Polvere sul cuscino

Non aver paura di chiudere gli occhi. No. Non averne. Adagiati sul letto, bambino adorato, e lascia che il tepore delle coperte e le carezze di tua madre ti cullino. Fuori, nella notte, non v’è nulla per te, tantomeno per me. Difatti resto anch’io ben protetta dalle intemperie. E ti guardo. Hai il vezzo di rigirarti tra le lenzuola, lo so bene: due volte a destra e una a sinistra. Sistemi il cuscino con le tue mani ancora ricche d’infantile curiosità. Resto silenziosa, agognante: piango, perché i tuoi occhietti chiari di rado mi scorgono.

Questa notte non prendi sonno. Perché? La Luna, ingrata spiona, allunga le spire sul tuo volto e ti fa apparire più pallido del necessario: mi inquieta. Tu non lo sai, ma io la odio quella meretrice imbellettata d’argento! Vende il corpo al fratello Sole per pochi attimi di notorietà, facendo del buio palcoscenico ciò che vuole. Le stelle, ignare dei complotti della matrona, non s’arrischiano ad avvicinarsi. E lei ammorba ogni cosa col suo colore così triste, angoscioso; persino il tuo viso, sotto il suo influsso, mi appare alieno. Quanto vorrei poterti parlare, bambino mio! Anche un attimo, ti giuro; mi basterebbe ascoltare la tua voce, no, che dico, il tuo respiro soltanto sarebbe già un regalo prezioso. Vieni da me, ti scongiuro.

La prigione di vetro mi opprime. Ho paura d’ammetterlo, ma penso di detestare tua madre. Perché lei può rimboccarti le coperte e io no? Perché lei può darti un bacio prima d’ogni buonanotte e io no? Sono io quella che da tutta una vita ti sorveglia, con pazienza e amore. So cosa sogni, so cosa ti angustia. Voglio uscire da questa gabbia. Bambino mio, non puoi proprio far nulla per liberarmi?

Ti sei inginocchiato di fronte a me. Non posso crederci! Così vicino che allungare la mano sarebbe abbastanza per raggiungere le tue guance arrossate: se solo il vincolo traslucido che ci separa non esistesse…
     «C’è qualcuno lì dentro?»
     Hai parlato? A me?
     «Sei tu che piangi ogni sera?»
     Mi guarda. Il bambino che amo più di tutto mi sta fissando. Devo dirgli qualcosa!
     «Sono io che piango, sì. Piango per te.» Sussurro. Non so fare altro.
     «Cosa sei? Non posso vederti. Sei una fatina?» cerca di capire da dove proviene la mia voce. «Sei dentro la lucina?» insiste.
     «Sì, piccolo mio, sono qui!» picchio il pugno contro il vetro. Lui strabuzza gli occhi: l’azzurro e il rosso s’incrociano. Lui un mare d’inverno, e io un tramonto tra la foschia della sera. Destinati a incontrarci solo per un breve lasso di tempo.
     «Come posso liberarti? Sei molto in pena,» allunga le dita verso di me. Batte sulla gabbia.
     «Apri il coperchio della lucina.»
     Fa come gli suggerisco e in un attimo sono libera di volare. Volteggio per la stanza e lui, sbalordito, mi segue ovunque con lo sguardo. L’odore delle lenzuola appena lavate, il sottile spiffero d’aria che passa dalla finestra portando con sé la vita nel mio cuore: ho sognato per lunghi anni la libertà.
     «Grazie, piccolo mio!» calo in picchiata e mi poggio sulla sua mano aperta. Il palmo è caldo e trema un po’. È sorpreso, povero tesoro, non sa come comportarsi.
     «La mamma lo sa che nella lucina da notte vive una fatina?» mi chiede, pensieroso. Torna tra le coperte e io lo raggiungo.
     «No, non lo sa. E non deve.» Lo osservo. Riflette e poi mi fa spazio vicino a sé, sul cuscino.
     «Ora che non hai bisogno di stare sempre nella lucina, verrai a cantarmi la ninna nanna?»
     «Certo, piccolo mio. Farò tutto quello che vorrai.»
     È il giorno più bello della mia vita.

