Pipu

Avvertenze: La storia tratta un tema delicato

♦♦♦

All’aprirsi della porta dello studio, la dottoressa Lisa accolse una bambina e una donna. «Ben arrivate. Oggi papà non c’è?»
 Alla domanda, la signora strinse la borsetta al fianco e contemplò i dintorni. Rimase muta.
 «Dimmi Matilde, oggi ti va di restare a parlare con me da sola? Senza la mamma.»
 L’orsetto che lei teneva proprio sul cuore negò col capo.
 «Facciamo così, allora,» la dottoressa abbassò di poco la tapparella, «il tuo orsetto potrà restare con noi, va bene? Pipo, o ricordo male?»
 «Pipu.»
 «Pipu, sì.» Lisa batté piano una mano sulla poltroncina, poi cercò gli occhi della madre: «Pipu e Matilde sono molto legati.»
 «Dormono pure assieme, dottoressa. Si lavano assieme, e io—»
 «Va bene così, signora Ambrogi.» E indicò la porta con un cenno del capo.

La dottoressa Lisa perse qualche secondo a osservare la bambina, i suoi boccoli che si confondevano con la pelliccia dell’orsetto. Le dita si sporsero piano per afferrare il palmare fermo in mezzo al tavolinetto che le separava. Matilde drizzò la testa e le dita di Lisa si ritirarono in grembo.
 «Come hai dormito stanotte, Matilde? È un po’ che non ci vediamo, come stai?»
 «C’era caldo.»
 «C’era caldo. Anche Pipu sentiva caldo?»
 «Pipu aveva i sogni brutti, non sente caldo quando ha i sogni brutti.»
 La dottoressa inclinò il capo. «Che sogni fa Pipu? Te li racconta mai?»
 Pipu negò col capo. I due occhi di pece riflettevano il silenzio.
 «Hai mai portato Pipu a scuola con te?»
 «Non voglio andare a scuola. Pipu non vuole.» Lisciò la testa dell’orsetto. «Voglio andare a casa. Pipu ha sonno.»
 «Mettiamolo sul divano. È comodo, sai? Ho lavato io stessa i cuscini, li vuoi odorare? Sanno di rose. Prova.»
 Matilde andò, senza mai dar le spalle alla dottoressa, a poggiare il naso proprio tra i cuscini.
 «Puoi sdraiarti anche tu se vuoi, Matilde.»
 Lei sorrise e si sedette. Una mano sfilò una scarpetta e l’altra mano la calza. Pipu fu adagiato sul tavolinetto di fronte al divano, i suoi occhi neri puntati sulla bambina.
 «Hai caldo anche qui, Matilde?»
 Ma lei non rispose. Il suo sguardo non riusciva a staccarsi da Pipu. Le sue manine si infilarono sotto la gonnella a fiori. Pipu era attento.
 «Matilde, mi puoi dire perché ti stai spogliando?»
 «Ho caldo. Il maestro mi ha detto che se c’è caldo mi posso spogliare.»
 Lisa si morse un labbro. «Che altro ti ha detto il maestro?»
 «Ha trattato male Pipu, ma io non volevo che Pipu se ne andasse.»
 «Matilde, Pipu non può restare con te per sempre.»
 «Pipu è mio amico!» si lanciò dal divano, quasi inciampando sulle mutandine, e trattenne Pipu al proprio cuore. «Pipu mi vuole bene.»
 Lisa scattò e prese il polso della bimba prima che il naso dell’orsetto le sfiorasse la pelle. «Pipu ti dà spesso bacini laggiù?»
 Matilde levò il capo, una maschera di lacrime e singhiozzi. Con le braccia deboli e le labbra umide di paura, lasciò cadere Pipu. «Sei cattiva. Non ha fatto niente, perché tratti male Pipu? Pipu mi fa le carezze perché è gentile. Pipu mi dà i bacini dove brucia.»

La dottoressa si chinò, prese le mutandine della bambina e gliele porse. Lei però non reagì. Girò attorno al tavolino in punta di piedi, canticchiando e stuzzicando Pipu con l’indice.
 «È ora di andare a casa, dottoressa. La mamma adesso torna a prendermi.»
 «Allora vestiti, Matilde.»
 La bimba, ferma di fronte a Pipu, iniziò a tremare. «Smettila di guardarmi!» lo colpì e quello cadde. «Non lo voglio più! Vattene, Pipu!»
 «Matilde, piccola—»
 «Pipu mi guarda e basta! Non fa niente per me!»
 Lisa congiunse le mani al cuore. «Cosa volevi che facesse?»
 «Pipu nei miei sogni è grande e ha gli artigli. Lotta contro il maestro, lo graffia. Il maestro se ne va e io posso dormire.»
 «Il maestro non c’è più, Matilde.»
 «Dov’è?»
 Si alzò dalla poltrona e si inginocchiò di fronte alla bambina. «Vuoi che Pipu e il maestro ti lascino in pace? Tutti e due?»
 «Sì.»
 «Allora, lascia Pipu qui. Ci penso io a lui.»
 «E io che faccio da sola? Chi mi protegge nei sogni brutti? E a scuola? Dagli altri maestri?»
 «Tu, Matilde. Tu. Guarda qui,» le prese le dita, le solleticò il palmo e poi le sfiorò le unghie. «Graffia, Matilde.»
 La porta dello studio si aprì di un filo. Lisa occhieggiò rapida, colse nell’ombra oblunga la faccia sbiadita della signora Ambrogi.
 «Dottoressa?» la bimba le tirò la manica, «la settimana prossima posso tornare qui a parlare?»
 «Certo, tesoro.»
 «Mi prometti che Pipu non sarà qui a disturbarmi? Voglio parlare da sola con te, dottoressa.»
 «Ti aspetterò, Matilde,» le strizzò la guancia sorridendo. «Potrai tornare da me tutte le volte che vorrai.»
 «Il maestro mi ha fatto qualcosa di brutto, dottoressa?»
 La signora Ambrogi portò le mani al volto.
 «Ne parliamo assieme la prossima volta, Matilde. Ti aiuterò a ricordare. Adesso va’, la mamma è fuori.»
 Chiusa la porta dello studio, la dottoressa Lisa prese Pipu per la testa, «perché non hai fatto niente per proteggerla? Perché nessuno fa mai niente per loro?» e lo buttò in un cassetto.

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Discussioni

  1. Grazie per aver messo l’avvertimento.
    Quando commento, spesso chiedo informazioni all’autore su come hanno costruito il personaggio, sulla trama o il pov ecc. Questa volta sono senza parole con uno strano groppo sullo stomaco.
    Bel racconto.

  2. Ciao Giovanni, non è un tema facile da affrontare. Lo so bene perchè anch’io mi ci sono cimentata in uno dei miei racconti e il groppo alla gola è inevitabile. Uno dei maggiori peccati al mondo, a mio parere, è la violenza psicologica e fisica perpetrata a danno di un bambino. Hai saputo cavartela egregiamente in una storia piuttosto delicata.

    1. Grazie per aver letto la storia. Non è stata facile da scrivere, sentirsi impotenti di fronte alla realtà è una brutta sensazione.

  3. Non so commentare. Sono davvero in difficoltà. Non perchè non trovi questo racconto valido, tutt’altro. Lo trovo ben scritto, attento, efficace.
    Lo trovo forte ma non morboso, crudo ma non non sgarbato.
    Ed è per questo che ora sono senza parole.