coinvolto. Ecco sono tutti complici e spettatori del male. Mi piace come hai orchestrato i ruoli, il tuo stile narrativo incalzante. Bello.

      1. Oh Sara, il merito è tutto di Yog-Sothoth che mi ha ispirato 😀 Scherzi a parte. Questo racconto e i temi ad esso legati me li portavo dentro da un po’. I personaggi, come hai giustamente intuito, sono nati come sfaccettature di una stessa personalità a cui ho dovuto assegnare “corpi” e voci diverse.

        Aspetta di leggere la fine… Spero di tolga il sonno 😉

      2. Oh Sara, il merito è tutto di Yog-Sothoth che mi ha ispirato ? Scherzi a parte. Questo racconto e i temi ad esso legati me li portavo dentro da un po’. I personaggi, come hai giustamente intuito, sono nati come sfaccettature di una stessa personalità a cui ho dovuto assegnare “corpi” e voci diverse.

        Aspetta di leggere la fine… Spero di tolga il sonno ?

    3. Ciao Federico, ormai hai invaso persino la mia mente?! Il tuo horror è tremendamente psicologico e avvolgente, ti entra dentro e riesce a sconnetterti dalla realtà… ma adesso, bisogna vedere in quale dimensione mi stai catapultando. Follia? Il seme di un culto antico? Tra sogno e realtà? Beh, attendo già il prossimo episodio?!

      1. Grazie Antonino, sono davvero contento che ti stia prendendo così tanto! Il prossimo capitolo, quello conclusivo, svelerà molto ma non troppo altrimenti che horror sarebbe? 😀 Sarà comunque un misto di tutto quello che hai citato…?

    4. Ciao Federico, ancora non riesco a togliermi dalla testa che il tuo racconto affondi le sue radici nella psiche del protagonista. Mi fermo qui con le congetture, preferisco attendere i prossimi episodi 🙂

      1. Settimana prossima arriverà l’ultimo capitolo e tutti i nodi o quasi, verranno al pettine. Buoni incubi 😀