Da quella notte in poi ho cantato, ballato, suonato e recitato per lui. Quando sua madre chiude la porta, dopo il sogni d’oro, è il mio turno di entrare in scena. Il bambino ha costruito per me un palcoscenico fatto di cartoncino colorato e nastro adesivo.
     Vederlo assopirsi mi dona una gioia immensa. Ci sono un paio di filastrocche che adora incondizionatamente: alla prima strofa è già dormiente, col palmo aperto su cui aspetta che io mi distenda.

Sta molto male. Da un paio di giorni tossisce e non riesce ad alzarsi dal letto. Sua madre lo prende spesso in braccio, lo accudisce, ma non serve a nulla. Nemmeno io posso fare alcunché. Il suo corpo è così emaciato e stanco che non ha le energie per mettermi a fuoco: sono una lucciola che svolazza nella stanza, ormai. Un paio di volte ha provato persino a schiacciarmi.
     Giorno dopo giorno, quando ritorna in cameretta, ha sempre meno capelli. È orribile. Che razza di malattia può essere? La madre piange tutto il tempo mentre lo aiuta a cambiarsi, lo nutre e lo lava. Non ho il coraggio di immaginare il tormento di quella donna. E poi, in un lampo, il bimbo non è diventato altro che una lastra di marmo inanimata. Totalmente glabro, langue tra le lenzuola: gli occhi azzurri sembrano adesso due zaffiri gettati per caso su una distesa di sabbia chiara. La sua pelle è porosa, tirata. Non riesco a sopportare il dolore che mi attanaglia il cuore.

Sua madre è nell’altra camera a parlare col dottore. Presto il bambino lascerà la casa per andare in ospedale. Non voglio che vada lontano da me. Non potrei vivere senza sapere cosa gli sta accadendo. Mi resta una sola alternativa a questo punto.
     Sul comò c’è un foglio di carta spiegazzato. Ne strappo un pezzo abbastanza piccolo da poterlo portare con me. Volo sul letto: il bambino dorme. La tenda è chiusa e la luce spenta. Solo il bagliore delle mie ali rimane: una luminescenza dorata gli illumina la pelle diafana.
     «Ti voglio bene, bambino mio.»
     Il pezzo di carta è abbastanza affilato da aprire un solco lungo il mio petto. Brucia. Fa male! Stringo i denti e il fluido dorato mi cola tra le mani. La vista oscilla e le mie carni dilaniate gocciolano tra le mie dita. Con l’ultimo respiro afferro il mio cuore e lo strappo via dal petto. L’istante esatto in cui lo lascio cadere nella sua bocca aperta, nella gola profonda, la mia mano si fa cenere. Vivi amore mio! Vivi e portami con te per sempre.

Le mie ali appassiscono e si staccano. Polvere. Un cumulo di polvere dorata sul cuscino del bambino che ho amato più di tutto.

Pubblicato in LibriCK

Commenti

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Grazie dei complimenti 😀 Mi ricordo ancora le sensazioni che provavo scrivendo questa storia.

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  2. Marta Borroni

    Ormai è ufficiale, io ti adoro! Sei vario, energico e delicato, incisivo e coinvolgente, spazi davvero tra molte tematiche, spesso non facile, come questa, e riesci a trasmettere sempre il piacere di leggerti, e sì scrivi davvero bene! Sempre bravo Giovanni, super complimenti!
    P.S. tu DEVI assolutamente continuare a scrivere 😉

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Grazie mille!
      ps: I tempi in cui ho pensato di smettere di scrivere sono ormai lontani. Si va solo avanti! 😀

  3. Isabella Bignozzi

    Caro Giovanni, leggendo i tuoi librick precedenti ho imparato a conoscere la tua bravura. Devo dire che non mi deludi mai. Questo racconto ha in sè una poesia e uno struggimento ineguagliabili. L’argomento è difficile, odioso quasi. Ma la delicatezza con cui ne parli è incredibile. Grazie e complimenti

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ti ringrazio infinitamente. È un commento davvero motivante, mi fa venir voglia di continuare a scrivere 🙂